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Felice Serino
Nato a Pozzuoli nel 1941 e residente a Torino. Autodidatta. Interessi vari; poesia, astrologia, mail art.
Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.
Tutta la sua opera è visibile on-line, anche in versione e-book. Dal 2007 ha aperto vari blog; rilevanti quelli su My Space.com e su Splinder.com
Pubblicazioni:
  Ha pubblicato le raccolte: Il dio-boomerang 1978, Frammenti dell'immagine spezzata 1981, Di nuovo l'utopia 1984, Delta & grido 1988, Idolatria di un'assenza 1994, Fuoco dipinto 2002, La difficile luce 2005, Il sentire celeste 2006 (in e-book), Dentro una sospensione 2007, In una goccia di luce 2008, Lacere trasparenze 2010.
Sito web: wolang.xoom.it

 

Felice Serino


Cospirazioni di Altrove

-sospensioni trasparenze echi-


2010



mistero l’Altrove
da cui si parte / di cui si è parte




miracolo d’amore – fuori e dentro
noi – la vita che si apre: cospirazioni





A STEPHANE MALLARME’


tenue rosa d’albore

nel cuore fiorite di cielo



HO SOGNATO DI ESSERE TRASPARENTE

vortico in un vento
di luce

da fenditure di un sogno
spio il mondo



CONSAPEVOLEZZA DELL’ESSERE

tanto piccolo sei e disperso
come pulce sul dorso di un mulo *

ma il cuore che non può morire
infiniti universi racchiude


*da una frase di Erri De Luca
intervistato dopo il terremoto di Haiti




EMANUEL SWEDENBORG

lasciami entrare nel tuo sogno
adesso che col soffio di Dio
ne scrivi pagine ineffabili
pensieri pettinati di luce
eccelsa danza dell’aria
dalle labbra della notte stanotte
mi pare udire da un-dove-che-non-so
una sinfonia da musica delle sfere

lascia emanuel che entri
nel tuo Sogno



NELL’URLO

(mercoledì delle Ceneri)

nel giro delle braccia
le acque del mutamento – le mani
a impugnare il limite

penetrare in sé
nel profondo – eredità
di cicatrici – dove si tende
una strada nel cielo

rigenerarsi nell’urlo
della croce




UNA LUCE

non sarai tu a scagliarla la pietra
che negli anni sfasati
più d’una volta tornasti contrito
a casa anche se non ti fu
ammazzato il vitello grasso
che ti specchiasti nel fondo più nero
del nero anche se non s’udì
canto di gallo quando
tradisti la vita spinto ad un atto
anticonservativo
che infine piegato
dalla croce una luce
a forma di un angelo fu
a strapparti dall’oscenità
del tuo tempo facendoti espandere
in un’emorragia di versi e di
energia positiva
che nel viola del tramonto
fosti padre e ora nel tempo
declinante sarà forse tua figlia
che ti farà da madre




GIORNI ORFANI

piange il mio spirito
nell’usura dei giorni
orfani di poesia

la morte della Bellezza




ALBERI CHE CAMMINANO

[ispirata a un intervento di Erri De Luca per Emergency]

a Madre Teresa
e altri ‘grandi’ fino a Gino Strada


il cieco della parabola vide
quel giorno
allucinate figure
uomini a forma d’alberi
che camminano


oggi dallo scrittoio del cuore
vorrei dirti gino
che insieme a te si alzano
dalla radice del bene

alberi che camminano
anche se
quasi nessuno li “vede”: santi
di questo tempo




VOLTI AL CIELO

(ai martiri della cristianità)

1.
(testimoni –
non maestri coi loro
fiumi di parole)

vòlto al cielo colui
che grida nel deserto – l’uomo
pneumatico - *

2.
in visione celeste rapiti e
fulminati
sull’altare le mani
a benedire – rosso fiore
sul petto –
gli oscar romero della storia


* per San Paolo è l’uomo spirituale




NIENTE DA PERDERE

appollaiata sulla tua spalla dalla culla
se la pensi ogni giorno quando
ti radi o vai a letto è per
esorcizzarla o scacciare la paura
dell’ignoto
fartela amica

la morte

-essa
non dissimile dalla vita: seme
che trama nel buio
cospirazioni del nascere-

e dunque: niente da perdere
col disfacimento se oltre il fragile
apparire sarai tutt’uno
con l’immenso corpo cosmico
nell’eterno girotondo dei
pianeti
nel sorriso di Dio




DAI CIELI DEL SOGNO

precipitare dai cieli del sogno
fino all’età adulta
richiami di sapori
di voci l’odore
del mare inalare il vento
salato sibilante sotto
le porte -
gibigiane echi
liturgie
di memorie
l’iniziazione del sesso
i segreti

… cieli dell’adolescenza
passati come in sogno




IL RAGGIO VERDE

[ad Agnes (Madre Teresa)]

filtra raggio verde dalla porta
della conoscenza

accedervi con la chiave della
compassione

-anima assetata in estasi-
sanguinando amore




ABITO CELESTE

(parusia)

“tutta la creazione geme…”

1.
da sogni di vetro e
da pioggia d’uccelli sarai
risvegliato

e
di luce
rivestito

(staccato il pungiglione
alla morte)

2.
e la tua lucy? e il tuo rex?
questi un’animula non sai se
ce l’hanno

di certo gli manca il senso
del trascendente
essi non si sporgono
sulla loro morte a cogliere
il proprio profilo finito





GRAFFIO

A Giovanni Giudici
[leggendo “Lume del tuo mistero”]

graffio di demone mi brucia
seguitando sua scia di miele




SOGNO BAGNATO

[dalla parte dei traditi ed uccisi]

vedere l’angelo
della morte
entrare nel mio sogno

ed io riverso
sul selciato
lo stupore del sangue
le viscere nelle mani

“tu quoque brute”
... per mano di chi
si credeva amico







* * *


LACERE TRASPARENZE, 2009


A Flavio e Teresio, in memoria

___

La poesia allena l' "analfabeta"
ancora vergine di conoscenza
a "disincagliarsi dalla vita"
e a viaggiare dentro il mistero
(che è la somma delle verità).

Raffaele Crovi

*


E TU A DIRMI

lanciarmi anima-e-corpo
contro fastelli di luce
specchiarmi
nella sua follia

e tu a dirmi: Lui
-l'irrivelato-
nasconde il suo azzurro - è
lamento amoroso

***

L' ANGELO

noi lacere trasparenze
-sostanza di luce e di sangue-
a superare d'un passo la morte

solleva l'angelo un lembo di cielo
svela l'altra faccia del giorno

***

IL LATO OSCURO

e se fossi stato
dell'altro sesso in una
vita precedente
e ne avessi perso
memoria?

(ipotesi remota dici - di certo
campata in aria) -
tendendo a tralasciare
junghiane profondità
scoprire come in un test
il lato oscuro del Sé
totale la parte
inconfessata (semplicemente
naturale) - la tua percentuale -

***

PER METAFORE

a mimare un amore
anteriore a noi si vola
nel vortice della luce

"partire è la vita"

(farfalla
di fumo)

foglio bianco schizzato grido

***

DOVE PIOVE MUSICA

[a David Maria Turoldo]

ai confini del cuore
zona rischio lebbra

dov'è l'io
luogo-non-luogo dove
piove musica

rendimi bianco
come neve delle vette

Signore

***


A RITROSO
(hikikomori)

un vivere a ritroso
le spalle all'oriente
dove
cresce la luce
vuoto delle braccia
vite
separate

tra l'ombra e l'anima


hikikomori: in Giappone sono oltre un milione.
E' il fenomeno di ragazzi che vivono di "rapporti" virtuali
chiusi nella loro stanza fuori dal mondo.




***
DI QUA DEL VELO

1.
onirica visione dell'eden
dove profuma Signore
di abele il tuo giorno

2.
un cielo bianco di silenzi
di qua del velo vascello
fantasma

***

L' INDICIBILE PARTE DI CIELO

indicibile la parte di cielo
ch'è in te e ignori - dice steiner
l'uomo in sé cela un altro
uomo: testimone che ti osserva e
sperimenti ogni ora:

basta che solo
un verso o poche note ti richiamino
a una strana forza interiore:
e cessi
di sentirti mortale


***

RIESSERCI

in noi con noi come un
riesserci

spessore davamo alle
emozioni

cercavamo lo stupore


e lo stupore era Dio *


* da un'epigrafe


***


BARABBA

-e gli esecrabili
delitti e la vita
tradita?
e il sangue innocente?

-non ricordo: in verità ti dico
l'Albero di sangue
virgulto di mio Figlio
il Giusto
si è ingemmato

ed espande nei secoli
le sue radici
in un abbraccio totale

***

RIEMPIRE I VUOTI

riempire i tuoi vuoti di cielo
e un angelo che ti corre nelle vene
come sangue e il bianco grido
del vento che sfiora
i contorni del cuore a smussarne
gli angoli vivi il dono
di una parola (cara
e rara non di circostanza)
corredata dalla luce di un
sorriso ad hoc

***

AUNG SAN SUU KYI

non violentate la primavera
del suo giovane sangue
non pugnalate la colomba
del suo cuore aperto
alla compassione

non schernite la disarmante
verità che proclama
aizzandole contro
i mastini della notte

dal suo sangue si leva alto
il grido d'innocenza
a confondere intrighi di potenti

***

DI ALTROVE
[La gente non è cattiva: ha solo paura di essere buona.
Eduardo nel film Campane a martello.]

di Altrove
è lettura capovolta il mondo

chi ti dà
occhi buoni per il cielo
se non sai vedere

così la cieca
sopraffazione
la gioia cattiva del sangue

***

CASA DI VETRO

carne fatta velo d'aria
dalla consistenza del sogno
ectoplasma o luce-
ombra che si ricrea
questa e non altro la fragile
casa del corpo di vetro

***



CUORE TRASPARENTE

1.
non la doppiezza non l'apparire:
chi sei veramente è più forte di te

2.
fra cristalli dell'inverno è schiusa la rosa:
l'amore sai impollina la morte


***

QUEL SENSO DI...

aspettando sempre qualcosa
qualcuno - affacciato
sull'Indicibile -
in attesa giungano da un dove
riconoscibili
un nome una voce -
quel senso
di sperimento quando la vita
è una coperta troppo corta

-dove sono "io"?-

quel senso di...


aspettandomi -
aspettando di nascere


***

LIBRO

mastica piano la morte
il libro del corpo - orecchio
del cuore - : fatuo
risillabare palpiti di soli
fino all'ultimo
rigo-respiro
-congelato di bianca luce

***


EFFETA

di Dio il dito
la saliva il fiato

ri-fiorisce vita
in cuore
disabitato


***


NASCOSTO STARO' NELLA ROSA

finché non avrà inghiottito
il tempo osceno il suo grido
nascosto starò nella rosa
azzurra della poesia


perché non intacchino
i veleni del mondo
la bellezza del cuore

***

VITA IN SALITA

vedersi su un piano
inclinato esistere -
sperdimento in
lunato albeggiare
su deriva dei sogni
-lama nella mente-

incrinata azzurrità
il vetro del cuore

***

LA LINEA SOTTILE

non crederlo un viaggio
interspaziale o come andare
sulla luna ora più "vicina":
è varcare la linea sottile
che divide l'essere dal Sogno
infinito l'oltretempo ai bordi
della luce ove fanno corona
frange angeliche ad accoglierti
veramente v i v o

***



IN UNA GOCCIA DI LUCE


Vedere un Mondo in un granello di sabbia
E un Cielo in un fiore selvatico
Tenere l'Infinito nel cavo della mano
E l'Eternità in un'ora.

William Blake

*


IMMERSI NELL'ASSOLUTO

come in una bolla d'aria o goccia
di luce

si ha vita
nel fiato del Sogno infinito


SPIOVE LUCE

spiove luce
di stelle gonfie di vento
col tuo peso
greve di limiti
ti pare quasi vita sognata
il vissuto già divenuto memoria

siamo frecce
scagliate nel futuro
o il tempo che ci è dato è maya
e si è immersi in un eterno presente?


AVVOLTI NELLA LUCE
[ispirato dalle parole in apertura,
che mi hanno tormentato per giorni]

se nascere nella morte
è questa vita
breve sarà il vagare
nella tenebra della conoscenza
per noi apprendisti dell'Indicibile
avvolti
nella luce della Parola
legati da una promessa di sangue
a Chi ci tende nei secoli
le braccia aperte in forma di croce


SIC TRANSIT...

confidare
nelle cose che passano
è appendere la vita
a un chiodo che non regge

è diminuirsi la vera ricchezza -
arrivare all'essenza -
lo scheletro la trasparenza


DISTACCO

giungere dove ogni linea s'annulla

un brivido bianco... e sei altro

fiume che perde nel mare il suo nome *

* da un verso di Billy Collins


IN UNA GOCCIA DI LUCE

s'arresterà questo giro del mio sangue
lo sguardo trasparente riflesso
in un'acqua di luna
sarò pietra atomo stella
mi volgerò indietro sorridendo
delle ansie che scavano la polpa dei giorni
delle gioie a mimare maree
nullificate di fronte all'Immenso
allora non sarò più
quell'Io vestito di materia
navigherò il periplo dei mondi
corpo solo d'amore
in una goccia di luce


LIBRO SACRO

leggerne una pagina al giorno

perché la fede non sia acqua
Colui che te la dona
fallo uscire dal libro sacro
le righe nere diventino il tuo sangue
fa' che sia pane
non polvere nel vento la Parola


SCAVANDO NEL PROFONDO
a Giuseppe Soffiantini

rimuovere i macigni
di odio e vendetta
che tengono in ostaggio per la vita:
il perdono
un atto creativo un rifiorire
dentro: questo
lèggere si deve
nel tuo animo regale
tu che umanizzasti il tuo carnefice

tu che sai il dolore
della luce - sentinella dell'aurora



NEL SEGRETO DEL CUORE

tenere in serbo scomparti
colore del vento che oblìa
memorie: rossi
come il sangue della passione
verdi come le prime primavere
azzurri come il manto di madonne

custodirvi gocce di poesia
cavalli di nuvole ed arco
baleni -
le coordinate dei sogni - e
l'insaziato stupirsi della vita
da respirare su mari aperti

- che tenga lontano la morte


L'ESISTERE SPECCHIATO

con lo stillicidio
del tempo a subire
questa piaga dalle nove porte *

ma a te presente un altro
te - il Sé celeste - l'esistere
specchiato: vita che si guarda
vivere -
un mondo in un altro

*il corpo secondo la Bhagavadgita


BARLUME

qui non altro
che un barlume di vero
dove cielo decaduto
è il cuore in tumulto
che spera anela a una riva
di pace

per acquietarsi



RI-CREARE LA BELLEZZA
A Lolek (Karol Wojtyla)

la pietra scartata è la prima
della Bellezza - che trasuda
il sangue della luce

- posata sulla stoltezza
del mondo


PENTECOSTE

aleggiare dello Spirito sulla
creazione

l'Avvento: respiro
dell'Altissimo
(virgola-di-fuoco) in
fragilissimo cuore
- un angolo
di cielo


TURBINE VORTICA

turbine vortica intorno al chi sono

non altro sapere che la tua
inconsistenza

- ma a un tempo
di contenere un mondo -


IN LIVIDA LUCE DI CREPUSCOLO

sulle braccia
della Croce
ci amasti da morire

in livida luce
di crepuscolo
per compassione Tu
ti spezzasti *

... e
fioristi

amen

* verso di Ungaretti




L'INVITO
Il poeta: un vuoto
G. Seferis

e tu di nuovo ostaggio della notte
l'invito
l'abbraccio del vuoto

parola neo-nata
la chiami nel buio
l'innervi in parole

la plasmi a scalpelli di luce




UNGARETTIANA

su un refolo di vento
adagio
la vita
trasognata





A CARLO ACUTIS

Morto a 15 anni di leucemia l'11.10.06
(del quale è stato avviato l'iter per l'apertura della Causa di Beatificazione)

ti so dolce presenza
-tu che visitavi i giardini
del cielo-
ti so dentro di me come
un amico o un figlio
l'altra notte in sogno
nell'apparirmi mi dicevi
sono uscito dalla vita vivo più che mai

