







|
Libri pubblicati
|
il mio naufragio intero
Edizioni “Animus et Anima”, 2007
Acquista |
vivendo qui t’ascolto
qui in pace e senza veli
accanto ai tuoi umori
dolenti o sorprendenti
qui il chiaro nostro incontro
ha raso al suolo i tempi
di altre e immote immagini
che pure ci appartengono
credo nell’innocenza delle mani
la mia e la tua intrecciate a lungo
fin dove lo consente questa vita
vigile nel coraggio di narrarci
la storia (così chiara nell’eterno
che a lungo è sforzo tenue
l’ascoltarla)
hai le cadenze di un’Afrodite eterna
ed io lo so che la bellezza sua
non va guardata ferma ma in movenze
come ad esempio il busto che si flette
di poco avanti – è il poco che fa onda
che sale verso il viso e lo sospinge
ad essere distesa aperta al sole
come trionfante dea senza parole
|
Riflessi e sussulti - Il necessario addio
Venilia Editrice, 2006
Collana: Piccola biblioteca de "La Nuova Tribuna Letteraria"
Vincitore del Premio "Venilia" 2005 per una silloge inedita di poesia. Settima edizione
Acquista |
Il poeta è immobile
Vivo
come il poeta immobile:
deriso perché irriconoscibile
mentre attraversa i ponti
vertiginosi delle vite.
Viso in fiammelle
Manca la voglia
di altezzosi percorsi:
il bene e il male,
l’eterno e il dissoluto,
calpesteranno fuochi lontani.
C’è un unico tepore, qui,
del tuo viso,
non ha risposte e teme
(quasi sgomento)
nascite di domande.
L’amaro, il cinico
Viene da sussurrarlo
con il sorriso a fior di labbra:
verranno altri amori,
in fila o in ordine sparso.
Ognuno, con vigorose corde vocali,
griderà di essere il solo, l’unico.
Tra l’amaro e il cinico,
il secondo sorriso indurirà il primo.
Il mare del raccolto
Scrivo d’amore
per un’infinità di tempo,
di tempo che descrive
e che parole spande
verso i naufragi al largo.
Dove l’approdo muore,
dove poter raccogliere
ciò che è relitto e traccia.
Raccoglierlo e domani
mi parlerà al passato.
E dunque
sarò stato.
Il necessario addio
A nuove velocità mi affido,
incalza il necessario addio
ed io mi arrendo
dilatando dita e narici.
Accerchiano le spine senza rose,
mentre il sorriso amaro
lambisce bordi della paura:
l’unica, quella di non riuscire
a respirare
senza il tuo soffio.
Il senso dell’epilogo
Rumori e confusioni
di favole franate, hanno avuto
inizio e ora
testarde moribonde
per l’introvabile epilogo.
Sarebbe a pochi metri,
o mai, o il senso
del dover strappare pagine
da un libro che ancora
ha rilievi, dove fermarsi,
in copertina.
|
Filtro d'assenza
Casa editrice Helicon, 2004
Codice ISBN 88-87837-77-5
Acquista |
La poesia che siede,
se ne compiace,
io non la cerco più.
Se ti avvicini
scioglie le fila,
va in frantumi.
Tu non esisti definitivamente:
guardandoti per entrare,
l’ho ascoltato.
Ora lo so, e i simboli
sul foglio hanno udito.
Soffi e risvegli dal mare,
si protende
alla finestra-sguardo
per ritrovarti.
Lo fa da quella notte
del tuo saluto,
l’ultimo gesto di seduzione
dopo risate e dopo
il corpo molle
ai suoi bordi.
A volte nulla importa,
nulla resta, ripetono
i tuoi occhi.
Vorrebbero convincersi?
Ti guardo e il mondo
pesantemente richiede
dosi massicce di leggerezza
(da dove sediamo ai cieli,
quelli possibili).
Quale miracolo, ascesi?
Al tocco del tuo viso
si fanno intime le braccia,
cosa darei per te
senza parole è possibile.
Visito i tuoi profili
senza guardarli,
nemmeno con le mani.
È un corpo a corpo,
il massimo scoprirsi.
È dove non potrebbero
mai giunger sole
l’audacia e la fragilità.
Di tuo ho la rosa
in costruzione perenne
coi petali strappati
e dolci
dei pochi giorni
accanto a più non posso.
Coincidono le circonferenze:
dei tuoi occhi, del lago.
Non potresti specchiarti
che in queste acque
(so che riempiono un cratere,
le immagino continuamente
in ebollizione).
|
L'amore anoressico
Editrice Montedit, 2002
Collana: Le schegge d'oro (I libri dei premi)
Codice ISBN 88-8356-348-4
Acquista |
Per me poesia
seduci
ciò che di vivo
ancora appare,
forse balenìo incomprensibile,
forse rimedio
alla lunga fatale.
Per me poesia,
in un attimo libero.
In quell'attimo.
Libera i capelli
dalla notte sudata,
guardali solo allo specchio
del mattino.
Allungali con le dita,
ricordi?
Quando una ciocca
riflette luce,
la vita è possibile.
Prima che riprenda
nelle risvegliate luci
a ricordarti,
hai altri sguardi
da rivolgermi?
Col mento cadente, quieto,
di te ho l'immagine
più trasparente:
sentinella perenne e tesa,
provi a tranquillizzarti
e a chiedere,
ascoltando risposte
che ti parlano chiaro.
Non voglio illuminanti
idee o teorie
adattabili, io stretto
e inutile
a correre incontro.
Voglio te,
ciò che hai da dirmi
e dirti.
Senza rammarico,
insofferenza,
senza vedere
che i tuoi occhi.
Non bastano i tempi –
tutti –
per capirti:
è il mio amore
a provarci.
Il pianto era il tuo.
Lo vidi: fuggendo,
incontrò le marmoree
braccia del mistero.