-qui è il prima da dove siamo
venuti
si sta di un bene è un'infinita
fonte di stupore
noi voluti dal Cielo siamo stelle
per corona alla Madre Celeste





STEP

pensieri distesi nel mezzodì
incendiato -
sul letto una lama
di luce obliqua e nella
mente in sopore
insieme a un pezzo
di mare

il perdurare la tua immagine
di poco fa il moto
dondolante
del corpo - fatto d'aria -


QUESTO PANE

perché lo permette ti chiedi
permette tutto questo
ti senti dire: è una prova che ti dà
"dal male trae un bene" anche se
non puoi capirlo - allora
giustificato dal Suo sangue
spezza insieme agli altri questo pane
bagnalo di tutte le lacrime
del mondo
non una briciola si sprechi di questo
dolore


DELL'INDICIBILE ESSENZA

dell'indicibile essenza -l'altra
faccia del giorno-
noi sostanza e pienezza

solleva l'angelo un lembo
di cielo: in questa vastità soli
non siamo: miriadi
di mondi-entità ognuno
in una goccia
di luce



DA UN'ONDA DI SOSPIRI

da un'onda di sospiri
risalire in sogno
la morte

fiorita dal grido
di albe di cenere e
fermenti di voli
nel turbinio del vento



WELBY

nel giorno acceso
in trattenuta vertigine avvolto
nel mantello del vento
sporgersi da una rupe di passione
in un amen il ripercorrersi
di stagioni di là del mare
cogliere il fiore-essenza del tempo
sognare d'essere quasi
una finzione
- la morte un paradosso



NEGLI OCCHI FORTI DELLA LUCE

[ispirata all'alba del 19.10.2008,
a 11 giorni dal mio 67° genetliaco]

negli occhi forti della luce
vive il paese innocente

-dove approdare l'anima
esausta
di vita dispersa-
(una
gomena di avemarie
porge l'angelo a riva)



VASTITA' DI TE SOLO
[su un verso di Ungaretti]

vastità di te solo
penetrata nei sensi:

nella tua fragilità
lo stupore
di sentirti un mondo

una “fibra dell’universo”


-IN UNA GOCCIA DI LUCE - 2008


* * *

LA BELLEZZA DELL’ESSERE

la bellezza dell’essere
è di una certa età
dipende
dal modo in cui la percepisci
quando ti commuovi per un nonnulla
scambiando un sogno per una visione
ti senti tornato bambino
lo sguardo perso ad inseguire un volo
non temi l’ ignoto
quando in vita ti sei ben speso



SULLE RIVE DEL MISTERO

ciò che non appare mistero
neppure è bello *

fragile come i sogni
spaesa il cuore
di là del mare

tutta
una vita –
… finché lo spaesare
non si adagia
sulle rive del mistero

* frase presa in prestito dal mio amico
pittore-poeta-critico Andrea Crostelli




MAYA

il di qua dice l’asceta
non è che proiezione
nel prisma azzurro del giorno

sentenzia
che perfezione
è la carne che si fa spirito

non si terrà conto
del corpo che si nutre
che è già della terra

si è dunque
del cielo o anelito
d’infinito ancor prima
del primo respiro?

- certa è la fiamma che dentro
ci arde – sottile -


IN SOGNO RITORNANO
[ispirata nella notte del 25.3.07]

in sogno sovente ritornano
amari i momenti del vissuto
che non vorresti mai fossero stati
per cui accorato in segreto piangi

si affaccia nel tuo sogno bagnato
quel senso di perdizione
incarnato nel figlio
prodigo che fosti

emerge dai fondali
dell’inconscio dove naviga
il sangue e tu
disfartene non puoi


INSOSTANZIALE LA LUCE

insostanziale la Luce
nella carne si oscura
(energia fatta densa)

luce verde della memoria
scuote la morte:

il nocciolo del tempo
nel buio delle vene è universo
presto deperibile


UNA VITA
(a Jung)

perdutamente
dei sangui
l’aprirsi d’echi
su cieli
anteriori
lo spazio
d’un grido


PREVITA

cosa saremo ora non sappiamo
bene ci conosce il Demiurgo già
in mente Dèi eravamo prima
della creazione pur senza saperlo
ingabbiati come siamo in questa vita

puro anelito di spiccare il volo



EVOCATIVO

come in una bolla d’aria

si ha vita
dentro il fiato
di sogni sgretolati



RICORDA
[ispirandomi a David Maria Turoldo]

sei granello di clessidra
grumo di sogni
peccato che cammina

ma sei
a m a t o

immergiti
nella luminosa scia di chi
ti usa misericordia

ritorna a volare:
ti attende la madre al suo nido

ricorda: sei parte
dell’Indicibile - sua
infinita Essenza

nato
per la terra
da uno sputo nella polvere



LACERA TRASPARENZA

insaziata parte
di cielo
vertigine della prima
immagine
e somiglianza
vita
lacera trasparenza


sostanza di luce e silenzio

sapore dell’origine

fuoco e sangue del nascere




ALLA FINE DEI TEMPI

“Per risplendere devi bruciare” – John Giorno

deve il maligno consumare
il suo fuoco - stravolgere
la faccia del mondo
fin quando uscirà di scena

la vita: “la vita può andarsene domani” *
- cerchio breve che si chiude

la consolazione per chi resta?
aspettarsi alla fine dei tempi
un radioso trapasso:“ch’io
non resti confuso…”


* verso di Paolo Bertolani


QUALCUNO MI CONOSCE

somigliano i sogni
a queste nuvole a stracci

mai come ora
ho bisogno d’un gancio
per appendermi al cielo



LONGEVI

brindano al mistero della vita
forzano le porte
della sera – vedono oltre
dove altri non vedono: per loro
il sognare non ha più fine:
hanno occhi
lavati con acqua celeste


UN SOLO RESPIRO

la porta stretta –
dove macera amore

(nell’oltretempo risiede
il Verbo e
il suo cuore-battito
d’universo)

a un solo
respiro si tende –
oltre un tempo
di transizione


IL PARADISO SE AMIAMO
(sentenza facile con versi facili)

[ispirata la notte del 2.9.07]

(il grido dell’afflitto
anima sparse stelle)

terra è dolore il cielo amore?
l’inferno ce lo facciamo noi

terra è pianto?
il cielo canto?

il paradiso se amiamo
è già qui



NELLA DANZA

quando ti adagerai nella tua ombra
e avrai già l’inverno nelle ossa
esulta perché sarà l’ora
d’essere trasfigurato
pervaderai con una particella
di te ogni cosa
l’anima si confonderà con le stelle
allora entrerai nella danza
nel Signore della danza



ENTRARE NELLA LUCE
[ispirata nel dormiveglia il 2.10.07]

1.
leggere sull’acqua
lettere storte
camminare nel mistero a volte
con passi non tuoi
“sei condotto là dove non vuoi”

2.
essere e proiezione
del Sé
(per speculum in aenigmate):
nella parusia entrare nella luce
goccia che si frange nel sole
- che contiene un mondo





IL SOGNO E’ UN’OASI

1.
un grande desiderio di azzurro
urge nel sangue
senza più odio e dolore
solo amore –
un arcobaleno di amore

2.
nella notte dell’anima
acceca il bagliore della lama
dello sparo – “caino dov’è
tuo fratello” –
ancora e ancora
l’assordare
dei martelli che inchiodano al legno

3.
è il sogno un’oasi di pace
nel cuore devastato

… non si tende alla bellezza?


SE CI PENSI

capisci quanto provvisoria
è questa casa di pietra e di sangue
dove tra i marosi il tempo
trama il tuo destino di piccolo uomo?

se ci pensi:
quale enigma ti sovrasta
mentre la vita non è che un batter d’ali

- e tu immagine
passeggera dentro gioco di specchi
copia sbiadita riflesso del riflesso -

ci sei ma non ti appartieni
sebbene all’esistere
ti attacchi come ostrica allo scoglio

mentre ti ripugna
il disfacimento lo scandalo
della morte il salto nel vuoto


MONDO
(contro le guerre)

freddo incanaglito la tua iniquità
è specchio che deforma
la bellezza del creato

tu esperienza della ferita
col poco amore che ispiri
ci lascerai incastrati
tra questa e un’altra dimensione?

mondo: piaga e grido
dell’uomo incompiuto
vòlto al cielo


io ti detesto - mondo


MOMENTO
ad Angela

[ispirata in dormiveglia il 28.10.2007,
a 48 ore dal mio 66° genetliaco]

torpore:
velo di tenebra sugli occhi
mano che ti muore nella mano

ed è bellezza anche questa:
minimo ritaglio dell’eterno


A SPECCHIO DI CIELO

a specchio di cielo
il tuo coniugarti
corpo-amore
albero che veste
primavere
grido
di terra
benedetto -
fonte di luce-vita
corpo-amore


ANELITO

rinascere dal cuore

come una fortezza
il peculio di pena ha elevato
il silenzio al rango della luce


SU UN VERSO DI PESSOA

prolungato sopore
postprandiale

di felicità effimera
brucia il tramonto in un volo
che si perde dietro l’ala
del palazzo ottocentesco – fino
a che arriva lo sguardo…

(apparizione in sogno o forse
déjà vu?)


dove ha fine la vita
“è solo la curva della strada”


da "LA BELLEZZA DELL'ESSERE", 2007



* * *


Ancora la vita
come fosse un altrove
da abitare nel sogno

Elio Pecora



SE QUESTO MONDO

se questo mondo ti ha forse
deluso è perché ho lasciato
che ti perdessi e dal tuo
vuoto mi tendessi le mani

su me che sono Altro
roveto che arde e non consuma
scommetti pure la tua vita

non vergognarti di me che sono il giorno

ho offerto il mio Essere
carne e dio
al supplizio del legno
mia rivincita d’amore

sono il mattino che ti coglie
cuore di madre




LETTERA (frammento)

non angustiarti se non sai pregare
se preghi con la testa tra le nuvole

lo fai e bene se spandi
su foglio metafisica luce

e il soffitto ti si fa cielo





E’ IN TE NELL’ARIA

è in te nell’aria
sottile la senti la mancanza
di vita piena
come applaudire con una mano sola

ma è regale regalo
questo rapido frullo
d’ali
atto d’amore
non affidarlo nelle mani del vento

sii àncora
gettata nel cielo



E’ VELO CHE CADRA’

1.
è velo che cadrà
la carne

2.
rendere fruttuosa la morte
perdendo la vita

(rovescio
dell’io tra nome e senza nome)

3.
ma è l’amore che mi sceglie

(nudo
alla luce)

4.
ho sognato d’essere trasparente



VISIONE

imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l’attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale





QUEL SORRISO
a R.

oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell’aria
ti appare ora sospeso come fumo

lucido incanto il tuo
sperdutamente altrove –
l’ha disperso il vento





VERTIGINE DEL VUOTO
[leggendo E. M.Cioran]

sognandosi al di sopra dei precipizi

le vene cariche di notti
carpire qualche vertigine all’Abisso





ELEGIA DELL’ULTIMO GIORNO

ormai è passata come tutte
le cose dell’aldiqua prendila come
un sogno anche se sogno non è
questo nell’ultimo giorno avrò da dirti
fratello a me nella carne e nello spirito
marchiato a fuoco
ma tutto questo doveva accadere ti dico
perché “si compissero le scritture”


ora m’incolpi del mio silenzio e
Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia
venivano spinti sotto le docce a gas
Io ero ognuno di quei poveracci in verità
ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda
del carnefice quando fa scempio
di un bambino innocente
Io sono quel bambino ricorda
“quando avete fatto queste cose ad uno
di questi piccoli l’avete fatto a me”

anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce
la più abietta la benedetta
anch’io ho urlato a un cielo muto e distante
Padre perché

perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto



DAL DI FUORI

1.
precipitati da un primo
mondo di luce indivisa –
essere qui e insieme
altrove

dal di fuori il pulsare
dell’universo
impregnato di dolore e di canto

2.
questo dolore questo
canto: ne siamo
l’essenza

siamo volti che galleggiano
sulla superficie di un sogno




RISVEGLIO

tra le pieghe della storia
c’è satana
che strappa
le più belle pagine di poesia

un giorno i morti
risvegliati
da pioggia d’uccelli
le ricomporranno
in musica celeste




SOSPENSIONE

un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio

riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi




SCONNESSIONE

pensavi guadagnare la chiarezza?
la vita imita sempre più il sogno
nelle sconnessioni avanti con gli anni

ti coniughi ad un presente che s’infrange
dove l’orizzonte incontra il cielo:
e ti sorprendi a chiederti chi sei
oggi da specchi rifranto
e moltiplicato
mentre il tempo a te ti sottrae




SPERDIMENTO

silenzio-ombelico di luce

(le ombre corte l’aria
incendiata)

affondo in vertigini di cielo

… unforgettable…

le uve
dei suoi occhi ad addolcire il sangue

nello sperdimento
del tempo che si sfoglia

quest’ora squama
il mio cuore di paglia



ALZHEIMER

dello stupore della vita
egli non ha memoria
né dell’infanzia
né di un amore
ora intagliato
in una finestra
consuma giorni in attesa
che gli si sveli
il paese della meraviglia –
dove la mente
come un sole si e s p a n d e



“LA VITA… E’ RICORDARSI DI UN RISVEGLIO”
[leggendo Sandro Penna: una cheta follia, di Elio Pecora]

sotto un mutevole cielo chiuso
nel tuo grido di diverso

cresce la luce a cui vòlti
le spalle: voglia di sparire
dentro un sogno o restare
nell’ora dolce dei vivi

- mosca impigliata nel miele



LASCIATE CHE SOGNI

lasciate che sogni il paese
delle più dimenticate musiche
dove vibra la segreta stella del mio sangue
il paese del Tutto dove nel tutto esisto
senza limiti
in una infinita danza dove sono la danza



LA NOTTE LATERALE

unghie crescono nella morte

il gravitare dell’ombra che
ti segue a lato - questo
sentirti enigma vederti
nel sogno moltiplicato
da una vertigine di specchi a
scalare la notte



MORIRE A RITROSO

amiamo ciò che passa legati eppur distanti
a corpi di carne mentre il tempo scava lento
per noi e per la morte che buca la notte
è un morire a ritroso finché si esce da questa
vita da questa morte



PREGHIERA

spogliami Signore da questa morte che mi veste
lasciami rifugiare come un uccello bagnato
nel tuo dolcissimo abbraccio di madre
che racchiude il respiro degli oceani il poema del vento
che è onda di suoni e soavissimo amore
fa’ che nello specchio del cielo
mi pervada l’angelica ebbrezza
del girotondo planetario non prima che quest’anima
indegna si lavi nel sangue di tuo Figlio



L’ESSENZIALE

arrivare all’essenziale: via
il superfluo (lo sa bene il poeta - un
sansebastiano trafitto
sul bianco della pagina)

così il corpo: si giunge
col vento azzurro della morte
al nocciolo: all’Essenza: non altro
della vita
che avanzi in pasto al suo vuoto
famelico –
quando nella curva
del silenzio
essa avrà ingoiato la sua ombra



NON POSSIAMO CONCEPIRE

non possiamo concepire come
chi ci ha lasciati
in un fresco mattino di settembre
ci appaia più grande si espanda
corteggiando le stelle
questo è parte del mistero
non dover essere ma essere-di-più
in pienezza
e perché poi ti sconcerti che l’io
debba disintegrarsi con la sua
tronfia ruota-da-pavone
quest’io a cui credi appartenere?



NEL BUCO NERO DEL GRIDO

nel buco nero del grido
s’attorciglia
la spiralante
vertigine di munch



LA PARTE CELESTE

vera rivoluzione sarà
l’oltre: mi sveglierà
nel sole in un paese
innocente *– il cuore
s’irradierà di gioia
piena nella vertigine
della luce – ricongiunto
alla parte celeste
puro tornerà alle
origini – perso e
ritrovato –

al seme della meraviglia

* da un verso di Ungaretti




AD ALTEZZE SEGRETE
(volontariato)

sperimentare l’Indicibile

spendersi
in un percorso di amore
il cuore aperto
ad altezze segrete


sperimentare l’Altro da sé
nel diversamente abile – pasta da
modellare: ci affondi
le mani e ci rivolti
la vita –
lui ti ricambia con l’oro
di un sorriso



RAMMENDI AZZURRI
(per il 25° anniversario di matrimonio)

in braccio al vento
questo giorno dai rammendi azzurri


da DENTRO UNA SOSPENSIONE, 2006



* * *



ARCHETIPI O LETTERE CELESTI

sulla pura pergamena
della sostanza primordiale
tutti i pensieri lo Spirito scrive
con l’inchiostro luminoso
della divina emanazione: nel Libro
dei libri sotto forma di archetipi
o lettere celesti si trova tutto
quel che fu è e sarà



POESIA COSMICA

io-non-io:
lasciare che mi superi
la luce

sentirmi espandere
nell'amore
infinito sparso per il cielo



ROL

nel giro
di una luna ti sognerò levarti
da orizzonti
di fuoco su cavalli
d'aria
dipingere arcobaleni
coi colori dell'amore



MIO SANGUE ALATO

tu come un’esplosione
all'aprirsi del fiore –

vita: mio sangue alato

lascia che m'incenerisca
per rinascere adamantino
nell'aria come fenice
lascia che della luce
della tua saliva
fino al cuore mi bagni

ah sentirmi avvolgere
nel risucchio del vuoto
tuo affamato…



SPRAZZI DI PACE

spiove dal cielo una luce
di stelle gonfie di vento – quasi
provenisse dall’oltre

nel cuore un aprirsi
di sprazzi di pace: vedermi
in tutto con il mio sognare –

il vissuto la vita
sognata



L’OMBRA

negativo di me mio vuoto
in proiezione mi copia con inediti
profili tagliati nella luce – se dal
di fuori la spiassi mi direi sono
io quello?

pulviscolare ha i contorni
del sogno e i suoi fòsfeni
si spezzetta se riflessa inafferrabile
fantoccio mi diventa
pure mio vuoto mia metà

che estinta con l’ultima sua luce
rientrerà nel corpo-contenitore
unificata con la terra – senza un grido
tutt’uno con la morte –
senza perché – solo ombra



IL PECULIO DI LUCE
(a Simone Weil)

1.
(occhi come laghi
abbracciano da eco
a eco fremiti di vita)

ha mani che sfondano muri
di solitudine – amore

2.
germoglia grido di luce
da nuovo dolore



SIESTA
[entrando in un sogno lucido con la visione dilatata
di gatta che si stiracchia]

le fauci spalanca la natura animale in enorme sbadiglio
della tigre di blake a ricordare la geometria felina
dinanzi agli avanzi della sua preda sanguinolenta
nella solitudine lucente tinta dalla cenere rossa del tramonto
pancia all’aria nella conca del sole occhi socchiusi impastati
dell’ultima luce in un tempo sospeso un silenzio
che disegna l’atavica forma aperta del grido



NEI MIEI SOGNI

nei miei sogni ricorrenti il mare
ne attraverso lunghi tratti io che appena
sto a galla – altre volte mi trovo
in viaggio (nave/treno) o mi vedo nella
casa giù al paese a tavola
coi parenti che mi ricolmano fino
agli occhi e mi accorgo che sono in ritardo per
il lavoro ora nemmeno più ricordo dove
ho parcheggiato scendo di corsa salgo
scalinate eccoli i miei morti i parenti
sorridermi mai che mi dessero
numeri

(ora non sogno più a colori
vividi né di librarmi come
falena contro il soffitto)



CREATURA

mi godo la luce
come farfalla
sul palmo della tua mano

Signore non posso
che offrirti il mio niente –

fragile creatura
ti devo una morte



PARVENZA D’AMORE

pietre ancora calde di sole
con la luce che vuole morire al giorno
una virgola di amore ti è rimasta negli occhi
come sangue rappreso (nelle vene del tempo
è sospensione questo palpitare che si fonde
col silenzio del cuore)

come un olio è passata la luce sopra il dolore –
pseudoincarnazione di un sogno –



HA MEMORIA IL MARE

1.
la forma del vento disegnano
rami contorti
voli
di gabbiani ubriachi di luce
a pelo d’acqua decifrano tra
auree increspature le vene del mare

2.
interroghi sortilegi nella
vastità di te solo
ti aspetti giungano da un dove
messaggi in bottiglia un nome un grido
ha memoria il mare
scatole nere sepolte nel cuore
dove la storia
ha un sangue e una voce




SPAESANO LE ORE DEL CUORE

i primi turbamenti i morsi
dell’amore – luce
d’infanzia come sogno scolora
dove l’orizzonte taglia il cielo

spaesano le ore del cuore
nel giorno alto



ANANKE

più a morire che a nascere a
volte – un colpo e via è preferibile
dici ma anche la pianta si
ammala e soffre in natura si sa
tutto soggiace a legge:
la
supernova che collassando si fa
buco nero e noi
mortali…



GIOCO DI SPECCHI

l’ambiguità è forse nel sogno
mentre vivi e ti cammina a lato
un altro te – insospettato

allora è sogno la vita? o
riflesso copia sbiadita o
gioco di specchi in cui
ti chiami e ti perdi…



ROSA D’AMORE

letificato d’amore angelicato fiore

si schiude la rosa
fra cristalli dell’inverno



A RISALIRE LE ORE

non resteranno tracce
dei giorni solo parole
scritte sull’acqua

a risalire le ore
del sangue
il vortice del vuoto: solo le stimmate
parleranno
dell’amore che hai dato



ANCHE A META’ UN SORRISO


(anche a metà un sorriso
è terapeutico:
sprecato è il giorno senza
la sua luce)

fare anima aprirsi
al nuovo come cercare
un tesoro con occhi tornati
innocenti

coltivare la
meraviglia il bambino che
è in noi unico
filo rosso



STANZE
[ispirata leggendo Il corponauta – appunti di viaggio di uno spirito libero,
di Flavio Emer]

io pensiero dilatato
a spolverare le stanze dell’oblio
sulle pareti la memoria
ancestrale
metteva in luce emozioni dipinte
su volti che furono me

rifluiva dai bui corridoi
degli anni il vissuto
a imbuto
mi perdevo come in sogno
nell’abbraccio di quelle figure che
accendevano il mio sangue



PER SPECULUM IN AENIGMATE

chi sei: quale il tuo nome nel registro
della Luce quale la tua figura
inespressa

questo non aversi
come morire sognarsi
in seno a cieli di cui non è memoria

…caduto
il velo il tuo Sé faccia a faccia

un ri-trovarsi:
moltiplicato



LA SUA LUCE DI MILLE SOLI

ci accecherebbe la sua luce
di mille e mille soli
se solo potessimo
vederlo con occhi di carne

Lui l'absconditus
l'Indicibile dalle
Ali di Fuoco - l'Uno
dai molti nomi

Colui
che indossò una carne (e
la sua carne vestì una croce): che
per sollevarci
si fece bambino e ultimo



LE TUE POESIE

sono astruse dici parlano per lo più
di cieli e affini mai di quaggiù – lo
ammetto ma ti pare siamo solo di terra e
non fatti d’infinito e di mistero o
materia dei sogni come il cuore sente?
farsi d’aria e parlare col cielo non
insegna forse a vivere in terra?
a riscattarsi da debole carne?



ACQUE

1.
acque uterine dove sognammo di nascere
oceano circolare mare
di nostra madre

2.
lavàti
con acqua e sangue - fonte
battesimale seconda nascita

3.
acqua è porta
acqua è Vita
venite a me
Io vi disseterò

…camminava sulle acque
coniugava le forme dell’acqua

“oceano circolare mare / di nostra madre”: versi adottati
da Jean Debruynne, L’acqua battesimale



IO-UN ALTRO

questo sentirmi diviso: e
non riconoscermi come
il fuori del mio dentro:
convivere con gli umori
di un corpo di morte


IL MONDO LE COSE DEL MONDO
a padre Pio

il mondo le cose del mondo
ci devono scivolare addosso
come acqua – dicevi
mentre era un sorriso
interiore a illuminarti –

guaglio’:
la casa del Padre è in fondo al tuo cuore
ma è il cuore
un campo di battaglia: a ogni giorno basta
la sua pena –




FRAGILE FOGLIA

e nel momento del distacco
l’io si farà fragile foglia
appoggiata ad una spalliera di vento



NELL’ABBRACCIO DEL MISTERO

terebrante luce: intima
ferita celeste

(la sfiorano
le balsamiche dita
di Amore)

nell’abbraccio del mistero
farsi trasparenza
espansa
percezione di sensi


da IL SENTIRE CELESTE, 2006



* * *


LA TUA POESIA

quando un capriolare nel mare prenatale
ti avrà fatto ripercorrere a ritroso
la vita (tutta d'un fiato) azzerando l'Io
spaziotempo -
allora leggerai la vera sola poesia aprendo
gli occhi sul Sogno infinito: la tua
Poesia cavalcherà in un' albazzurra i marosi
del sangue fiorirà negli occhi di un'eterna giovinezza



ANGELO DELLA POESIA

librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue

io-non-io: in me ti trascendi e sei

d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore



TECNICHE DELLA MORTE

atomi di solitudine
abbandoni / distacchi / fini
assaggi di morte
le morti figurate i
suicidi/omicidi camuffati
la notte blu dell'anima
morte presente dalla nascita
morire porta sul nascere
emigrare di forma in forma
o Dieu purifiez nos coeurs
ora e nell'ora della nostra morte



LA VITA INESAURIBILE

la mente in stand-by (fuori da un mondo
parallelo) - ti culla un canto
d'alberi e di cielo
assapori per poco ancora
il tepore delle lenzuola: ora
senti la vita che entra in te: ti scorre
dentro come un fiume
(batte rotondo nel sangue il tuo tempo -
ti senti in comunione col sole):
adesso che afferri
vita - più vita - nemmeno t'importa
di un corpo che sarà preda
del disfacimento



ANGELI CADUTI

fuori dal cielo
bevvero l'acqua del Lete

ora non sanno più chi sono

presi nella ruota del tempo
mendicano avanzi di luce - curano
le ali spezzate

per risalire nell'azzurro



VENTO DI MEMORIE

è salamandra
sorpresa immobile
che finge la morte
due braccia schiuse a croce
cielo di carne vento
di memorie la vita

ora sospesa

finché spunti
la trottola il suo perno *

* verso da Montale


LA FORZA GENTILE

Dio è paziente: ha sogni
per l'uomo infiniti - frutti
immarcescibili
(centro del cosmo: non è
il suo un giocare a dadi)
egli visita le nostre
piaghe - manda angeli
a spazzare gli angoli del cuore
(suo disegno è
la Bellezza)
la sua forza è gentile



I LATI DEL VOLTO

tra reale e apparente l'ovale
del volto che ti guarda dal fondo
dello specchio di un locale fumoso -
il non poterti vedere come gli altri
ti vedono - l'altra parte di te l'inespressa
forma che puoi immaginare assumere
nell'aldilà - (scorgerti di spalle o
spiarti di sbieco è perverso
gioco di hyde - incontro con l'Ombra)



IN FONDO AGLI SPECCHI
(a J. L. Borges)

in un moltiplicarsi di specchi (fuga di
nascite e di morti)
imprigionata è la luce
dei tuoi déjà vu -
s'odono se ascolti i sordi
tamburi del sangue
in fondo agli specchi dove si
legge l'eterno ritorno (la vita
ci misura) - lì è il centro il mondo
rovesciato: il tuo aleph -
la chiave l'enigma



ONNIAMORE

accettare di farsi
trasparenza (libro aperto)
lasciarsi attraversare
dalla vita - da morte-vita (rosa
e croce) -
da Colui-che-è: l'Onni
amorevole

di fronte all'Assoluto

...immersi
nell'Assoluto –

quando il R a g g i o
assorbirà le ombre



SOSPENSIONE

tempo elastico
passato < presente > futuro
gli orologi molli di dalì
tempo-sospensione l'aprirsi del fiore
tempo di blake
sospeso nel balzo
lucente della tigre
tempo diluito non-tempo onirico
tempo dilatato che
scandisce deliri di luce
in una tela di van gogh
tempo sospeso
immobile indolore
felicità animale



NEL SEME DELL'AMORE
a Tagore

ascolta
...non senti urgere vita più vita
nel seme dell'amore che
aspetta di esplodere in un abbraccio cosmico?



VITA IN NUCE
entrare nella
morte-vita (sangue del pendolo /
tempo-maya con occhi
di luce)
                capovolti

"vivo"
               è nell'Oltre: cuore
                 del sole abisso
                   di cielo - antimondo



A

1.
vocale
in sospensione come urlo
muto - il bianco
dell'urlo
il nero
di rimbaud

2.
ritrarsi del
fuocosacro a un
vaneggiare di gole
spiegate /
scimmiottanti maiacoschi



COGLI IL MIO MORIRE

cogli il mio morire tra una
radice di sangue strappata e un'altra
appena nata dal suo grido



GANDHI

miracolo il sorriso
interiore
mentre il mondo ti ringhia addosso

ti offri s'apre una rosa
di sangue

nel Cielo un canto d'alleluja



VERSI ALL'AMORE

irradia un sole il mio cuore
che vuole incenerirsi
nelle tue braccia
ove la Bellezza delira

il tuo sguardo s'instella
dove comincia il cielo
anima bella
farfalla imprevedibile del volo



PARUSIA
(nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

sporgersi sull'oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce


INFANZIA

Eravamo nell’età illusa
Eugenio Montale

la tenerezza dei giorni verdi
sparpagliati
nell’oro del sole appesi
alla luna

il papà dalle spalle
larghe come la volta
del cielo

quel sentirsi dèi – quasi
alati senza peso – e
non sapere la vita


Innocenza nostalgia del paradiso



ADOLESCENZA ASPRI SAPORI

adolescenza aspri sapori
occhi belli fieno nei capelli
alle spalle della notte
fuggire nello schiaffo del vento




NEL PERDURARE LA LUCE

le ore arroventate: erano
estati lunghe a morire

le corse pazze le ginocchia
sbucciate nel perdurare la luce:

ancora un mordere
la sanguigna polpa del giorno - ricordi? –



IL NULLA LUCENTE

in ka* nulla è casuale
credi morire non è farsi
pietra e silenzio: è grido
liberato pietà che vede -
ruotare
su cardini rovescio
del guanto - essere
sogno? luogo-non-luogo ubiquità
e s p a n s i o n e : lacerante
biancore il nulla lucente **

* ka: il "doppio" incorporeo dell'io
** P.P.Pasolini, da Poesia in forma di rosa



GRAVIDE DI LAMPI

la luna piegata sui miei fogli
compone queste lettere
gravide di lampi
tagliate nella luce
assetate
nel supplizio dell'inchiostro
vibranti
su pentagrammi di sogni



SEI LUCE SEI FUOCO

presente a te
chiamami Amore
la bocca colma di luce
sei fuoco
antimondo
chiamami a un silenzio di giardini
grumo vortice d'astri

presente a te
fuoco-luce chiamami
da un mondo di vetro
Amore fai ciak




POESIA ONIRICA

il sogno sfoglia
spirali di memoria
al lume di luna
disegna
il sonno delle rose



LA LUCE GRIDA

la luce grida aprendosi
uno spazio nel cuore



UN VERSO SALVAVITA

un verso salvavita ti bagna di luce
nell'orfanezza del Sogno



FIGURA

indiafanata da un vento di luce
sei immagine di sogno che svapora
in un cielo di cobalto



POESIA

scavare nascere nel bianco - parola
intagliata nel cielo del sogno - è
come estrarre sangue dalle pietre

(ecco forbici di luce
sfrondarti):

la pagina è tuo lenzuolo
mentre in amplessi
cerebrali muori-rinasci

(da un luogo puro giunge questo sole
sulla pagina)





ZEN

(non
studiare il taglio
di luce come l'artista)

non scegliere:

lascia
che sia fa il vuoto
fino
a essere e non essere



SONO DEL CIELO

sono del cielo
fuori dal suo azzurro

circumnavigo
psiche

abito la morte di me stesso
insieme a tanta vita



CADUCITA'

il tempo è uscito dal calendario
in un balenìo
di stagioni e amori svolando
obliquo
nel sole con ali d'icaro



A META' DEL SUO CORSO LA NOTTE

a metà del suo corso la notte
inghiotte l'ultima luce - rende
suoi ostaggi i corpi

su un mondo immateriale - più nostro -
il sogno apre il sipario



SOGNO DI ME

io non io esisto
di qua di là dello specchio (una
distanza mi separa: come
fossi da un'altra parte): vivo mi
agito dentro un sogno
lucido: Sogno di
me - creatura di sabbia




VOLI A SOLCARE L'INDACO

(voli a solcare l'indaco
staccandosi dal tramonto)

ti sveni come questa luce -
dai muri diroccati
dalle feritoie a spiarti
gli anni spogliati nel cuore:
l'infanzia che rimonta
dentro te come un sole (il sangue
sparpagliato nella luce):
l'esplodere dei sogni che aprivano
i mattini - l'innocenza
negli occhi di pianto
di quel fanciullo col suo aquilone -
sparito nel profondo azzurro...