Fuori le scosse
parlavano fitto
per dirti amore,
amore e ancora.
Non lo era,
era peso e sipario
calati per una
e un’infinità di volte.
Vidi parole ferme
poco oltre le labbra,
come vomitate.
Raccolsi,
lasciandole entrare
le scoprii mie.
Della mia bocca
ti dissi nel pomeriggio,
nella penombra:
l’amore anoressico
a poca luce
s’arrende.
Il vento fluttua
nel tuo foulard rosso,
è autunno o poco importa.
Vieni: ci sono arie di luci,
noi che dimentichiamo
i crudeli poteri
degli dei.
Lasciamo che la vita
abbia indicibili affanni,
che grida
dalla terra malata
non ci scuotano.
Sei una meraviglia
di sorriso, e giuro:
vorrei fosse per me.
Inediti
(la stagione irregolare)
Non ti avevo parlato, prima, dei flussi irregolari che attraversano il mio tempo, il mio spazio, cogliendo spesso di sorpresa le ore luminose e quelle oscure. Ora sono qui, a scrivertene mentre mi ascolti. Forse è un tentativo disperato, il mio: come si può parlare della contraddizione sperando di essere compreso? Eppure lo so: nel continuo toccarci anche quando non siamo accanto, nell’interminabile guardarci anche se altra vita richiama l’attenzione, c’è il luogo che a noi appartiene, miracoloso e del tutto evidente al tempo stesso. Così è possibile parlarci anche nella contraddizione. Così, ciò che non ha senso lo percorriamo fino in fondo. E in fondo tutto diventa chiaro, come la luce dopo il buio. Così tutto è parlarti, nelle cadenze della stagione irregolare.
(alla ricerca) nuvole e piogge nella primavera che avanza alla ricerca di calore di piante verdi e luce nei colori ma in quest'annata tutto è irregolare tutto si contraddice mentre spera che sia stagione nuova e sull'altare brillino le candele di un'aurora
(l'onnipresente) ad aspettarti in questa vita e in altre s'impara che l'amore è onnipresente su tutta questa sabbia sconfinata come gli odori e il cielo e le paure ad aspettarti qui ti riconosco mentre cammini lungo questa riva ed io ti vedo dopo - nelle tracce sapendo che son tue - nette e distese e il punto è chiaro - quello più profondo dove ti sei fermata per guardarmi ma prima della traccia - ancora prima un brivido impaziente me lo ha detto
(è il mio maggior bisogno) l'ora della distanza - la peggiore è quando il sole attenua la sua luce così il respiro manca gradualmente e sul tuo collo è il mio maggior bisogno sull'infinita e tua pelle distesa dov'è un tastar di palpebre abbassate ti riconosco - gemito e speranza che questa notte invochi ogni mio fato e intorno a noi si stringano le dita fin quando uno è il ventre - due il fiato
2° Premio alla X Edizione del Concorso di Poesia “Biblioteca di Brendola”. Motivazione: “E’ un frammento dai toni crepuscolari, delle inquietudini del buio, del desiderio d’amore, rimedio agli scherzi del destino e alla solitudine dell’uomo. La poesia è in endecasillabi sciolti, senza punteggiatura e appare come uno sfogo improvviso di una lunga meditazione. Sembra non iniziare mai e mai concludere, se non per proporre una visione che supera l’individuo come singolo, per allargarsi all’altro, che può essere una vita avvertita al suo nascere. In questo passaggio dall’io al tu sta il superamento del fato, la vittoria sul destino. Poesia raffinatamente sensuale (“sul tuo collo è il mio maggior bisogno, sull’infinita e tua pelle distesa…”), trova raffinatezze stilistiche nelle sinestesie e nella costruzione sintattica.”
(fuga dalla città) troppo metallo in questa notte vuota troppa foschia e cemento ad ogni quota questi miei passi lungo queste strade hanno la fretta di chi vuole andare ad oasi più allargate per il cuore dove parliamo e senza trattenerle hanno parola le pulsioni antiche quelle che ad ignorarle fanno male e fanno male a stringerle a guardarle a dirsele temendo un tuffo al cuore ma qui siamo nell'oasi del coraggio dove è a noi che sempre ritorniamo cerchio che irresistibile e fatale richiama a sé ogni retta - mai eterna
Segnalata alla 7a Edizione del Premio di poesia e narrativa “Vigonza”. Motivazione: “Metallo e cemento sono i materiali in eccesso di una notte vuota, in una città ormai estranea, alienata ed alienante. E dunque il rifiuto, la fuga. La ricerca di “oasi più allargate”, dove si possano rivivere emozioni antiche, quelle che “ad ignorarle fanno male”. Oasi dove il coraggio plana comunque su una dimensione umana, esistenziale, fatalmente circolare: luogo magnetico-gravitazionale, dove le rette… non sono mai eterne. Testo breve, composito, compatto. Dopo due endecasillabi dal taglio duro, dove l’Autore usa un linguaggio ‘metallico’ post-moderno, la poesia si srotola per vie di fuga più morbide, sorretta da una forma chiusa che fa da sponda al dialogare interiore del poeta: un sottrarsi legittimo alla precarietà del transitorio, per tentare la circolarità dell’infinito.”