MOMENTO

1.
una folla di stelle:
la stanza si riempie di cielo
come quando
in un punto
dell'eterno palpitò la mia essenza

2.
biancore irreale – carne-e-
cielo l'Io nell'oceanosogno
è guardarsi cadere
nell'imbuto fuori del tempo

fino all'attimo
prenatale alla luce del sangue



VISIONE: M'INONDO' IL SOGNO
(leggendo Jung - Storia del simbolo)

(luce che cresce il grido
della mandragora
l'albero capovolto)

...fuggii negli specchi
sprofondai nei cieli anteriori
cavalcando eoni-spaziotempo

vidi nella memoria cosmica
il centro di me
dove ardeva il mio sangue
in simbiosi col palpitare degli astri

coi segreti del vento la musica
delle sfere

il mio sangue confuso col cielo
della memoria


...precipitato nella vita



da LA DIFFICILE LUCE, 2005


* * *


CIELO INDACO

confondersi del sangue con l’indaco
cielo della memoria dove l’altro-
di-me preesiste – sogno
infinito di un atto d’amore



DENTRO UNA SOSPENSIONE

forme-pensiero dilatò
il mandala e una rosa di immagini
gli si aprì a ventaglio dietro
la fronte – col terzo occhio - in un
capriolare all’indietro di dolce
vertigine – fu risucchiato in stanze
della memoria archetipa e
da luce noetica immerso
in una pace amniotica
appena un grumo
in sintonia col pulsare di miriadi
di cellule ora si fondeva
col respiro dell’immenso corpo cosmico




AZZURRE PROFONDITA’

la testa affondata nel cielo (azzurre
profondità rivelano ombre
essere i corpi (il foglio la mano un
vuoto)
mi levo dal sogno bagnato
di luce




SONO UN MISTERO A ME STESSO

da me una distanza mi separa:
attraversa un incendio
la carne: per farla d’aria – vitreo
sperdimento

mistero a me stesso

e il mondo m’è fuoco dipinto *

* verso da M. L. Spaziani




DOPPIO CELESTE

entrare nello specchio: esserne
l’altra faccia:
uscire dal sogno di te stesso
apparenza di carne tornata pneuma:

ri-unificarti col tuo doppio
celeste: il-già-esistente di là
dal vetro: tua sostanza e pienezza



TRA ONIRICI LAMPI

tra onirici lampi
ride la tua immagine d’aria
intagliata nell’ombra del cuore



I FUOCHI DELLA LUNA

coi fuochi della luna bivaccanti nel sangue
baluginare d’albe e notti che s’inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare di
creatura celeste che a lato mi vive
nella luce pugnalata



PAESAGGIO INTERIORE

segreti cosmici ha il sangue: sperimenti
il mondo immaginativo nuotando
nel sangue come un pesce –
abitando le stanze dei nervi – leggendo
la geografia delle vene:

ti sintonizzi con la danza
delle molecole: sei nella danza: la danza

la circolazione
sfocia nei sensi: emerge un mondo
ispirato – da musica delle sfere –



FUNZIONE DEL CORPO

1.
fatto di polvere stellare
corpo-immagine / specchiato narciso
corpo-mito venere da spuma
corpo-amore corpo-fame
corpo-terra

2.
corpo vissuto come ferita /
desiderio / vita che non demorde
(corpo sacco dell’anima)
visto come mo(vi)mento/esperienza
(carta assorbente)

3.
corpo unico
irripetibile
primavera del corpo

3.a
(“si sveglieranno ed esulteranno”
Is. 26, 19)



LA DIFFICILE LUCE

esistere nel mondo: l’Essere
decentrato estraneo a sé
(lobotomia della propria
Immagine interiore –
da dispersioni di Energia
cristallizzati aneliti in un cielo
strappato voci
spezzate sul nascere)

rimanere in essere
incapsulati in una vita ch’è copia
sfocata dell’Originale:
diminuzione vita
a metà

pure:
zampillo d’acqua viva
dall’Io subliminale

la difficile luce



GRIDO IL MIO NOME

s’invertigina l’essere a
mimare la morte
(l’io avvitato in enigma
da koan):
non mi conosco non so
chi è l’essere che è me – buco
nero o anelito sulla
bocca di Dio – perduto io grido
il mio nome nei crinali del vento: discendo
nel mio specchio attendo
una nuova nascita



ANANKE

1.
luce/ombra le mie due metà
tendo all’Uno all’androgino
rapito dai vortici di
Splendore
(dalle Sue Ali di Fuoco)

2.
è l’io la linea che mi divide
in grovigli di vene (avvolto
nella camicia di nesso degli istinti)
sussistono tutti i contrari
--------- un tiro alla fune

finché non si frantuma il mio corpo
di vetro



PORTARE SE STESSO COME UN VESTITO

1.
processo è la vita stessa
il soggetto si racconta

1.a
da acque amniotiche
(da matrice atomica)
gettato dentro il mare-mondo

2.
l’io: tantino diversi: io-
metamorfosi
(voci di dentro)

2.a
io sospeso spasimo io qui-e-ora
io fatto vertigine e sogno
(stato di trance
un esistere in limine)

2.b
io-onda io moltiplicato
da specchi e pure a sé ignoto
io mancanza vuoto
di braccio amputato

AZZURRO

passaggio dal
nero al bianco
l’ascendere alla luce
azzurro quello delirante
di mallarmé la vocale
o di rimbaud
la rosa azzurra
azzurro: tutto il cielo
negli occhi
azzurro manto
di Maria



VIA LATTEA

cammino luminoso scala che unisce
il mondo dei morti a quello dei viventi:
a una estremità la costellazione
del Lupo – Antares – sorveglia
l’entrata nel regno dei morti – all’altra
quella del Cane – Sirio – apre
la salita del cielo e guida
i naviganti: è la stella
Maris – la stella del mare e la stella
di Maria



VITA

lascia che m’incenerisca
per nuovo sorgere
adamantino
nell’aria secca del fuoco
lascia
ch’io mi bagni fino al cuore
della luce della tua saliva

voglio sentire il mio essere
avvolto nel risucchio
del tuo imbuto cosmico del tuo vuoto affamato



L S D

nella magnetica notte allucinata
a vivere la tua morte urlata
anima infeconda strappata alla
pseudoincarnazione di un sogno:
parvenza d’amore immagine
accartocciata mortale

LA SERA BLU HA OCCHI DI TIGRE
(a Hemingway)

aureolato di fumo

ma dove va la vita
morte tenuta in vita che fluisce
con te o senza di te

per compagnia una bottiglia e una donna che
almeno per stanotte
ti allentino il suo morso
ti richiudano questo strappo infinito

(domani chiuderai la partita)

Hem
per gli amici

occhi in liquido cielo
capovolto



LA VITA NELLE MANI DEL VENTO

palpebre d’aria
chiuse sulla disfatta del giorno
(depistate tracce
rotte smarrite
a insanguinare il vento:
ruotare del tempo
nella sua vuota occhiaia)
anse d’ombre
annegano il grido
dell’anima giocata a testa e croce



COME SOSPESI

è perdersi nelle stanze arimaniche
progettando vite in copia carbone
questo disconoscerti poesia
autenticità spolpata da virtuale e stress

è come stare sospesi nello sporgersi
da delirante vetta interiore l’aprirsi
di crepaccio la sua bocca ad urlo



PAROLA

erlebnis del phonema –
conchiglia
d’aria – sul mare della memoria

una stella di sangue è il sole della pagina

parola – tua preda o forse
tu preda della parola

amore zenitale

le nozze del fuoco



SOGNO
a Dino Campana

si librava lo spirito nello
splendore di quel sorgere:
si chinava
il Sole a baciare la
sua storia: a
rischiararla tutta – in un istante

l’anima del
poema mai concepito
s’imbeveva di alfabeti
ineffabili –
galleggiava in quella luce
bianca



IQBAL
in memoria di Iqbal Masih, tessitore di tappeti,
portavoce dei diritti dei bambini lavoratori, ucciso a 12 anni, il 16 aprile 1995

come un bosco devastato
intristirono la tua infanzia
di pochi sogni

tra trame di tappeti e catene
ancora grida il tuo sangue nei piccoli
fratelli – il tuo sangue che lavò la terra

quel mattino che nascesti in cielo – dimmi –
chi fu a cogliere il tuo dolore adulto
per appenderlo ad una stella?




A DAVIDE
morto a 17 anni il 16.4.1995, domenica di Pasqua

ti videro rimbalzare come un fantoccio
contro il parabrise

eri la loro preda
di turno: sul collo il fiato
di quella banda di cani armati di mazze

(arancia meccanica
una domenica pomeriggio
quando le ore si dilatano e
la città è una giungla)

sui tuoi sogni si era chiusa la Notte

ti ho rivisto all’obitorio: sentivo
il tuo corpo astrale aleggiare
su quei resti e palpitare un intero
universo nei tuoi occhi di vento: Davide
non più diviso tra terra
e cielo: in te racchiuso il Segreto

[Nota – Davide e il piccolo Iqbal sono affratellati dallo stesso destino:
una tragica morte avvenuta lo stesso giorno, mese e anno, domenica di Pasqua.]



NELL’INDICIBILE

tu dici è scandalo la morte ma può
esserlo la bellezza perduta del fiore o
della farfalla che vive la luce di un giorno?

dietro il velo dell’esteriore il fiore
il verde la foglia – parte del cosmico
sé di cui è specchio il di qua – vivono ab aeterno
l’indicibile essenza di fiore/verde/foglia



A RISALIRE VORTICI

a specchio di cielo
cuore
a risalire vortici
di vita dispersa
(d’ore ubriache)

vorresti tuffarti
nell’azzurro fonderti
con la luce



ESSERE

1.
bava di ragno a tessere
unità del tempo
(gusci d’entità
masticati da morte
my body is my suit)

1.a
letto di procuste
(visitarsi in sogno)
dell’anima

2.
essere
come momento
il qui-e-ora
il Sé irripetibile il Sé universale
my spirit is soaring

3.
perdersi in chiarità di cielo
farsi libro aperto

3.a
(dove albeggiano azzurrità di strade alte)



DA QUESTO MURO

da questo muro
trasudo le morti di tanti
sono l’urlo di ginsberg
il grido di munch di guernica
queste parole sono pallottole
dirette al cuore
voce di chi non ha voce verità di Cristo
di certo m’imbavaglieranno

non sopportano di guardarmi negli occhi




ANCHE PER VOI

salgo sulla croce anche per voi disse con gli occhi
rivolto a quelli che lo inchioderanno
anche per voi che ancora nei secoli
mi schiaffeggiate sputate
negando la vita buttandola tra i rifiuti
aizzando popolo contro popolo
sotto tutte le latitudini
salgo sulla croce anche per voi
che mi sprecate nelle icone
per voi nuovi erodi/eredi della svastica
che insanguinate la luce delle stelle
oscurando la Notte della mia nascita
anche per voi potenti della terra
razza di serpenti
che non sopportate di sentirmi nominare
dal mio costato squarciato fiumi di sangue
tracciano il cammino della storia
la mia Passione è un solo grande urlo muto
di milioni di bocche imploranti
dinanzi al vostro immenso Spreco
con cui avete eretto babeli
di lussuria come cultura di morte



LA FORZA DELLA PAROLA
a Dalton, Heraud, Urondo

- tre poeti assassinati – mi diceva
(occhi persi nel vuoto
a inseguire chissà quale visione) - tre
in posti diversi – (ne rammentava solo
vagamente i nomi e i luoghi)
- vedi: - puntualizzava – il potere è nemico della luce:
non sopportando la forza
della parola
si mimetizza viscida serpe
tra sterpi e inietta il suo veleno -



LA FORZA OSCURA

l’alba è schiusa palpebra
dell’Orologiaio del cosmo –
col mio emisfero destro
vivo la meraviglia la poesia della vita
credo nell’amore contagioso –
ma mi riconosco in chi non sa guardare
a lungo la Bellezza
negli occhi senza assassinarla
“perché ogni uomo uccide ciò che ama”

e allora cos’è questa forza
oscura che mi strappa
gli angeli dai sogni? chi
viene a violentare il fragile azzurro?



UN DIO CIBERNETICO?

vita asettica: grado
zero del divino Onniforme
(ma la notte del sangue
conserva memoria di volo)
vita sovrapposta alla sfera
celeste regno d’immagini
epifaniche / emozioni
elettroniche
eclissi dell’occhio-pensiero



A DANILO DOLCI

risalire all’immagine infranta
dove è voce del sangue
la ferita aperta del cielo – limare
le parti non combacianti
con la figura del divino: è questo
che fai intendere e
la chiami città
terrestre la tua voglia
di rivoluzione: tu innamorato
dell’uomo nuovo – del suo
costruirsi incessante –



AION

1.
chi ti ha fatto sapere ch’eri nudo?
l’entrare della morte nel morso
della mela
(si erano creduti il Sole
scordando di essere riflessi)

1.a
il serpente mi diede dell’albero e…
eva la porta
di sangue
per dove passa la storia

2.
nell’incrocio dei legni
la conciliazione degli
opposti (lo scheletro del mondo)

2.a
è il Figlio che pende
dai chiodi
la risposta a giobbe

3.
ancora l’assordare dei martelli ancora
un giuda che fa il cappio abbraccia un albero di morte
- sulle labbra il fuoco del bacio



LA VIDA ES SUENO

con calderon* dici la vida
es sueno mentre ti dibatti
in un non-tempo onirico:
sorveglia ogni gesto
un testimone interiore / custode
del sogno – e se nel saperti
forma vuota volessi
uscire dalla vita
non c’è
grido o sussulto che tenga

* Calderon de La Barca




TRASFIGURATI ANELITI
(a Emanuel Swedenborg)

(quest’abito sta stretto - è
peso di terra

un fuoco passa per la carne)

ali ha lo spirito per
vastità ineffabili

per volare fra le braccia della
luce

profonde azzurrità
l’attraggono - sua origine e
sorgente

trasfigurati aneliti hanno
occhi di cherubini
- di là - benevoli



NEL PAESE INTERIORE

nel paese interiore eiaculo i miei sogni -
fuoco e sole dell’anima - vivo
una stagione rubata al tempo (mimesi
icariana sul vetro del cielo)

nel paese interiore brucia il mio daimon
di febbre e di luce



NEL ROVESCIAMENTO

non vedi al di là
del tuo naso scientifico:
è come leggessi sull’acqua
lettere storte: poiché noi siamo
nel rovesciamento afferma
la weil - e negazione
ci appare la grazia



QUALE AMORE

nell’amore sai non c’è ricetta
che tenga: è buona regola giocare di
rimessa / vuoi

possedere l’oggetto d’amore e
resistere all’amore Quello-che-si-
dona

tu cuore diviso tra cielo e
terra carne/amore non più che sparso
seme



CANTO PER NKOSI

(In memoriam: a Nkosi Johnson, morto a 12 anni, il 1° giugno 2001, a
Johannesburg. Nato sieropositivo, fu scelto come testimonial contro il
morbo dell’ AIDS)

(Non posso pensarti dolente
da che morte odora di resurrezione.
Eugenio Montale)

colei che ti diede vita
la sai madre di cielo
bambino che hai corteggiato la morte -
tu messo in un angolo come vergogna
(lo sguardo orfano rapito
in vastità di cieli) presto non più
che mucchietto d’ossa - Nkosi
sei la nostra Coscienza:
e violentaci dunque nel profondo - tu
con la purezza di un breve mattino

mentre questa morte - vedi -
già s’ingemma di sole




UROBOROS

tagliato fuori
dal cielo (stato uroborico
di participation mystique)
calato in un io che non sai dire
chi sia: se non presenza passeggera:
sospeso esistere
nel seme dell’amore:
attesa di pienezza nel pleroma



CONIUCTIO
(a C. G. Jung)

quando si unificheranno gli opposti e il Sé
riaffermerà la propria natura ermafrodita
e dallo squarcio del velo di maya
si manifesterà l’Altro - la nostra
controparte
(sconosciuta e prismatica) che
ci visita in sogno - l’occhio
interiore: allora còlta la totalità
si sarà dissolto insieme allo schermo
di apparenze nomi e forme
insieme alla rappresentazione della storia
e ai fiumi di sangue e di parole

anche il sale delle nostre lacrime


CHI SIAMO

caduta la carne
svelati a noi stessi:
non più enigma che arrovelli
(restano unghiate sulla carne
del cielo a presenza
d’un sentire stuprato):

allora l’essere si aprirà
la luce schiuderà le braccia
saremo seme fiore stella - le
prismatiche facce del Sé -
allora in noi

non più un vedere attraverso
uno specchio in enigma: sarà un camminare
sulle acque

(alla luce dell’epistéme*
avrà la kènosis**
vitrea trasparenza)

* epistéme = conoscenza
** kènosis (qui sta per concetto di) = svuotamento del divino




ATTIMO-FUTURO

1.

nell’addentare il frutto proibito
si ritrovò affamato d’amore

1.a

(fu il creare gioco o sogno di Dio / coito mentale)

1.b

(si mordeva la coda il serpente uroboro
racchiudeva in sé l’uovo del mondo)

1.c

in quell’attimo infinitesimo la
storia dell’uomo era già scritta: passato e
futuro un tutt’uno simultaneo

2.

non lui va verso il futuro: esso
gli viene incontro ed è già presente
focalizzandosi in fotogrammi: ciò che avviene
esiste prima di lui: forse in un’altra
dimensione egli l’ha già vissuto (presente
a sé come il sé nel sogno) (abitante il riconoscibile istante
dentro una sospensione)

3.

il déjà vu è acquattato tra pieghe dell’inconscio

3.a

come in una sequenza di specchi
gioca con l’alter ego nell’eterno presente

punto da cui si vede il Tutto

versante luminoso del Sé: l’aleph



PLATONE

essere :
notte dell’anima
il cammino
il tempo è la caverna
lancinante
attendere ti trapassi
Amore sole cosmico



LETTERA DA UN AMICO

- non serve voltarsi indietro – mi scrivi -:
se metti in conto i limiti
le morti contratte le paure
passate e avvenire se porti in cuore
sventrate lune albe-capestro
se non ti esponi per
puro calcolo non fai
che raccogliere i frutti d’una vita
spesa male: presto
essa ti presenta il conto – deve questa vita
restarci nelle mani: dare tutto
se stesso a perdere arricchisce:
amare non è forse una scommessa?
dici (e la parola è bisturi): percorri
lo stretto marciapiede a lato
del cuore: nel profondo di te nel buio
di stelle calpestate ascolta il grido
verticale
che da caduta può farsi preghiera



DEUS ABSCONDITUS

(sempre a metà strada noi: sempre
nella terra di nessuno: il
fratello oscuro che s’agita nel sangue
(lato notturno dell’anima) che mima
il dolore del cosmo

(attraversando la valle della morte
penetrati da tutto il freddo del mondo: immersi
fino all’ultima fibra dell’essere
in un dramma da consumarsi fino in fondo)

il Dio che sta dietro le apparenze: il Dio
sconfitto nella storia Dio-del-paradosso
che vince con la debolezza - il Totalmente
Altro: l’increato (ab aeterno) che si
a u t o l i m i t a

per recuperare la sua potenza alla
fine dei tempi – grumo di vortice d’astri –



LUCE AL TUO PASSO

se il soffrire non coniughi
con l’amare è un niente la vita – avrebbe
detto simone weil
buconero-in-buconero direbbe einstein
(dal crogiuolo del dolore guardare
oltre il visibile oltre
l’io – schermo di carne)
ma più in là tu non vuoi vedere – solo
cattiva stella che graffia l’azzurro del tuo cielo
(ed è gioco perverso pensarla
nel tuo codice iscritta):
credi: è per risorgere che in te
sperimenti l’abisso: impara a guardare
il sole: esci dalla platonica caverna –
ascolta: non esiste solo nelle favole
il tuo angelo: egli da dietro il velo
del tempo è luce al tuo passo
perché vivibile sia questa vita: perché batta
nel sangue un tempo tuo – rotondo
(non sai che della polvere dei sogni
son fatte le sue ali?)
il tuo angelo – se vuoi – sarà simile
a emanazione di luce/visione
di blake:
attiva il terzo occhio – sii come
la clorofilla che si nutre di luce



CIELO INTERIORE
(a Gustavo Rol)

cosmonauta di spazi
sovramentali
trasfiguravi il tempo
velandolo d’irreale:

quiddità di un cielo
interiore
aperto su mondi paralleli



SENZA TITOLO

al di fuori di me –
io stesso luogo-non-luogo –
mi espando

di cerchi concentrici è il lago
del mio spirito: sasso gettato
dal capriccio della musa

fremito d’acque e stelle



JUNGHIANA

legato a un vago giro di pensiero
alla tua libido caro freud antepongo
la vita che guarda se stessa guardarsi:
il centro del mandala dove la luce
pensa – le nozze alchemiche – alla
mancanza di sacralità il Pesce *
l’enantiodromia (Unus
mundus) – all’analità l’Anima l’Animus
l’Ombra - il corpo che si apre nel suo doppio – la
nostalgia di un cielo prima della caduta

* Simbolo del Cristo



NELLA VALIGIA (NOTE DI VIAGGIO)

(il chi-siamo-dove-andiamo:
dove la mente
inlabirinta)
l’io
vestito di nebbia
promesso alla morte –

(nella valigia pronta la perdita
originaria la vita a
metà)

risucchiato come da un tunnel…
attraversato
da flutti di luce

destinazione: il Sé




AGAPE / EROS / PHILIA

imago dèi: noi chiamati
ad amare (senza essere nostri)
noi abbracciati dalla
Luce: dai tre aspetti dell’amore:
Dio madre / amante / amico
(agape / eros / philia)

l’Uno dai molti nomi:
sole – oceano – fortezza


da FUOCO DIPINTO, 2002


* * *



FELICE SERINO è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta. Vive a Torino.
Ha pubblicato varie raccolte: da Il dio-boomerang del 1978 a Dentro una sospensione del 2007. Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sei lingue. Ha inoltre al suo attivo numerosi articoli pubblicati di vario genere.
Tutta la sua opera è visibile on-line, anche in versione e-book e aderisce a vari Forum. Nel 2007 ha aperto due blog: su My Space.com e su Splinder.com
- - -

feliceserino@tiscali.it
felser41@alice.it
felice.serino@elbasun.com
www.poetare.it/serino.html
www.poesia-creativa.it/feliceserino.htm
www.grammaticaviva.it/Pensieri&Parole/pensieri-e-parole.htm
www.ArteGreco.it
www.poetilandia.it/feliceserino.html
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http://xoomer.virgilio.it/baldobr/index-119.html
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www.poetaepittoridelterzomillennio.it
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http://digilander.libero.it/wholt/biog_serino_felice.htm
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* * *


RECENSIONI


Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.


«È salamandra

sorpresa immobile

che finge la morte»


Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un'utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all'immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell'essere vitale. Da ciò risulta che oltre l'analogia con la vita vegetativa, valida solo nell'uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell'espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell'uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall'«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l'istinto comunitario e sociale, l'affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.


Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l'incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell'esistenza fisica.


«ora m'incolpi del mio silenzio e

Tu dov'eri mi chiedi quando a migliaia

venivano spinti sotto le docce a gas

Io ero ognuno di quei poveracci in verità

ti dico Io sono la Vittima l'agnello la preda

del carnefice quando fa scempio

di un bambino innocente

Io sono quel bambino ricorda»


Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d'amore, di essere amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell'azione fisica che partecipa, senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica. Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d'essere in collera ed eccitarsi alla collera.


«imbevuto del sangue della passione un cielo

di angeli folgora l'attesa vertiginosa

nella cattedrale del Sole dove ruotano

i mondi

è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)


Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all'espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all'eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev'essere legato ad un'elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L'io ideale».


«oltre lei forse fra le stelle

dura quel sorriso che nell'aria

ti appare ora sospeso come fumo»


Nella totalità dell'esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l'altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.


L'artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un'Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un'opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l'Arte maggiore ha necessità dell'aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un'arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all'«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l'Arte maggiore. Per giustificare quest'atteggiamento, occorre risvegliare l'io cosciente, in modo che l'opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell'autore.


«anch'io in sorte ho avuto una croce la Croce

la più abietta la benedetta

anch'io ho urlato a un cielo muto e distante

Padre perché

perché solo mi lasci in quest'ora di cenere e pianto»


Nonostante l'effettiva bipolarità tra «L'io creativo» e il «Sé razionale» l'io personale, l'unità dell'individuo umano non deve rimanere inalterata nell'esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all'io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».



© Recensione a cura di Reno Bromuro


* * *


RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA
“DENTRO UNA SOSPENSIONE”


Da qualche tempo mi chiedo se la scrittura sia altro dalla vita: mi è capitato di non riconoscere l’uomo incontrato, prima, solo nei suoi versi.

Chi è Felice Serino, un uomo il cui vissuto sembra continuamente dilatarsi in una luce cosmica e frangersi in un big-bang silenzioso? Sentimento, questo, di un continuo morire, precipitare, sprofondare, ma anche di un rinnovato germoglio che vince la morte con dolore, in un grido di luce.

Vita-morte o morte-vita: sequenza naturale, seme di vita nel cosmo e nell’uomo, oppure segno di contraddizione, come nell’amore cristiano, dove appunto la morte è inizio di una resurrezione?

E come si concilia questa particella di memoria cosmica infinita, senza tempo, con il senso di alterità, incompiutezza, ambiguità, forse, che l’accompagna? La percezione di un se stesso diviso, spiato attraverso uno specchio, copia, proiezione, fantoccio che cammina accanto (mi ricorda l’amato Sbarbaro). Ma qui la dimensione del sogno, che ritorna quasi ossessivamente in tutte le composizioni, anziché contenere una ricerca di senso, un pensiero, sembra scivolare, galleggiare in un flutto di sangue.

E’ questo il suo mare? Il canto ha la stessa voce: poche variazioni sonore (e poche, essenziali parole) fluiscono senza pause in un’armonia siderale, monocorde, eppure mai uguale, che lambisce, sfiora senza carezze, sembra appartenere alla superficie delle cose e invece è profondamente ...dentro una sospensione.


Giancarla Raffaeli


* * *


RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "LA DIFFICILE LUCE" , 2005 – di Felice Serino

Nostalgia immemore

Io penso che le nostalgie che trapelano dai tuoi scritti non sono nostalgie terrene.

Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria, infatti non possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in questo mondo. Non c'è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c'è un ricordo bello e non c'è un ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c'è… non c'è, non c'è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell'amore da cui proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono tempi, l'eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale. Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d'infinito di quando siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla Parola che, nell'atto del creare, han separato Creatore e creatura. E' questo distacco – a me sembra – che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso, senza paragoni.

E' facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo: preghiere o imprecazioni in attesa dell'immancabile ritorno.

Proveniamo da una dimensione celeste e quello che ce lo fa riconoscere è che Dio non ha mai tolto il suo amore da noi. Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio catapultati su questo globo di creta per riconquistarci, nella prova, la Gerusalemme liberata, la Gerusalemme celeste e il volto di nostro Padre che bramiamo di vedere per poterci rispecchiare in lui. Già il Paradiso ce l'ha conquistato Gesù ma noi dobbiamo metterci del nostro e un giorno comprenderemo pienamente chi siamo. Per ora, nell'estasi, possiamo fare solo piccoli assaggi dell'Eden, come una goccia d'acqua che evaporando sale ma che presto ridiscende rientrando nel suo corpo.
[lettera privata]

Andrea Crostelli


* * *


RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "FUOCO DIPINTO", di Felice Serino

[edizione dell'autore, 2002]

Corpo di vetro


Ci sono poeti legati alla terra (e questi forse sono la maggioranza, nonostante la poesia venga dai luoghi più reconditi e inspiegabili) e ci sono poeti propendenti al cielo; sicuramente Felice Serino è di questa seconda fascia.


A volte il cielo parla con il sangue delle tue vene

più che con l'indaco delle tue arterie,

comunque sia vuole sentirsi uomo

forse solo per avvicinarsi a chi lo guarda

perché costui ci si rispecchi

perché l'umanità nel mondo

è ciò che prevale e pervade il mondo

finché ci sarà mondo,

allora il cielo non può far altro

che ripiegarsi nel gesto d'amore iniziale

e improntare continuamente la sua somiglianza

col fiato sospeso di chi attende

la perfezione finale del ricongiungersi.



E' pure vero che il cielo può rapirti o che tu contemplandolo favorisca la sua "presa", e in quel momento d'estasi che non t'appartieni sei finalmente libero. Cosa strana, libero di essere preso, libero di appartenere a qualcos'altro che ti ama e ti sovrasta d'amore.

In questo tipo di situazione puoi sentire il tuo corpo leggero, di vetro, accessorio superfluo, e quindi… "ride la tua immagine d'aria".

E' la fusione del tuo corpo nell'immenso corpo cosmico.

Diventa una fatica sottrarsi alla luce per tornare indietro sui passi che la terra chiama a percorrere.

Quella "carne attraversa un incendio", un incendio piacevole, pienezza per l'anima la fusione col tutto, difficile accettare che si tratti di un momento, di un solo momento dal quale però ricevi carica per affrontare il quotidiano imperniato di materia. E affrontare il quotidiano significa mettersi a servizio, soffrire per chi fa uso di L S D, del fumo, del bere e delle donne come strumento di piacere, soffrire per chi naviga nel male e non si lascia investire dalla luce, soffrire di chi abusa del potere e che, quindi, è nemico della luce.

Felice Serino denuncia la violenza, la guerra con le armi potenti della poesia, e sa cosa potrebbe aspettargli: "di certo m'imbavaglieranno / non sopportano di guardarmi negli occhi". Non scorda poeti assassinati (Dalton, Heraud, Urondo) per strada o nei manicomi (Campana) ma non può e non vuole trattenere la forza della parola che gli esce dal di dentro. Dichiara che la morte è sconfitta dalla luce [vedi: "Frammento (lettera di un malato terminale)"], lui, infiammato da una luce, che va oltre i suoi interessi per l'astrologia.

Puntuali, brevi, atossiche e con lampi intuitivi niente male le poesie di Felice Serino ridanno fiducia all'uomo che vuole incontrare animi trasparenti per procedere incoraggiato e sollevato nel cammino dell'esistenza.


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Clessidra in polvere

Il tempo è un'argomentazione che preme al poeta; Serino dice: "nel sangue un tempo tuo – rotondo". Una continuità di pienezza a cui aspira, tende, come si tende alla perfezione. A me lancia l'immagine del ciclista, quello bravo dalla "pedalata rotonda", costante, mai scomposto e bello da vedere. Costui elimina i vuoti e va spedito verso il traguardo. Infiammare il sangue d'amore è benzina che brucia il lacido lattico alle tue gambe che vorrebbe bloccare la tua corsa. Senza ostacoli nell'immaterialità delle cose avanzi con l'aiuto dell'angelo che "da dietro il velo / del tempo è luce al tuo passo".

Il tempo frequentemente è l'accusatore e l'accusato delle nostre irrealizzazioni. Perché allora non velarlo d'irreale? Perché non portarlo in un altro contesto dove non sia lui a dirigere le danze bensì noi "cosmonauti di spazi / sovramentali"?! Perché non ipnotizzarlo o sognare di ipnotizzarlo?! Perché non condurlo nel nostro sogno per poterci camminare a braccetto?!