(in lungo e in largo) cosa sarà di questo tempo infine è punto di domanda senza senso senza i calvari mossi a rendiconti di cosa ho fatto e cosa dovrei fare i0 lascio andare e arriva amore e fiele il turbine si placa e in tutta requie contemplo le disfatte e le virate che è verso te che accentuano la voce complici vibrazioni in lungo e in largo che quando ci attraversano sappiamo che l'apparenza è in mille rose e spine e la sostanza in quelle che stringiamo
(la diretta sera) il mondo così ricco di vetrate mi lascia addolorato per silenzi e assenze di parole e di profumi che parlino dal cuore per il cuore così direttamente e senza i freni che a dirli necessari ci si spegne tu sei filo diretto di profumo corposo e sottilissimo talmente da attraversarle tutte le vetrate senza lasciare fori né rimpianti e ciò che in me è sensibile lo investi è continuando a mormorarlo appena che giungi a me a sedurmi verso sera
(l'urgenza) può capitare: scosse improvvise e il calmo andar del giorno che si fa a parte e il viso ha nuova pelle e ancora vita quella che si prepara ad incrociarti fingendo il caso in gioco e nel sorriso e già lo ruoto il corpo - alla sinistra noi qui esibizionisti aperti al mondo per dimostrar che rette che si flettono s'aprono a vie possibili e stupite per quanta pace e amore è ancora luce
(samhain) nel celebrare a lume di candela il capodanno di più antichi riti mentre volgiamo al freddo di ogni sera c'è da sperare e in cuore avere fede (dove non c'è più vista né il sentore) nel tempo nostro quando fu esclusivo e allora ascolto fiamme verso l'alto dirmi con voce bassa e folta quiete che il sacro è quando il gesto si ripete e a riportarci insieme sarà il cerchio che svetta tra le leggi del creato: tutto ritorna - tutto è immenso fato
(quando ti allontanai) persi le tracce nella notte oscura e fu come rapirmi e i rapitori erano le mie stesse mani e fuori soffiava il vento sopra i segni sparsi e ai mulinelli che li disperdeva parlavo come chi non ha ferite e non lo sa che invece la iattura promette gioia a chi non riconosce l'amore quando è inciso nelle membra e crede di poterlo allontanare scuotendo i passi verso nuovi viaggi
(per non saperti) passami l'olio sulle mie ferite quando la dura storia si fa vento e qui m'investe fragile e impotente per non saperti amare quando ridi verso l'amore che non mi appartiene passami mani per dolenti ore premendole sui punti più infuocati mentre sussurro immobili parole mentre mi aspetteranno lentamente io lentamente esplodo tra le tue
(la stagione fredda) e sia l'amore senza il nostro incontro dalla panchina guardo a queste cose ai frutti nati ma da me lontani ai fili morbidi intessuti altrove alle altre onde accolte alla tua riva e sia che questo inverno mi attraversi con poca vita e muschio sulle rocce il cuore caldo invita a ritirarsi dove fa meno male (verso il fondo) e limpida sia l'aria e la certezza d'innamorarsi senza più il ritorno e sia il saperti nuova ad ogni incontro
(la notizia che schianta) la vita a muso duro scaraventa i sogni nella pace dell'oblio: qui oggi c'è l'essenza dell'assenza e a cucchiaiate svuota il nostro cuore tingendolo del sangue del dolore che arriva a dirci che la vita è fiera d'essere incomprensibile e distante dalla promessa fatta al dio-mattino - "saremo un bacio solo, e sfolgorante" -
(il grido) ora c'è da riprendersi e gridare mentre il divino è ancora a disegnare le traiettorie che ci ha visti affranti perché sorpresi in campo aperto e soli contro le troppe frecce ancora in volo
(la visione, dal dolore) tanti saranno i nomi di ogni strada quelle che vanno al fondo del dolore fondo che a volte scivola in abissi e neanche a tarda sera si fa avanti ecco la trama verso il mio calvario come quella salita - millenni addietro e poi chissà da dove scende il fato per dirmi che dall'alto di ogni croce viene la morte e poi la vita nuova
(chi non attende) sala d'attesa senza fretta alcuna di attraversare il prossimo incontrarci tra qualche ora o qualche vita intera perché gli eventi possono distrarci surriscaldando gesti e aspettative ma noi che dall'amore siamo presi partecipando al sacro dell'eterno il tempo con quel bacio dissolviamo quello che si ripete e non dispera
(senza tempo) torna alla mente il mare che baciasti nell'arco che dal bacio arriva in spiaggia come un arcobaleno che divampa dolce e preciso nella notte estiva come la tua presenza in una quiete che ha già tutti i sapori del domani e infatti io già sapevo - ne son certo che richiamando l'arco con lo sguardo saresti giunta ancora e verso riva avremmo ritrovato i nostri sensi senza le interruzioni né il passato
(raggiunta) ricordi i nostri anniversari? le date certe i picchi i lampi d'ore? sfuma la nitidezza in questo giorno sversa dai recipienti amore pieno e più si spande meno si concentra eccolo alle fermate in zone quiete eccolo nella fretta di arrivare è dappertutto e non ti so spiegare l'intimo suo riuscire di scansare mentre seduce il mondo che gli parla mai fermo e sazio nel celato patto: nient'altro e nulla che non sia il tuo aroma alla sua bocca
(ai tratti, alla voce) all'apice il velluto del divano mi arriva come tua pelle distesa e senza più distinguere la resa è ai tratti del tuo corpo che s'alterna la voce mia che giunge a te nel mantra capace di sedurti intimamente perché - mi dici - giunge da lontano dagli angoli pervasi dalla quiete e irrompono le brecce nelle dighe lungo le mani sul tuo corpo arcuato e premo - stretto nel perduto fiato
(quella) è stata quella luce a richiamarti quella che persistente ora s'accampa parlandomi di cosa tu attraversi per giorni che si affidano a memorie per altri che raccontano se stessi tu provochi la vita con le mani e via il colore dove prima il grigio sostava a lungo - lunghe le tue dita che schiudono dei rossi accesi il cuore cercandone dell'altro (altro amore)
(il gusto fermo) cercarla - una risposta - in questa vita lo fa chi chiede al vento la parola che sbricioli catene e accenda i lumi al vento che non sa mai riposare e sguscia via in silenzio - rapidamente ma quando noi sappiamo di noi fermi ci prende il gusto di saperci amare che lentamente scende su papille che ad occhi chiusi godono l'istante e vieni qui - certezza che non manca tu sempre muti e sempre sei risposta
(2007) |
Recensioni
Su “il mio naufragio intero”
Non si può inquadrare il verso di Francesco Sicilia se non in una prospettiva temporale più vasta che comprenda i suoi testi precedenti e questo fondendoli in una ricerca evolutiva che è la chiave di lettura di tutta la sua opera. E forse, anche della sua concezione poetica e umana: come fiamma lenta ma inesorabile, amore e quiete insieme, il suo spirito si tende a cercare altri lidi e nuove consapevolezze con l’inesorabile passo del filosofo lento e implacabile e insieme l’esuberanza dell’artista appassionato e dolente. E’ in questa dicotomia la sua forza e la sua novità. Il verso di Francesco è eterno movimento. Mai stabile, mai definitivo, muta verso consapevolezze più musicali, più tornite, si arrampica su per i pendii di ricerche stilistiche che possano aggiungere brevità e sintesi a bellezza e ritmo. Lo si nota nell’armonia di un verso che sempre meno si presta a cesure drastiche per ammorbidirsi e arrotondarsi pur cercando la parola precisa, e solo quella, che davvero incarni lo spirito del suo pensiero, senza approssimazioni.