"Nel paese interiore" – aggiunge il poeta – "vivo una stagione rubata al tempo".

Ma forse, o molto probabilmente, il tempo ideale di Felice Serino non esiste, perché egli ama guardare "all'indietro nell'imbuto fuori del tempo" e avanti "per volare fra le braccia della luce", proiezione anch'essa d'eternità.

Andrea Costelli



[Andrea Crostelli, di Ostra (An) è pittore, illustratore, fumettista, critico artistico/letterario, poeta. Espone le sue opere in Italia e all'estero.]


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COMMENTI


Serino a mio giudizio riesce a esprimere attraverso delle visioni surrealistiche quella parte del quotidiano che si trasforma nei suoi versi in sogno, dimensione onirica, fantasia, partendo proprio da una visione dell'uomo che si spoglierà della sua essenza per entrare nella trasparenza di uno specchio, per poi alla fine essere proiettato in uno "spazio-tempo vitale", in cui lo stesso trasforma il contesto esistenzialistico in cui si è posto, anti-positivista.L' investimento ideologico per un continuo rinnovarsi di vita-cultura, la sperimentazione di nuovi modi di costruire versi, l' atteggiamento anti-conservatore di un passato letterario della poesia (da fin troppo tempo contenuta in canoni intoccabili dai puristi), lo pone come personaggi indiscutibile delle avanguardie, in un esprimersi del quale l'ermetismo conosce bene i suoi confini.



Luca Rossi

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Il grido non emesso, la sua forma sta in un "tempo sospeso" come tutta la poesia ultima di Felice Serino. E' un disegno, un'opera grafica di orizzonti silenti.



Andrea Crostelli

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Felice Serino: il poeta filosofo


Addentrarsi nelle tematiche di Felice Serino, ci porta a considerare la nostra essenza di creature in balia del senso di perdizione e di precarietà, caratteristiche salienti dell'uomo. In versi ermetici che scavano in profondità, quasi erodendo la nostra coscienza, il poeta affronta il rapporto tra il divino e l'umano, tra realtà e spirito, il contrasto tra spirito e corpo, tra sogno e mondo reale. E certo non manca la trattazione della problematica della morte e dell'alienazione del vivere moderno. Cito alcune poesie a suffragare quanto detto: "In sogno ritornano", "Preghiera", "Sospensione", "Dal di fuori", "Appoggiata ad una spalliera di vento", "Io-un altro", "Appunti di viaggio", "Nella valigia", "Spirale". Interessante l'uso della simbologia e della metafora dello specchio nella disanima poetica del multiforme aspetto di come la mente possa percepire la realtà. A volte si mostra gnomico, umanitario e proteso alla risoluzione dei problemi sociali. Il linguaggio appare scabro e incisivo, spesso filosofico e attinente al mondo della psicanalisi e dell'antroposofia.

Non è una poesia facile, all'inizio si presenta ostica, così intessuta di richiami culturali e stile ermetico, ma piano piano ci avvolge nell'atmosfera sospesa del nostro essere uomini, tesi alla ricerca della verità.


Peppino Giovanni Dell'Acqua

Dai "Commenti", nel sito http://www.poetare.it/


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LA SCHIZOFRENIA DELLA FABBRICA

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Dopo vari impieghi nel settore alberghiero e come benzinaio, ha lavorato per ben trentuno anni alla micidiale catena di montaggio della Fiat Mirafiori, a Torino.

Poeta autodidatta, “mail artista” e studioso di astrologia,vive tuttora nella capitale italiana dell’automobile. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Il dio-boomerang (1978); Frammenti dell’immagine spezzata (1981); Di nuovo l’utopia (1984); Delta & grido (1988); Idolatria di un’assenza (1994); Fuoco dipinto (2002); La difficile luce (2005); Il sentire celeste (in e-book, 2006); Dentro una sospensione (2007).

I versi di Serino sono costruiti, non a caso, attraverso la tecnica del monologo interiore, che, spinto all’estremo, sconfina nel flusso di coscienza: i pensieri vengono riprodotti su carta così come affluiscono alla mente, saltando i nessi grammaticali, logici e cronologici.

Il poeta vuole rappresentarli in presa diretta, senza mediazione alcuna, per rendere palpabile al lettore la condizione psicologica alienata dell’operaio.

Così salta anche la punteggiatura, i piani narrativi si intrecciano, il “prima” si fonde col “poi”.

Non esiste un “tempo di fabbrica” e un “tempo di libertà”, separati l’uno dall’altro. Anche quando l’operaio è a casa con la famiglia, a letto con la moglie, nell’intimità dell’amplesso, nella dimensione ludica del rapporto affettivo con la figlioletta, la fabbrica è sempre presente, nel pensiero, con i suoi rumori, i suoi ritmi, le sue ansie ed i suoi pericoli.

Pure il verso prende un ritmo incessante, come quello della catena di montaggio. Solo qualche enjambement consente una pausa, poi il macchinario continua a girare, costringendo l’operaio ad inseguirlo, ad adeguare i propri tempi a quelli del mostro tecnologico.

E’ questa la “qualità totale” di cui tanto si parla. L’impresa impone la propria centralità, precludendo ogni spazio esistenziale privato all’operaio, assumendo una funzione totalizzante.

Si noti, inoltre, il clima di angoscia incessante, che domina i versi di Serino.

Le immagini degli omicidi bianchi, le morti violente, che si susseguono in fabbrica, come lampi al magnesio, esplodono nella sua mente, impedendogli una vita “normale”. <> rimangono impigliati nei meccanismi della macchina e ossessionano il poeta in ogni momento del suo ciclo vitale, che ne risulta irrimediabilmente alterato.

Su tutto (sentimenti, valori) domina il plusvalore, che Taylor diceva furbescamente di voler ridurre in un cantuccio.La produzione, secondo lui, avrebbe raggiunto vette così alte che il problema della distribuzione del plusvalore sarebbe diventato marginale.

Ma nei decenni il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato progressivamente, senza che ciò contribuisse ad eliminare l’alienazione del lavoratore.

Come osserva giustamente Serino, l’operaio, anzi, resta impigliato in un nuovo ciclo alienante, “produci-consuma-produci”, diventa vittima sacrificale per un nuovo “dio-mammona”, “pedina in massacri calcolati”.

Traspare dalle poesie del Nostro (sin dai titolo delle raccolte: Il dio-boomerang; e poi nelle immagini bibliche ricorrenti: l’operaio come Cristo crocifisso, le presenze diaboliche che affiorano qua e là) una religiosità violata, tradita da un ordine sociale cinico, che calpesta persino le leggi di natura, i principi evangelici.


Antonio Catalfamo


Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai [numero monografico n. 730, maggio 2008]

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PROLETARI

1
distinzioni di classi
niente di nuovo la storia si ripete
noi pendolari voi vampiri
dell'industria che evadete il fisco
(imboscando capitali sindona insegna)
ed esponete le chiappe al solleone
sulla costa azzurra o smeralda
(lontani dal nostro morire -
in città-vortice sangue solare
innalziamo piramidi umane
per l'alba di mammona)
dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo
(burattinai per vocazione
di questa babele tecnocratica)
averci diseredati crocifissi
con bulloni a catene di montaggio

2
cieche corse cronometriche
cottimi barattati con la salute
pensieri accartocciati desideri
condannati a morte
uccidi la tua anima per otto ore
sventola la tua bandiera-di-carne
produci-consuma-produci
per il dio-mammona per il benessere (di chi?!)
sei bestia per il giogo del potere
pedina in massacri calcolati



SPIRALE


metti la caffettiera sul gas
il tempo di fare l'amore
la casa un'isola nella nebbia
di ieri nella testa il grido dell'officina
non ti avanza tempo per buttare su carta
quattro versi che ti frullano nel cervello
la bimba vuol passare nel lettone sorridi
per il polistirolo ritrovatosi in bocca
con la torta ieri il suo compleanno
trepiderai ancora una volta al ritorno
davanti alla cassetta delle lettere
e la moglie a dire qui facciamo i salti
mortali per quadrare il bilancio
il borbottìo del caffè ti alzi
esci e penetri il muro di nebbia
nella testa il grido stridulo d'officina
a cui impigliati restano brandelli
d'anima e carne
d'un'altra settimana di passione
stasera deporrai la croce



LINEA DI MONTAGGIO


lo hanno visto inginocchiarsi
davanti alla centoventesima vettura: come se
volesse specchiarvisi o adorare
il dio-macchina:
46 anni: infarto - parole
di circostanza chi deve informare la
famiglia - l'attimo
di sconcerto poi li risucchia il ritmo
vorticante: come se nulla
sia accaduto: la produzione
innanzitutto




MORTE BIANCA


al paese (le donne avvolte
in scialli si segnano ai lampi)
hanno saputo di stefano volato
dall'impalcatura come angelo senz'ali
- non venire a mettere radici - scriveva al fratello
minore - qui anche tu nella
città di ciminiere e acciaio: qui dove
mangio pane e rabbia: dove si vive
in mano a volontà cieche




UOMO TECNOLOGICO


parabole di carne convertite in
plusvalore - l'anima canta nell'acciaio - pensieri
decapitati al dileguarsi di essenze: vuota
occhiaia del giorno dilatato:

coscienza che si lacera all'infinito




L’ANIMA TESA SUL GRIDO


l’anima tesa sul grido
dopo otto ore alla catena
neanche la voglia di parlare
davanti alla tivù-caminetto
e morfeo ti apre le braccia
(impigliàti nello stridìo
della macchina
brandelli di coscienza)
domani ancora una pena
l'anima tesa sul grido
del giorno
in spirali di alienazione




OLOCAUSTO


immolato al moloch del consumo
deponi la croce delle otto ore lasciando
brandelli di anima lungo la catena
biascichi parole di fumo prima del sonno e sogni
strappare alla vita il sorriso ammanettato
dal giorno tieni in vita la tua morte tra vortici
dell'essere e trucioli d'acciaio rovente ti farà
fuori una overdose di nevrosi-solitudine
cuore-senza-paese immolato al moloch
dei consumi il sangue vorticante nella babele di
pacifici massacri offerta quotidiana



[Le poesie si riferiscono ad un periodo compreso negli anni 80]

* * *


CAPITA A VOLTE LEGGENDO ...

Capita, a volte, leggendo un brano di trovarti specchiato nella profondità di quel pensiero espresso
dall'autore e di riconoscervi quanto si era agitato nella tua anima attendendo di adagiarsi sul bianco della pagina: proprio perché quel pensiero, collimando col tuo, ha reso più chiara e più forte la profondità di quella intuizione che hai colto dal tuo inconscio, esplorando gli anfratti della tua memoria sensoriale, ed affermandola nel portarla alla luce.
E' però significativo (ed è più che naturale) che ciò avviene dopo, in una verifica a posteriori, e non prima
quando potresti lasciartene influenzare, col risultato di una cosa artefatta, mancante di originalità.
E' una sorta di transfert – comunicazione misteriosa e inconscia della creatività.

Felice Serino

*

Leggendo non cerchiamo nuove idee, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di
conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e
facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.
Cesare Pavese

*

Aver scritto qualcosa che ti lascia come un fucile sparato, ancora scosso e riarso, vuotato di tutto te stesso, dove non solo hai scaricato tutto quello che sai di te stesso, ma quello che sospetti e supponi, e i sussulti, i fantasmi, l'inconscio – averlo fatto con lunga fatica e tensione, con cautela di giorni e tremori e repentine scoperte e fallimenti e irrigidirsi di tutta la vita su quel punto – accorgersi che tutto questo è come nulla se un segno umano, una parola, una presenza non lo accoglie, lo scalda – e morir di freddo – parlare al deserto – essere solo notte e giorno come un morto.
Cesare Pavese – da "Il mestiere di vivere"

*

Ci sono due momenti. C'è la poesia che nasce spontanea e sgorga con pienezza come da una fonte che non può più contenerla, ma avviene raramente. Più spesso c'è lo stato poetico: il poeta durante un temporale vede, nel momento del lampo, le cose nel loro mistero. Poi la tenebra si richiude, ma nella pupilla rimane l'immagine
di quello che si è visto. Lì il poeta lavora: e nasce la poesia riflessa. Attraverso la poesia il poeta tenta di dire l'indicibile, di raccontare un'intuizione: ecco che la poesia inizia là dove termina il nostro parlare.…
[il poeta] è un intelletto d'amore, un cuore che come una conchiglia raccoglie e tramanda all'infinito il canto degli oceani, il gemito delle risacche; uomo attento ad ogni voce, in ascolto dei silenzi di Dio.
David Maria Turoldo


***

"CADUTA UGUALE MALE..."

Caduta uguale male uguale mondo-materia.
Forse per scaricare la potenzialità di male è stato fatto di conseguenza il mondo, palestra di vita e di sangue di cui l'uomo è attore e testimone?; per questo l'homo homini lupus?; la vittima il carnefice lo scandalo della croce?
Il male, bisogna trasmutarlo in pura sofferenza: Colui che prende su di sé tutto il male del mondo, lo annienta
– Lui il Santo-che-soffre, Lui che è Amore – nella sua passione sempre rinnovata, sempre consumata fino in
fondo in una gratuità di amore infinito.
La bellezza della verità, ovvero il ristabilire l'armonia cosmica dopo la caduta, si sa, vuole sacrificio di sangue.

Felice Serino


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COME IN UNO SPECCHIO

La sua vicenda presenta sorprendenti analogie con la storia di John Nash, resa nota dal film A Beautiful Mind, interpretato da Russell Crowe.
Davide è nato a Genova il 16 agosto 1970. All’età di 18 anni inizia a manifestare segni di disequilibrio.
La convinzione di non essere accettato dagli altri, i comportamenti strani, l’odio-amore per il computer (è diplomato in informatica), il tentativo di incendio in casa per distruggere i programmi da lui creati nel timore che glieli potessero rubare, le frequenti allucinazioni: evidenti manifestazioni della sua dichiarata schizofrenia.
Un punto di non ritorno? Pare di sì, anche se ci sono sprazzi di lucidità che fanno sperare che la malattia possa regredire.
Persone simili, tipiche border line, vivono in una sorta di sogno immenso che domina tutta la loro vita. Anche se, nella maggior parte dei casi, la realtà ha il sopravvento.
Due storie che, per certi versi presentano molte analogie: quella di Davide e di John Nash. Con le loro formule matematiche si sentono vittime di un complotto organizzato da uno psichiatra che in realtà sarebbe una spia che vuole rubare le formule. Senza distinguere la realtà dall’immaginazione.
Fa ben supporre, in ogni caso, che il professor Nash sia stato insignito del Premio Nobel nel 1994.