(Maria Luisa Pesce)
Su "Riflessi e sussulti / Il necessario addio"
C’è chi ha fondato una religione sul dolore, sulla causa del dolore, sulla cessazione del dolore e sul sentiero che porta alla cessazione del dolore. Un poeta può ben scrivere un libro di poesia sull’argomento, soprattutto se il dolore deriva dall’amore e dalla sua parabola, prima nascente e poi discendente, fino al “necessario addio”, che contraddistingue ogni cosa nata. Si tratta di una poesia particolare, che emerge da un amore “impossibile”, o comunque “troncato”, provato da una sensibilità profonda, quella del poeta. In questi casi di “profondità” indicibile il dolore è così forte, che chi riesce a sopravvivere (c’è anche chi si spara…), e ad uscirne, è passato prima da un bardo, da un inferno emotivo che ha sempre il pregio di unificare intorno al dolore stesso tutto l’essere, sia fisico che psichico della persona: Le mani fredde annunciano l’inverno, / i movimenti increduli / meditano sulla trasparenza. / Io vorrei esserci nel mito dei tuoi giorni. / I miei, lenti di febbre, / allineati e folti, / non sanno cosa sia la quiete.” Da questa unità, chi è poeta vero può balzare fuori con parole intense, dall’inusitata precisione e tributarie di ben poche esitazioni. Parole freschissime, con immagini nitide e assolutamente autentiche, prive di pomposità e ricche di esistenza vera, persino dotate di una compostezza semplice,ma in qualche modo solenne, pure se scaturiscono dalla “palla rovente” di inconsolabile perdita che sta piantata nello stomaco del poeta: Ci sono notti pesanti, inattaccabili, / non può che pazientare, / la luna. E forse rimandare / la fase calante, / tirare per le lunghe / il suo fulgore. / La tua assenza è immensa, / un intero deserto da scontare. A questo proposito, tale poesia, si mantiene a livelli elevatissimi fino a quando il poeta accetta il tormento profondo del dolore. La poesia rimane se il poeta si “fa scavare dal dolore in profondità” (citazione a braccio da “Il Profeta” di Kahlil Gibran) senza perdere la presa sulla parola, affinché non debordi, e tutte le strade della sconfitta sono ancora eroiche e colorate di sogno. Invece tende subito a scadere nel momento che la tempesta scema d’intensità,il cruccio trova soluzioni consolatorie e tutto rientra nella bonaccia e nell’attesa di una prossima volta, così che la parola si superficializza, perde essenzialità e acquista pretenziosità. In altre parole si fa giustapposto commento, quando prima era vita ed espressione poetica dal cuore dell’evento. Bravo,quindi, il poeta che in questo caso è riuscito a chiudere, prima di perdere terreno poetico: C’è chi attraversa / la tua storia / stringendola impaziente / d’ascoltarla, dice. / E non s’accorge / che dalla gola stretta / non esce / parola.” La raccolta va quindi trattata, a mio avviso, come derivata da un materiale “poemico” giacente nelle pieghe emozionali del poeta e dal quale si staccano frammenti e stanze, ognuno dei quali ha una propria e splendida vita autonoma, ma tutti sono espressione, come in una “suite” musicale, di quel “sapore unico”, di quella stessa situazione emotiva, che è poi il dato significativo di quest’opera.
(Claudio Bedussi)
Pochissime circostanze, forse solo un lutto che colpisca negli affetti più cari, producono nell'animo lo stesso sgomento di un amore che si nega, rifiutando di materializzarsi o scomparendo - dopo averne fatto parte - dal nostro orizzonte. Un simile evento, tanto comune tra gli esseri umani quanto unico e assoluto in rapporto alla percezione individuale, nella parola del poeta si carica di sfumature che altrimenti soffocherebbero in un nodo affannoso di respiro, voce e sensazioni. Ed è qui una parola ispirata, in grado di governare una versificazione dalle tonalità semplici e immediate, inserite però in un tutto più vasto dove la frammentarietà si fa poematica e l'approccio diaristico si compone in superiore unità. Sono appunti, sfaccettature d'un "diamante emotivo" (la bella espressione è di Claudio Bedussi, al quale si devono altre suggestioni confluite in questa introduzione) che delineano una storia e, precisamente, un poema esistenziale che pare chiudersi dopo ogni lacerto, per riaprirsi continuamente in quello successivo. Ciascun grumo di versi, breve e isolato sul prevalente bianco della pagina, trasmette bene l'idea di questa pausa ripetutamente ricucita, di questo apparente sipario che torna a dissigillarsi dopo ogni momentanea chiusura. Tra riflessi e sussulti, tra pause e accelerazioni, l'attenzione del lettore è in questo modo sollecitata ora a concentrarsi sul singolo attimo, ora a spingersi verso il successivo, in un dialogo continuo tra fissità e movimento. Diciamo movimento e non azione, perchè questa sembra del tutto assente e, anzi, la vicenda ruota attorno a ciò che i filosofi dell'amore (e chi abbia familiarità con un testo classico e definitivo come i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes troverà questa raccolta esemplare, tanti sono i possibili rimandi e i parallelismi) hanno definito pietrificazione: come gettate di piombo fuso, che tuffate nel freddo dell'acqua istantaneamente solidificano, l'anima si specchia e sussulta d'emozioni subito coagulate. Sicilia dà struttura ad un materiale dal quale si staccano frammenti, ognuno dei quali ha spessore autonomo ma partecipa, come in una suite musicale, alla totalità dell'insieme. All'assenza-addio della donna amata c'è chi reagisce con lo sproloquio sovrabbondante e inconsulto, chi invece con l'afasia dalla quale tutto l'organismo, non solo la voce, viene contagiato: l'autore sembra aprirsi una precisa via di mezzo tra il dire e il tacere, in una sorta di iterazione continua (quasi un gioco reciproco a nascondersi) tra parola e silenzio. Il fuoco della sofferenza ha forgiato l'atteggiamento, la sensibilità, lo sguardo del poeta e lui ora restituisce al lettore parole misuratissime e profonde, immagini nitide e autentiche, spoglie d'ogni pomposità o retorica e ricche di esistenza vera, lontanissime da qualsiasi eccesso, dotate di una compostezza a suo modo solenne. Tutto è sottilmente, sapientemente ordinato e, al tempo stesso, tutto si nutre d'un sotterraneo tumulto, come nel Silence de la mer di Paul Vercors. L'enorme forza è tutta in questo minimo dire, in un uso della lingua assolutamente rarefatto e nella quale sfumano i soggetti, i pronomi, persino i complementi, in una sorta di bonaccia emotiva che carica ogni vocabolo di tutto il proprio significante, con parole talmente pesate da renderne rivelatrice anche la minima ricorrenza o, viceversa, la mancanza. Se il poeta è deriso non lo è per le sue inutili ali, come l'albatro di Baudelaire, ma in quanto "irriconoscibile / mentre attraversa i ponti / vertiginosi delle vite", e quando il fiume / delle parole è in piena" l'anelito è per la libertà di uno sbocco verso il mare. L'amante attende che la vita lo riafferri,pelle e narici già sognano / nuovi giardini d'infanzia", ma la quiete si rivela illusoria: mia pace soffocata / talmente dalle guerre / che è facile confonderti / con deboli armistizi". Inutile vagheggiare "nuvole con appigli" e "scrigni da forzare", quando si ha coscienza del tempo che va e delle sue enormi pretese: Son già trascorsi / il ricordo pasquale, la veglia, / il sabato del villaggio. / Speravo in resurrezioni, / o almeno nel passaggio / di un mar morto. / Ora la quiete è scesa, / sovrasta le macerie. / E' solo attraversandole / (a scatti, a strappi, urlando) / che le sappiamo immense: / le ore dell'amore ora passato, / dal prossimo al remoto". Anche i rari momenti di abbandono alla tenerezza sono tutti così, memoriali di attimi trascorsi e irrecuperabili o fantasticherie su quanto non è più: e però c'è un'evidente carica sensuale, sia pure pudicamente trattenuta, nel ripetuto accenno alle "mani" che esprimono e veicolano il desiderio impaziente. Il poeta sa che "il tempo nella solitudine / non può essere croce / sul tumulo", non accetta che il nulla del presente seppellisca sbrigativamente tutto ciò che è stato, e percepisce così non soltanto l'assenza dell'amata, "un intero deserto da scontare", ma anche la propria nell'esistenza di lei: "Io vorrei esserci, nel mito / dei tuoi giorni. / I miei, lenti di febbre, / allineati e folti, / non sanno cosa sia la quiete". Se ha un valore sacro, di preghiera, il gesto di cercarsi, ne ha però altrettanto l'inevitabile distacco, rispetto al quale non ha senso accusare il destino ma solo considerare la concretezza del vissuto: Non credo a dei del fato, / ma a noi". La conclusione, pur provvisoria, è aspra: il poeta vorrebbe fermarsi, finirla qui", smettere l'attesa "di un altro bacio, / di un altro passato", perchè in fondo è questo che creano gli amori, un passato più che un futuro. Ma altri invece ne verranno e ciascuno, beffardamente, "griderà di essere il solo,l'unico. / Tra l'amaro e il cinico, / il secondo sorriso indurirà il primo". Nella seconda parte, intitolata Il necessario addio, il poeta sembra restituire un più esplicito e intenzionale spazio alla parola, alla voce, alla stessa scrittura, evocandole consapevolmente. "Scrivo d'amore / per un'infinità di tempo, / di tempo che descrive / e che parole spande / verso i naufragi al largo. / Dove l'approdo muore, / dove poter raccogliere / ciò che è relitto e traccia. / Raccoglierlo e domani / mi parlerà al passato. / E dunque /sarò stato". Poesia, pertanto, come segno di sè nel mondo e