Felice Serino

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DINO CAMPANA, IL DEMONE CREATIVO E LA NOTTE

A Dino Campana

Ritorna, che cantar canzone di voto
dentro l'acqua del Naviglio io voglio
perché tu sia riesumato dal vento.
Ritorna a splendere selvaggio
e giusto ed equo come una campana,
riscuoti questa mente innamorata
dal suo dolore, seme della gioia,
mia apertura di vento e mio devoto
ragazzo
che amasti la maestra poesia.
Alda Merini

La voce poetica che si apre verso le esperienze liriche che caratterizzano il dopoguerra è, senza dubbio, quella di Dino Campana. Egli rappresenta un caso a sé in tutta la letteratura italiana.
Giudizi e accuse hanno accompagnato questo “alchimista” di versi del primo Novecento anche dopo la morte.
“Alzai la testa e ricercai la stella / Avvelenata sotto cui sono nato”: questi due versi rivelatori sono la terribile sentenza che suggellò il suo destino.
La vicenda stessa di quest’uomo appare come una lunghissima stagione di follia indomabile. Lo stesso Campana può riassumere la sua biografia in poche righe, in una nota trovata tra le sue carte dopo la morte: “Dino Campana nacque il 20 agosto 1885 in Marradi […].All’età di 15 anni, colpito da confusione di spirito, commise in seguito ogni sorta di errori ciascuno dei quali egli dovette scontare con grandi sofferenze”.
Il padre era maestro elementare; la madre, Fanny, casalinga. Il fratello di Fanny, affetto da pazzia, viveva sotto lo stesso tetto quando già era nato Dino. Tutto il paese darà valore alla “ereditarietà”, stabilendo una connessione tra zio e nipote.
Nel 1888 nasce il fratellino Manlio. A seguito di tale evento Fanny, per evitare ulteriori gravidanze, rifiuta ogni rapporto coniugale. Il marito, nel giro di qualche mese cade in depressione e deve essere temporaneamente
internato nel manicomio di Imola. Fanny riversa tutte le sue cure al neonato, ignorando deliberatamente Dino. Il ragazzo si chiude in se stesso, scoprendo la gelosia fraterna e un odio aperto per la madre. Segue i corsi ginnasiali a Faenza, presso il Convitto Salesiano ma con scarso profitto.Nel 1897 si iscrive al Ginnasio-Liceo “E.
Torricelli”. Colto da disturbi nervosi,deve tornare a Marradi, dove continua privatamente gli studi. Ricominciano gli scontri con la madre.
Oltre al disadattamento ambientale, ora è oggetto di scherno da parte dei coetanei. Dino resta fuori casa quanto più può, si apparta, si rifugia nei boschi a contatto con la natura, legge, si nasconde nei fienili per interi giorni senza toccar cibo. Ogni volta che discende in paese, lo scherniscono, e allora il ragazzo s'identifica, perversamente, nel personaggio del pazzo.
Nel 1903 s’iscrive a chimica pura a Bologna, ma passa subito a chimica farmaceutica presso l’Istituto di Studi Superiori a Firenze, per poi tornare a Bologna. La difficoltà di adattamento alimenta le turbe nervose che rendono necessario, nel 1906, un primo ricovero in manicomio, ove resta però pochi mesi soltanto, per intervento del
padre. A 19 anni, Dino prende il primo treno per il nord. Sarà a Milano, poi in Svizzera, infine a Parigi, ove acquisisce conoscenze di pittura moderna che affioreranno nella sua opera letteraria. I viaggi disperati sono quelli di un eterno fanciullo, rapito nell’anima dal demone della poesia: “Tutto era mistero per la mia fede, la mia vita era tutta un’ansia del segreto delle stelle, tutto un chinarsi sull’abisso. Ero bello di tormento, inquieto, pallido assetato errante dietro le larve del mistero…”.
Campana conosce in terra francese i poeti “maledetti” Baudelaire, Rimbaud, Verlaine. Più volte lo fermano per vagabondaggio. Per sbarcare il lunario fa i più svariati mestieri. Infine torna a Marradi, ma per poco. Ama troppo la vita da nomade, l’aria aperta, la vastità delle valli coi suoi echi e i suoi silenzi rispecchianti i paesaggi segreti dell’anima, e che gli aprono il cuore sull’infinito.
Ha compiuto 22 anni. Compone le poesie che formeranno i Canti orfici. La raccolta sarà ultimata nell’autunno 1913. Nella sua poesia visionaria sembra trasparire un rapporto spirituale con quella di Rimbaud. Si è molto
insistito, all’inizio, sull’influenza del poeta francese, ma essa è stata giustamente rimessa in discussione dalla critica più recente. Nella poesia di Campana, la Notte è il suo simbolo visivo. E in essa appaiono lampeggiamenti,
immagini frantumate… Egli cerca il risarcimento della sua fame di vita in una poetica dilacerata, sia come simbolo di bellezza ideale, sia come incarnazione di una condizione umana che fa di lui uno sradicato, un anarchico. Scrive Galimberti che Campana fu poeta “nel segno della poesia come vita”. Emilio Cecchi parla di “un esempio di eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia davvero col sangue”. E il critico Angelo R. Pupino
(1): “Lo stravolgimento allucinato della parola e trasformazione di questa in oggetto, avviene nel raggio di un non cospicuo numero di immagini-simboli (erotiche, soprattutto) che subiscono alcune variazioni e molte reiterazioni.
Alla fine, l’impressione è di una forte componente letteraria, anzi intenzionalmente e sacerdotalmente poetica “.
In Argentina, dove resta per poco, Campana svolge vari lavori per vivere. E’ in Olanda, Belgio, attraversa a piedi intere regioni. Viene arrestato per vagabondaggio e trascorre due settimane nel manicomio di Tournay. Torna a Marradi ancora una volta, per poco tempo, nel 1908. Vaga ancora, spirito inquieto e tormentato. Questa sua ansia di muoversi, di cambiare luogo corrisponde a un motivo profondo della sua poesia: il viaggio (soprattutto interiore), il senso di evasione dalla condizione presente, l’inseguire qualcosa (una Chimera) che non potrà mai essere raggiunto.
Dino si reca a Firenze nel dicembre 1913, con in tasca il manoscritto dei Canti Orfici, e si presenta alla redazione di “Lacerba”, dove incontra Papini e Soffici che dirigono la Rivista.Frequenta intanto il gruppo di artisti e
letterati che si riuniscono al caffè delle “Giubbe Rosse” e alla birreria “Paszkowski”. Tempo dopo scrive a Soffici per avere indietro il manoscritto, ma l’artista lo ha perduto durante un trasloco. L’episodio penoso sconvolge Campana, il quale, prossimo al collasso nervoso, ne ricompone a memoria la seconda stesura, deciso pubblicarlo.
Gli editori a cui lo invia, lo ignorano, così egli in estate si decide a stamparlo a spese proprie, presso il tipografo Bruno Ravagli. Torna a Firenze dove vende personalmente il libretto nei caffè e nei luoghi pubblici, firmando il volume o strappando qualche pagina a seconda che l’acquirente gli sia “simpatico” o “antipatico”.
Estimatore, con alcuni altri, della novità della poesia di Campana, è lo stesso Soffici. Silenzio, al contrario, da parte della critica. Deluso, Dino parte per la Svizzera, in cerca di lavoro. Intanto l’Italia entra in guerra (1915). Dino pensa di arruolarsi ma viene riformato. La delusione si trasforma in mania di persecuzione. Si ammala di nefrite, reni infiammati. Mentre si trova a Genova, colto da una paralisi al lato destro. In settembre, viene curato in ospedale, a Marradi, per la nefrite e l’infezione luetica. Guarisce ma rimane preda di deliri e acute cefalee. Sviluppa un delirio persecutorio nei riguardi dei letterati fiorentini. La famiglia Campana si trasferisce intanto a Signa, presso Firenze. Dino si sente finito; il destino lo sovrasta come una spada di Damocle. Ha dato tutto al demone creativo; ora erra senza pace, l’anima lacerata…
Ed ecco che quel destino (“stella avvelenata”) contro il quale egli impreca, deve riservargli un’ultima esperienza consistente in una felicità effimera che però si tramuterà in struggente dolore: il fatale incontro con Sibilla Aleramo (2). E’ l’estate del 1916. Nasce un amore disperato e divorante, ma anche trasfigurato in un alone di magia lirica: “Vi amai nella città dove per sole / Strade si posa il passo illanguidito / Dove una pace tenera che piove / A sera il cuor non sazio e non pentito / Volge a un’ambigua primavera in viole / Lontane sopra il cielo
impallidito”.
Un amore passionale che lo travolge; è come un incendio dei sensi, una fiammata. Infatti dura poco, meno di un anno. Per lui è il colpo definitivo; cade in delirio, si dà al bere, va spesso in escandescenze. Durante un episodio
persecutorio, è fermato in stato di etilismo e trasferito al manicomio di San Salvi di Firenze.
Da lì, il 18 marzo è inviato in internamento al manicomio di Castel Pulci. Ormai in questi posti si può dire che “è di casa”. E’ preda di visioni e di violenti deliri. Ma non è da escludere che a condurlo in quello stato abbiano contribuito i rudimentali elettroshock n uso allora, che portano allo sfacelo della psiche. Dino è interrogato e
“tormentato”, per tre anni consecutivi, dallo psichiatra Carlo Pariani (poi suo medico e futuro biografo). Finalmente nell’autunno 1930 viene ritenuto guarito.Ma ecco il cerchio si chiude: Campana muore il I° marzo 1932, per “setticemia primitiva acuta”. Almeno, questa la diagnosi; ma la verità, nei suoi riguardi, sembra ancora una volta negata: si dice che in realtà egli fosse morto per una ferita procuratasi scavalcando un recinto di filo
spinato. Persino le sue spoglie devono peregrinare, fino a quando, nel 1946 saranno traslate nella chiesa di Badia. Dopo la morte, 43 composizioni vengono trovate per caso, trascritte su un quaderno. Saranno poi pubblicate in Canti Orfici e altri scritti (Vallecchi 1952), a cura di Enrico Falqui.

Chiudiamo questo breve excursus sulla vita e l’opera di Campana con le parole di Carlo Bo, che nell’introduzione ai Canti Orfici scrive: “La poesia ha continuato per altre vie, ha avuto illustri pretendenti ma non ha più coinciso con il destino di un uomo, così come era accaduto con Campana. Ecco perché va ripetuto che Campana resta
l’ultimo poeta, il poeta toccato e divorato dal fuoco, il poeta che è entrato per sempre nel cuore stesso della notte e non ne è più uscito”.

NOTE
(1) Letteratura mondiale del '900, 3 voll., Edizioni Paoline 1980.
(2) Della scrittrice (1876-1960) s’innamorarono anche, a quanto ci risulta, Giovanni Papini, Vincenzo Cardarelli e Salvatore Quasimodo.

Felice Serino

***


DYLAN THOMAS: VIAGGIO ALLA FINE DELLA PROPRIA FERITA

Venere giace nella sua ferita, colpita
da un astro e le rovine sensuali creano
stagioni sopra il liquido universo.
Il bianco spunta nelle tenebre.

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Il suo vero nome era Dylan Marlais. Dylan starebbe a significare: “Figlio marino dell’onda”.
Il Nostro nasce a Swansea (Galles) il 27 ottobre 1914. La sola educazione formale che Dylan riceve è alla Swansea Grammar School che frequenta tra il 1925 e il 1931. Il padre, poeta egli stesso, è insegnante presso questa scuola. Il ragazzo non s’iscriverà all’università.Durante un breve periodo lavora come cronista presso un giornale locale, il “South Wales Daily Post”, e in questo stesso periodo pubblica le prime poesie. Presto si reca a Londra, ove entra a far parte di un circolo letterario che si raduna nella Charlotte Street a Bloomsbury. Tra le poesie pubblicate, e premiate, dal periodico “Sunday Referee” – a cui egli collabora – vi sono quelle della poetessa e narratrice Pamela Hamsford Johnson, con cui a partire dal 1933 Dylan inizia una fitta corrispondenza che sembra sfociare, dopo il primo incontro nel febbraio dell’anno seguente, in un legame sentimentale.
Conosce in quello stesso anno il poeta gallese Vernon Watkins, che resterà uno dei più sinceri e disinteressati amici della sua vita.
Già prima dei vent’anni Dylan comincia a bere smodatamente, asciandosi dominare letteralmente dall’alcool.A Penzance, in Cornovaglia, nel luglio 1937, egli sposa l’irlandese Caitlin Macnamara, modella del pittore August John, che l’ha presentata al poeta alcuni mesi prima. Dylan racconterà poi che appena
dieci minuti dopo le presentazioni, sono già a letto insieme.
Nell’agosto 1938, Thomas si stabilisce con la moglie a Laugharne, nel Carmarthenshire, in una casa di campagna vicino al mare, luogo denominato “Sea View” in cui sarà ambientato il “Dramma per voci” (Under Milk Wood, 1954).
Dal 1941, egli lavora saltuariamente presso l’industria cinematografica e successivamente per la BBC con una serie di letture radiofoniche.Le sue opere poetiche Eighteen Poems 1934, Twenty-Five Poems 1936, e alcune poesie di The Map of Love 1939, contribuiscono a dar vita al movimento denominato “The New Apocalypse”. Tali
poesie, molte delle quali surrealisticamente oscure, visionarie, presentano un indubbio talento nel trattamento del ritmo e nel sapiente uso delle metafore. Dove maggiore è la capacità di controllare l’impeto creativo, è tuttavia da
rilevare in Deaths and Entrances, del 1946.
“Nell’inevitabile contrasto di immagini”, dichiara Thomas, “io cerco di ricreare quella pace che dura un attimo e che è una poesia”.Detto per inciso, la pubblicazione, ultima, dei Collected Poems 1934-1952 ( del 1952), raggiungerà la tiratura di 10 mila copie.
Egli nasce predestinato a un successo duraturo, soprattutto post-mortem.
Nella primavera del 1947, Dylan Thomas si ferma per qualche settimana in Italia, a Villa Beccaro, Scandicci (Firenze), dove tuttavia non si trova a proprio agio. Qui sostituisce l’enorme quantità di birra a cui è abituato, al vino italiano, con una conseguente ebbrezza che lo coglie molto prima, e la cui causa è un immaginabile squilibrio psichico.Conosce poeti di fama come Mario Luzi, Ottone Rosai, Piero Bigongiari, Eugenio Montale.
Giovanni Papini definisce la poesia di Thomas come “l’opera di un ubriaco irresponsabile”.
Nel marzo 1949, il Nostro torna a Laugharne, dove si trova a dover affrontare il problema di enormi rretrati di tasse da pagare.
Nell’autunno 1953 riceve il premio Etna-Taormina.
In ottobre si reca per l’ultima volta in America (vi era già stato per brevi periodi negli anni 1937 e 1952), dove lo coglie la morte per delirium tremens, a New York, nel Saint Vincent Hospital, il 9 novembre. La diagnosi è: intossicazione alcolica delle cellule cerebrali. Il 24 novembre le spoglie di Dylan Thomas vengono sepolte nel
cimitero di St. Martin a Laugharne.
Da rilevare che nel 1982 è stata collocata una lapide in suo onore nell’Angolo dei poeti dell’Abazia di Westminster, a Londra.

* * *
L’opera thomasiana è definita caotica e ineguale.
A volte la poesia sbocca nelle forme della preghiera o dell’inno; si vedano i “canti d’innocenza” o quelli del gruppo comprendente 12 frammenti di “Visione e preghiera “, che inizia con questi versi: “Chi / Sei tu / Che nasci / Nella stanza accanto / Alla mia con tanto clamore / Che io posso udire l’aprirsi / Del ventre e il buio trascorrere / Sopra lo spirito e il tonfo del figlio / Dietro il muro sottile come un osso di scricciolo? / Nella stanza sanguinante della
nascita / Ignoto al bruciare e al girare del tempo / E all’impronta del cuore dell’uomo / Nessun battesimo si curva, / Ma il buio solamente / A benedire / Il barbaro / Bimbo”. (L’intero poemetto è diviso in due parti; i primi sei frammenti sono a forma di losanga, i secondi a calice).
Sovente nella sua opera poetica pare che l’autore giochi sul caos e sul filo dell’ambiguo “per invogliare la critica ad arrendersi o a una condanna o a una accettazione incondizionata” (Gabriele Baldini nell’introduzione a “Poesie”, 1974). Ma di tutto si può accusare questo “alchimista” della parola, tranne che di faciloneria e di improvvisazione. Il tema di fondo è quello della recherche di un tempo infantile, d’innocenza, e l’ossessione è quella dello scavare in profondità nell’alveo primordiale della nascita, come viaggio doloroso verso l’altra “nascita” che è implicita nella morte. (“Dopo la prima morte non ce ne sono altre”: è l’ultimo verso di “A Refusal”). Si contano vari traduttori della sua opera poetica e in prosa che si sono cimentati nel difficile compito di interpretarla. Fra questi vogliamo citare, nel chiudere questo breve excursus, Eugenio Montale: “La forza che
urgendo nel verde calamo guida il fiore, / Guida la mia verde età; quell’impeto che squassa la radice degli alberi // E’ per me distruzione. / E muto non so dire alla rosa avvizzita / Che questa febbre invernale piega anche la mia giovinezza. // La forza che guida l’acqua fra le rocce, / Guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le
sorgenti che gridano, // Le mie raggruma / (…).
La lirica [di Thomas] non ha un linguaggio da comunicare”, scrive Alfredo Giuliani, “è essa stessa il più alto e comprensivo messaggio possibile, informazione magica faticosamente raccolta dall’autore (…) la poesia sta ferma, romba dentro se stessa come una pietra cava, tutte le lacerazioni si rimarginano nel tessuto sonoro,
sono soltanto figure del disegno elegiaco e celebrativo”.