forse, al tempo stesso, come refrigerio nel delirio della febbre, nel dubbio se si tremi "per amore / o per la voce bassa / che non si lascia andare". Prevale una rassegnazione pacata: intime o planetarie / non voglio più saperne / di guerre o spade tratte", fino al punto d'immaginarsi come un monaco stilita su remote colonne / disperse in remotissimi deserti, / per esser più vicini a un dio / o almeno più lontani / dalle troppe parole, / dai troppo disarmonici accordi" (si noti l'ossimoro). Il tutto in un'atmosfera di placido stupore, poichè dopo gli elogi, le devastazioni / dopo fiammate e verbi solitari, / il cuore che si placa è meraviglia. / Nel pieno di burrasche, / batti e ribatti, / non crederò mai che, infine, / ciò che avanza è quiete". Impossibile credervi, insomma, finchè si vive nella tempesta, ma è realistico incantarsene dopo, un dopo che sembra essere lì lì per arrivare. La fiamma si stempera in malinconie ora virilmente esibite ("Spietato, io ci ricordo. / Un'incessante pioggia di parole, / di forse ingenui "ti amo", / e noi sotto l'ombrello giallo / a baciarci con i riflessi / gialli sul viso speranzoso. / Che sia il più lungo bacio, il più lungo silenzio"), ora addirittura languide e crepuscolari ("tempo delle altalene / che andrebbero sospinte, / invece un alito le muove appena"). Una resa lucida, priva di recriminazioni e accuse, nella quale "incalza il necessario addio / ed io mi arrendo", appena pungolato da un'unica amorevole paura, non riuscire / a respirare/ senza il tuo soffio". L'errore è illudersi che quanto è stato possa capovolgersi in orizzonte futuro, mentre guarire è spostarsi lasciando scolorare nel tramonto le vecchie ferite. "Sarà buon segno?", si allarma il poeta accorgendosi che la memoria sfuma e le tracce dell'amata, ognuna al suo posto", assumono una compostezza quasi sepolcrale: ma finalmente realizza come tutto continui per noi ma anche, e ancor più, a prescindere da noi. Mi accorgo all'improvviso / che i nidi sono vivi / e lo scirocco sveste l'estate. / Strano, prendere atto / che non la nostra vita / ha smosso il mondo", in una realistica accettazione del fatto che, per quanto significativo, ciascun vissuto personale resta individuale, votato a tramutarsi "in foto ingiallite e poi / polvere, polvere senza nostalgia". L'ennesimo giorno di assenza della donna si inserisce così in un conto alla rovescia verso una serena capitolazione e un "introvabile epilogo", che ha tuttavia il duplice senso di una catarsi e una resurrezione. "Ho da parlarti, / poche parole / per ore straniere da accogliere, comunque: / lampi d'invidia, sonno, / voci distorte e lacrime / discese verso / l'inestinguibile fuoco. / Gocce per l'infinito sogno / degli alchimisti: / il nero in oro, / finalmente". Fino alla conclusione enigmatica o, forse, soltanto emblematica: "C'è chi attraversa / la tua storia / stringendola impaziente / d'ascoltarla, dice. / E non s'accorge / che dalla gola stretta / non esce / parola". Sembrerebbe che la ribellione contro l'afasia, da cui tutto il discorso ha preso avvio, abbia chiuso il cerchio e sia approdata,per estremo paradosso, alla negazione della parola. In realtà, quel nodo alla gola che strozza la voce è proprio il segno che la pietrificazione è terminata: il corpo, con la sua fisicità, riprende il sopravvento e presto, com'è inevitabile, lo slancio della vita condurrà a nuovi cammini.
(Stefano Valentini)
Su “Filtro d'assenza”
È degli orientali l'idea che il titolo di un'opera ne racchiuda l'essenza. Questo generalmente è valido soprattutto per i testi sacri. Di cui i titoli diventano mantra. Lo stesso si potrebbe dire di “ Filtro d'assenza”, che il poeta pronuncia come mantra della sua solitudine. Perché, benché si tratti di un libro d'amore, d'amore non parla, non in modo rigoroso, almeno. Parla invece della lontananza, della rimembranza, di carezze che non si danno, ma si ricordano, e più e più volte si richiamano alla memoria,nel bisogno irrefrenabile di catturare l'immagine, o più spesso la sensazione del tocco, una fragranza, una ferita di luce, perché, benché pallidi ricordi, possano ancora nutrirci, alimentare l'impressione d'amore, fino a sbiadire, come lividi fantasmi. Accade a tutti di dimenticare: per alcuni è una benedizione, per altri motivo di tenace combattimento, nel tentativo di sottrarre ombre all'oblio. “Filtro d'assenza” è l'icona di questa lotta.
Tu non esisti definitivamente: guardandoti per entrare, l'ho ascoltato. Ora lo so, e i simboli sul foglio hanno udito. Ma sarebbe un torto negare a questo libro la sua natura sensuale. Il corpo, non quello reale, ma quello amato, percepito, intuito, fugge dai versi, velato appena dal velo di Paidos. Le gambe si intrecciano, le labbra sempre più spesso si schiudono nella tensione dell'incontro rimembrato, dove la parola si fa letterale, perché davvero le poesie di Francesco richiamano pezzo per pezzo il corpo amato, fino a ricomporlo in un'immagine sua personalissima che noi possiamo solo intuire, mentre a lui si svela, trama chiara.
Da qui è sforzo minimo partecipare al tuo risveglio. Fantasticano le gambe intrufolandosi tra nebbie degli ultimi sogni. Guardandoti ammetterei di voler riempirti nel primo tempo dei tuoi occhi scuciti. Il poeta vive più spesso nel tempo del sogno e del richiamo delle sue sensualissime sirene, che nel tempo del mondo, a cui partecipa benevolo ma svagato, mai davvero presente. Il tempo della vita che dilata e divampa è nella memoria degli istanti in cui la vita sembra averlo visitato davvero, epifania regale. Una vita che è passata accanto lasciando il suo marchio bruciante, dolorosissimo ma inebriante, a tal punto da volerne perpetuare il ricordo fino alla stanchezza. È che taluni incroci sono più folgoranti di altri, e dal lirismo di Saffo in avanti sembra essere questa l'ambrosia dei poeti. E Francesco, come Saffo, sembra dirci come più caro degli eserciti, più prezioso dell'oro è l'amore degli uomini, al cui altare lui si vota, vittima più che consenziente, ubriaco dei suoi liquori.
L'odore è un'aura, è mentre mi percorri che ti circonda. Parte dal basso, forte, da chiederti se sono le mie gambe a circuirti dopo essersi aperte. Dimmelo prima che scendano occhi bramosi per avvicinarsi al folto per i sensi miei.
(Maria Luisa Pesce) È il dettaglio, l'attimo che s'arresta e ferma il tempo dell'immagine a imprigionarsi nell'atto poetico di Francesco Sicilia. Ed è l'esatto punto di coesione fra stupore e trascendenza a generare la parola insofferente dei propri margini, assetata di nuovi percorsi semantici, abbagliante nel suo essere prossima a rivelare l'avvolgenza del gesto (penso a Dammi una stilla, a Per qualche ora, a “i suoni delle parole/ fanno la spola/ lungo il mio corpo”), quanto il nucleo di fuoco del suo a un tempo germinare e divenire (“Di tuo ho la rosa/in costruzione perenne ”). Non vi è alchemica immissione d'artificio nella perentoria e lampeggiata autenticità nuova e reale di questa poesia; i versi, nubi e macigni, vivono di una vita propria, colta e assoluta, nuda e rovente.
(Rodolfo Tommasi)
L'evoluzione della sua poesia si racconta attraverso le due raccolte principali: la prima, "L'amore anoressico", scava versi, definiti a ragione disincarnati, che stillano duri, obliqui, lucenti, dalla roccia della solitudine che incontra se stessa; l'ultima, "Filtro d'assenza", migra in squarci di quotidiano commisti a ricordi, suggestioni, emozioni, che si condensano in piccoli quadri rotondi o sferici quando profondi. Privazione e Amore sono i temi di entrambe le raccolte, ma la novità vera è il percorso che dall'una all'altra si traccia verso una sensorialità delle parole che si muta in atmosfera di sensualità morbida e colorata. Poesia che si fa tocco e aroma, visione e grido e sussurro. Quali altri sviluppi sorprendenti saprà riservarci questo fine cultore della parola poetica intensamente vibrante di vita?
(Luisa Patacchini)
“… L'amore è quello che ti pare o quello che pare a me. L'amore è rosso come il mare ma il mare è bleu.”
Si avvicina all'umanità Francesco, al suo calore, al suo tepore e scopre come il coraggio, il caso, facciano cogliere che l'allegria nella vita, non tanto quella sguaiata di una risata ma quella delle opportunità di intrecciare assonanze e scambiare sguardi nei quali galleggia una fiammella chiamata A… sia esaltante quanto la… fuga… E apprende che la solitudine crea quella suggestione che ci fa sniffare la nostra grandezza e la nostra unicità. Ci avvolge in una sorta di santità senza gli “altri”. Ci isterilisce però e afferma distanze presuntuose. Non credo alle solitudini indotte, credo a quelle scelte. La tua mi appariva tale. Il sorriso cedevole con cui comunichi con gli altri non può cercare distanze: quindi? Avevo difficoltà a creare una sintonia con la raccolta precedente, erano note attraenti ma ghiacciate, scostanti, che graffiavano la guancia che carezzavi. C'è un'essenza vaga nella vita sbocciata che annusi, ti piace: è l'umanità. I versi iniziali della nuova raccolta novellano che la poesia tutto è fuochè un fuoco vicino al quale scaldare un cuore intirizzito. è solo un trono su cui è assise il nostro ego. La poesia è “una zolla sterile”, la vita una “radice” dalla quale nascerà “l'Amore”. Tu hai imparato ad amarla. Hai bruciato il passato con i “capelli” dell'amata, ed è stato dopo aver odorato la fragranza che essi racchiudevano. Ora le tue parole hanno carne intorno, chiunque avrà piacere di avvicinarle e carezzarle, sapendole consolate. La nuova raccolta di Francesco Sicilia “Filtro d'assenza” è nelle librerie e ciò mi rallegra per Francesco, per noi che avremo la possibilità di godere delle sue “arie” che traducono il nostro senso rozzo dell'Amore. Ci si chiude dentro una “sala da tè” a godere della suggestione che solo l'innamoramento riesce a donare. Si corre sull'onda “dell'inesplicabile” che si infrange su di noi e ci travolge e bagna e ridà “vita” ai nostri lidi aridi.
(Liberato Borrelli)
"Filtro d'assenza", raccolta poetica di Francesco Sicilia, edita da Helicon, è una sorta di diario che fotografa appuntamenti d'amore, incontro di corpi che denudano e rivestono i desideri dell'uno e dell'altra, attraverso la testimonianza della parola che si porge come chiave nello schiudere la porta delle vibrazioni, della seduzione, dei giochi e del detto e non detto che pianifica il tempo nella dolcezza dell'appartenersi, del guardarsi negli occhi per riscoprirsi sempre nel nuovo, nel fluire di una vita che annulli logiche e appiattimenti. Può sembrare audace rendere pubbliche certe poesie che come petali di fiori si sfogliano nell'intimismo del poeta per porgersi ad una diversità di lettori. Per questo c'investe da vicino, abbiamo apprezzato ciò, anche perchè il sogno della trasgressione alberga nell'uomo e nella donna anche se a volte (il più delle volte) solo implicitamente. L'amore e il desiderio di porgersi anelano la trasgressione come forma più compiuta del proprio essere. I versi sono lampi che donano emozioni, suggestioni, che si guardano bene dall'ascendere su piedistalli di retorica. L'esposizione è permeata di originalità, e rende il dialogo d'amore tra i corpi e i sentimenti, una lettura godibile, briosa al di là di quanto è stato espresso per tematica, per proposta che si sono offerte al cuore del lettore più attento o più svagato che sia.
(Ciro Carfora)
Su “L'amore anoressico”
Sempre penetrante nel disvelare le questioni irrisolte che tormentano più delle ferite e non dissetano l'assetato, Francesco Sicilia, attraverso una lenta seduzione poetica, offre i suoi versi che fanno a brandelli la carne, oltrepassano il nulla, fagocitano le decifrazioni e le false apparenze. Le sue parole pietrificate ed erose dai graffi della vita sono pervase da una profonda rinuncia implacabile ma infine sgorgano in abissale divorante Amore.
(Massimo Barile) “C'è bisogno di temerario coraggio per scendere negli abissi di noi stessi”, dice Yeats, e l'opera in versi di questo giovane poeta è il “meticoloso testamento” di chi ha raggiunto “una profondità che fa troppo male”. “Di me avrete il corpo esiliato dalla vostra apparenza, dalla mia.” “Fuori, non siamo nulla di sopportabile, il mondo è altro, perennemente invaso da altro, altro da noi.” “La poesia seduce ciò che, ancora, di vivo appare”, ma in modo ambiguo, perché “anche ciò che salva è, alla lunga, fatale”; siccome mascheriamo il vuoto, con le cose che facciamo: mero anestetismo per placare la nostra ansia spirituale. Dove più stringe la vita, più s'allarga il senso e dove si fa goccia più traspare. Pensiamo al nostro subconscio come ad una cantina buia, ma c'è una lanterna nell'anima che rende luminosa la nostra solitudine, e quando dimoriamo nell'anima, scopriamo che non c'è isolamento, ma intimità e protezione. “L'amore anoressico a poca luce s'arrende”, e “quando una ciocca riflette luce, la vita è possibile.” D'appresso il Verbo è luce, lago d'inchiostro, d'un solo passo lontano: “il silenzio è sangue artefatto, non scorre”. “Non basta aprire i pesanti portali della parola”, occorre varcarli “a labbra arse dalla sete di verità mancanti”, nelle lunghe vigilie, “al cospetto di ogni briciola che si faccia avanti” ,nella ricerca di un'“ancora insopportabile segreto”. “Siamo il nome, trascinato, delle mille possibilità”, profughi, di rifugio in rifugio, senza un luogo da chiamare patria. “Sembra un girovagare inconcludente, e invece è un percorrerti per le vie che hai deciso di illuminare”, perché “l'amore è l'unica verità che soffi aria sostenitrice”. “Le albe fosche, gli alberi scheletriti, i fiori neri, la rabbia, il dolore, la fievole luce, le foglie secche sono l'eco della terra”. Ma, “le lune parlanti” che muovono gli umori della vita, che odono parole trasparenti, che parlano l'evanescente linguaggio dell'anima, rendono fluide le idee che cristallizzano il nostro pensiero, esiliandoci dalla nostra bellezza profonda. Ezra Pound dice che la bellezza ama il luoghi dimenticati e abbandonati, perché sa che solo lì troverà la luce in grado di ripeterne la forma, la dignità e la natura. La società contemporanea è ossessionata dalla bellezza estetica, la bellezza è standardizzata, è diventata un prodotto come gli altri. Nel suo significato autentico essa è invece l'illuminazione dell'anima, una bellezza nascosta dall'ottusa facciata della routine. “Liberami, tu sola, dall'ascolto del perenne me stesso”. Meister Eckart dice che i nostri pensieri sono i nostri sensi interiori. Cembalo di suoni è il corpo del poeta, entrato in vigilia, ma è già presente la divinità salvifica dell'amore e per incontrarla totalmente è necessario lasciarsi alle spalle la paura e affrontare il rischio della perdita e del cambiamento per ereditare il dono prezioso che guarisce e rende liberi.
(Angela Furcas)
Questo intervento occupa uno spazio insolito, perché insolito è il campo dove ho trovato sbocciati degli insoliti fiori dell'anima. Ho cercato di immaginare come coglierli senza sradicarli. Li ho annusati solo, traendone piccole fragranze, dalle essenze acide e per questo attraenti. Le ho sentite come grida che mute girovagano dentro un'aria di provincia fetida e stagnante. Sbrecciavano il “conformismo” assordante di un paese senza identità e senza passioni. In fondo lo travalicavano, si collocavano dentro un territorio che se pur algido era inondato da una linfa che riscaldava il nostro senso di avventura, lo stimolava al suo attraversamento. Al lettore interessato all'esplorazione di una terra fredda e accidentata consiglio la lettura de “L'amore anoressico” di Francesco Sicilia. è una raccolta di poesie, gelide come una notte di inverno passata all'addiaccio, gelide come solo un'anima alla ricerca della propria natura deve essere. Senza cuore, alla ricerca di un sentimento da apprezzare e coltivare, per usarlo poi come legna per riscaldarsi e imparare ad amarsi. L'incontro con esse è stato quanto di più impoetico mi potesse capitare, abituato come ero a farmi assorbire dalla musicalità delle parole, dall'armonia che le parole riescono ad edificare quando la malta che le tiene insieme ha il colore vivido delle passioni. Francesco non ne usa nessuna. Le sue pietre sono incastrate, e laddove lascia delle fessure, un vento artico tagliente ci segna. Ci ama Francesco sfregiandoci perché ci scuote, ci strattona trascinandoci lontano dal tepore delle nostre Mura, dove si trova ciò che veramente ci serve: amore. Quello per noi stessi che poi si apre agli altri. Francesco sa di amarsi poco ma ha il coraggio di gridarlo. Noi ci disprezziamo ma le nostre grida le soffochiamo in gola al punto di far sanguinare le corde vocali e con quelle gocce di noi stessi ci riscaldiamo. Vi sfido a leggere “L'amore anoressico” per poi confrontarci sul cibo che neghiamo alla nostra anima.
(Liberato Borrelli)
La prefazione è firmata da Massimo Barile che sottolinea come le parole di Francesco Sicilia puntino a suscitare emozioni, attraverso una lenta seduzione poetica. L'amore, spesso fa paura. Ci mette di fronte all'alternativa dell'altro, dovendo inevitabilmente rinunciare all'egocentrismo. Un pregevole lavoro, un'opera interessante per il sentiero poetico che intende percorrere e rincorrere l'autore.
(Niccolò Carosi)
|