Nota
Per la vasta bibliografia si veda “Dylan Thomas – Poesie”, Oscar Mondadori 1974, o anche “Letteratura mondiale del 900”, Edizioni Paoline 1980.

Felice Serino

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VINCENZO CARDARELLI, IL POETA DELLA SOLITUDINE

Il I° maggio 1887, a Carneto Tarquinia, zona maremmana, in provincia di Viterbo, nasceva Vincenzo Cardarelli, all’anagrafe registrato col cognome materno, Caldarelli (poi modificato) e col nome di Nazzareno. Il padre, che non appare nell’atto di nascita, teneva in casa Giovanna Caldarelli, la quale si guadagnava da vivere con la raccolta e la vendita di frutta e ortaggi. Dopo la nascita del piccolo, la donna fu messa alla porta e il figlio non venne riconosciuto. Un marchio che segnò a fuoco la vita di Vincenzo: “Io nacqui forestiero in maremma…e crebbi come un esiliato. Non ricordo la mia famiglia né la casa dove sono nato”. Più tardi il padre si risposò e
il ragazzo conservò negli anni un buon ricordo della matrigna.Tuttavia la sua fu un’infanzia triste e inquieta: “Io avevo un vasto tesoro di sensazioni e di sentimenti; la mia infanzia. Fu come se una libecciata furiosa l’avesse dispersa. Io vissi in arida solitudine…Nascita, indole, educazione, tutto contribuì a fare di me un uomo amato da pochi, ingiuriato dai più, e compreso veramente da nessuno”. (Solitario in Arcadia, 1947). Il giovane cresce plasmando un carattere guardingo e permaloso, cinico e avvelenato. E’ tuttavia dotato di una sensibilità e un’intelligenza vivissime. Si sente subito perduto quando, concluse le elementari, il padre non gli consente più di continuare gli studi. A 17 anni scappa da casa, giunge a Roma con 7 lire in tasca. “Cercai la scuola nella vita, nel mondo”. Si adatta, per vivere, alle più umili occupazioni. In tali condizioni di vita, dove non v’è posto per studi regolari, la sua cultura è il frutto di un accanito impegno di autodidatta. La sua natura poetica emerge sicura. Nel frattempo conduce una vita precaria ed errabonda, di isolamento e solitudine. Nel 1908 entra, grazie ad aiuti, nella redazione dell’Avanti! come articolista. E’ un periodo di fertilità ed entusiasmo; scrive anche due articoli al giorno. E’ instancabile. “Le mie giornate sono / frantumi di vari universi / che non riescono a combaciare. / La mia fatica è mortale”. Rimarrà in redazione fino all’ottobre 1911 allorché la sede viene trasferita a Milano. Fra gli anni 1910-1911 collabora a riviste e quotidiani quali Il Marzocco, La Voce, Il resto del Carlino, e frequenta il caffè Paszkowski insieme ad artisti e letterati emergenti. Ma il suo fisico è minato ed è necessario il ricovero al Policlinico. Soffre di turbe gastriche, dolori renali, e spesso è preda di crisi depressive con irascibilità o prostrazione. Si tuffa nelle letture di Nietzsche, Leopardi, Pascal, formandosi culturalmente nel periodo di tempo necessario per rimettersi in salute.
Se si vuole cercare una presenza femminile, l’ “amore” – l’unico – nella vita solitaria di Cardarelli, questa è Sibilla Aleramo. Egli se ne innamora subito, subendone tutto il fascino. Segue un periodo di convivenza con lei, a Firenze.
Questa tormentosa passione amorosa che lo lascia quasi stravolto, non è altro che una fiammata: presto i due amanti si rivelano l’uno l’antitesi dell’altra: lei tutto istinto e passione, lui dalla naturale introversione che finisce per
trincerarlo in difese e razionalizzazioni nevrotiche. Egli considera la “donna” come mistero adorabile,inafferrabile. “Io non crederò mai nella donna. Questa è la mia dannazione”. Il problema donna per Cardarelli diviene sinonimo di nevrosi, ed egli si lascia afferrare dalla misantropia, risucchiare dal vuoto esistenziale: “queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo, / questo strascico di morte / che noi lasciamo vivendo/…/; mi sono sempre alzato da una disfatta…il segreto delle mie conoscenze è l’insoddisfazione”.Ha inizio un lungo vagabondare di luogo in luogo. Egli vive in camere d’affitto o ospite di amici. Dalla sua sensibilità e il suo spirito nomade, nasce una poesia autobiografica ed elegiaca: Profughi, Viaggi nel tempo, dove è rappresentato il bisogno di interrogarsi sul perché dell’esistenza. Frequente è la dedica ai suoi luoghi natali: “Qui rise l’Etrusco, un giorno, coricato, con gli occhi a fior di terra, guardando la marina. E accoglieva nelle sue pupille, il multiforme e silenzioso splendore
della terra fiorente e giovane di cui aveva succhiato il mistero gaiamente, senza ribrezzo e senza paura, affondandoci le mani e il viso. Ma rimase seppellito, il solitario orgiasta, nella propria favola luminosa. Benché la gran madre ne custodisca un ricordo così soave che, dove l’Etruria dorme, la terra non fiorisce più che asfodeli”.
Collabora a La Voce e a Lirica; infine torna a Roma, dove fonda la rivista La Ronda che vede la luce nell’aprile 1919 (e vivrà fino a novembre 1922). La sua vena lirica, altissima, rievoca l’infanzia, l’amore per la campagna, le figure femminili, le stagioni nel loro mutare, il senso del tempo; il suo pessimismo di matrice leopardiana si nutre del tema della morte: “lasciatemi rivedere la mia terra, lasciatemi andare una notte a dormire con i morti”. Nascono le prose di Il sole a picco, premio Bagutta (1929), Il cielo sulle città, I Viaggi. Un altro tema caro alla sua sensibilità di poeta è quello del viaggio (reale o metaforico). Egli è “esule ovunque”. Ha scritto giustamente Luzi: “Noi sapremmo interpretare il nomadismo e le fughe del Cardarelli se non destinate dalla qualità della sua stessa sintassi spirituale (…) la sua vita psicologica assume una rapidità ed una gravità drammatiche: ogni incontro diviene un avvenimento fatale, ogni separazione un addio per l’eternità”.
“Sento la poesia come sostanza, idee, concetti, situazioni poetiche, piuttosto che come puro linguaggio”, scrive il Nostro in Giorni in piena (1934). “A quella sua idea di poesia”, leggiamo da Alberto Frattini, “Cardarelli rimarrà sempre fedele: dalle sue più famose liriche – come Adolescente o Estiva, Liguria o Alla morte – ove nel linguaggio vigile e teso il tono pacatamente familiare trascolora e s’impenna su punte di misurata aulicità e la musica si sostiene a filo di un’acre intelligenza, di una macerata inquietudine, alle poesie d’amore – tra le più
belle del nostro Novecento – ove il tessuto autobiografico è decantato e redento in rara levità di movenze, ariose e malinconiche, sino alle poesie del ’47, nel cui tono medio, “pianissimo e intenso” il De Robertis indicava la vera scoperta dell’ultimo Cardarelli”.
Nel 1949 gli viene affidata La Fiera Letteraria, che dirige fino al 1955 (ma specialmente negli ultimi anni, solo nominalmente): una strana malattia ai centri nervosi condizionanti lo stato termico del corpo, non gli consente quasi più di lavorare. Lo si vede in piena estate, seduto al caffè Strega, in via Veneto, ancora col cappotto e
cappello. E’ il poeta che ha già affermato: “Ora la mia giornata non è più / che uno sterile avvicendarsi / di rovinose abitudini / e vorrei evadere dal nero cerchio…/ E sogno partenze assurde, / liberazioni impossibili…/ Io annego nel tempo”. E’ il 1959 e la salute gli ha voltato le spalle: isolato in una pensione romana, quasi non può più fare movimenti fisici. Il 15 giugno, dopo la degenza di un mese, assistito dalla sorella, muore al Policlinico di Roma. A testimonianza del suo animo perennemente inquieto e sradicato, ci lascia questi versi memorabili: “Non so dove i gabbiani abbiano il nido / ove trovino pace. / Io son come loro / in perpetuo volo. / La vita la sfioro / com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo. / E come forse anch’essi amo la quiete, / la gran quiete marina, / ma il mio destino è vivere / balenando in burrasca"

Felice Serino

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SIMONE WEIL, IL FUOCO DELLA VERITA'

Personalità dal carattere forte e volitivo, che per la sua fede nella verità fu spesso pietra d’inciampo e che eccelse in coerenza fino al limite dell’estremismo più radicale, Simone Weil nacque il 3 febbraio 1909 a Parigi.
A 14 anni attraversa una crisi di sconforto adolescenziale (“ho seriamente pensato a morire a causa della mediocrità delle mie facoltà naturali”). A 21 le si manifestano quelle cefalee che la faranno soffrire atrocemente sino alla fine della sua vita. (“Il mio impulso, nelle crisi di mal di testa” – confessa – “è colpire qualcuno alla testa”). Un estremo sforzo di attenzione le permette di lasciar soffrire la carne “ per conto suo, rannicchiata in un angolo”. All’inizio degli anni ’30, quando milita nei ranghi del sindacalismo rivoluzionario, la Weil professa unantimilitarismo radicale. “Il patriottismo (…) non tende ad altro che a trasformare gli uomini in carne da cannone” (1).
Professoressa al liceo di Auxerre, Simone nel dicembre ’34 non disdegna di sperimentare il lavoro manuale, prestando opera come manovale presso Alsthom (società di costruzioni meccaniche) a Parigi (“lavoro durissimo, calore insopportabile, fiamme che lambivano le braccia…”). L’anno seguente la Weil lavora come
fresatrice alla Renault. A settembre, in Portogallo, nel villaggio Pavoa do Varzim, a 80 chilometri circa a nord di Porto, ella percepisce l’affinità tra Cristo e i più poveri, scoprendo il cristianesimo nella sua dimensione più vera e
straziante. Quella data, 15 settembre, è la festa patronale di Nostra Signora dei 7 Dolori.
Nell’agosto ’36, Simone Weil s’impegna nella guerra civile in Spagna nelle file degli anarco-sindacalisti. Partita per prendere parte a una rivoluzione, ella si rende conto di non far altro che partecipare a una guerra. L’anno
seguente, Assisi è la prima delle tre tappe della sua conversione. “Fu una volta che ero intenta a recitare la poesia Love” [di George Herbert, n.d.a.] – scrive – “che Cristo stesso è disceso e mi ha presa”. Da allora la poesia diventa preghiera. La sua conversione assume contorni più netti durante il soggiorno all’abbazia di
Solesmes, nella settimana santa. Ha allora 29 anni.
Nella primavera del ’40, Simone conoscerà le Bhagavad Gìta, dalla cui lettura riceverà, per sua ammissione, un’impronta permanente. Su consiglio di René Daumal ella si avvierà allo studio del sanscrito, lingua originale del testo sacro.
Dopo aver lasciato Parigi, il 13.6.1940, giorno in cui la capitale francese viene dichiarata “città aperta”, Simone in settembre s’installa a Marsiglia e prende contatti con gli ambienti della Resistenza. La rete alla quale appartiene viene scoperta, e nella primavera del ’41 ella viene interrogata per quattro volte dalla polizia. Ogni volta si aspetta di venir arrestata e prepara la valigia con alcuni vestiti… Resterà fino al marzo ’42 alla base dell’organizzazione e della diffusione dei quaderni clandestini della Resistenza, i Cahiers du Témoignage chétien per i sei dipartimenti del Sud-Est. Nel giugno ’41, Simone va a trovare padre Joseph-Marie Perrin presso il convento domenicano a Marsiglia, dietro richiesta di questi di conoscerla; lei gli chiede di voler fare l’operaia agricola, e il frate la indirizza da Gustave Thibon a Saint Marcel d’Ardeche. La Nostra si appassiona al Tao Te Ching e studia le Upanishads. Impara a memoria il Pater in greco; inoltre s’interessa molto di Platone e riconosce in lui un mistico, vero testimone di Dio. L’incontro con Lanza Del Vasto, avvenuto lo stesso anno, a Marsiglia, permetterà a Simone di
percepire meglio il reale significato della “non-violenza alla Gandhi”. Come la Weil, anche Del Vasto si meraviglia delle compromissioni della Chiesa col potere e con l’impero della violenza. Egli ricorda Simone in un suo libro, e ad un certo punto aggiunge che, ascoltandola parlare, “nel giro di dieci minuti non si vedeva più il suo viso; si percepiva soltanto l’anima, in cui risplende il fuoco della giustizia” (2).
Il 6 luglio ’42, Simone Weil parte per New York. Qui conosce, fra gli altri, Jacques Maritain. Il 14 dicembre si stabilisce a Londra, dove viene assegnata come redattrice alla Direction de l’interieur de la France Libre (commissariat à l’action sur la France).


IL PENSIERO, L'OPERA, L'ESPERIENZA SPIRITUALE

Nel ’34 Simone Weil scrisse Rèflexions sur les causes de l’oppression sociale et de la liberté, considerato dal suo maestro Alain opera di prima grandezza, e che lei non pubblicò mai soprattutto per le critiche di un amico. La Weil si ricollega volentieri alle analisi proposte da Marx sull’oppressione dei lavoratori da parte del sistema produttivo della grande industria e sull’asservimento dei cittadini da parte del sistema di governo dello stato. Ecco come si esprime in uno dei suoi pensieri dal profondo spessore filosofico: “Il padrone è schiavo dello schiavo nel senso che lo schiavo fabbrica il padrone”.
La Weil sarà anche tra i primi a denunciare le deviazioni della rivoluzione sovietica. Autrice di numerosi articoli su questioni sociali ( in L’ Effort, La Tribune, ecc.), ebbe anche varie conversazioni con Leon Trotsky, incontrato nel ’33 quando fu ospite dei suoi genitori per qualche giorno. Con lui nutriva divergenze di idee non tanto sul proletariato, quanto sulla difesa della “persona”. Una prossimità spirituale e politica tra la Weil e Georges Bernanos è davvero inconcepibile. Tuttavia, Bernanos denuncia “l’impero della forza” allo stesso modo di Simone. Egli teme che ben presto i giovani facciano “della crudeltà una virtù virile”, sicché la “misericordia” appaia loro segno di debolezza e stupidità. Ciò che ferisce più profondamente Bernanos è che i crimini della crociata franchista vengano commessi in nome del cristianesimo e con la benedizione della Chiesa.
Il poeta Joe Bousquet, che Simone aveva conosciuto a Carcasonne nel marzo ’42, riconobbe immediatamente la poetica autentica dalle poche pagine che ella gli aveva mostrato. “Si direbbe che il ritmo dei versi è per voi quello della coscienza”, le scriverà in una lettera (3). (Nel 1918, a 21 anni, Bousquet era un corpo che viveva solo a metà, colpito da un proiettile alla spina dorsale). La Weil aveva scritto una decina di poesie e le aveva sottoposte al giudizio di Paul Valèry e dello stesso Bousquet. Ella compose anche Venise sauvée, tragedia in tre atti, durante l’esilio a Londra, eche rimase incompiuta. “Sono convinta”, scrisse in una lettera all’amico Bousquet, “che la sventura da una parte, e dall’altra la gioia come adesione totale e pura alla perfetta bellezza, implicanti entrambe la perdita dell’esistenza personale, sono le due sole chiavi per mezzo delle quali si entra nel paese
puro, il paese respirabile, il paese del reale” (4).
“A me fa impressione, nella vicenda di Simone Weil, la sua situazione di apolide”, scrive Giovanni Pizzutto. “In realtà Simone Weil è ebrea ma è contro il semitismo; è marxista ma rifiuta il totalitarismo; è europea ed innamorata della cultura greca e della religione indù; è vicina alla Chiesa (…) però non si sente di entrare nella
Chiesa” (5). Il futuro papa Paolo VI diceva a Thibon che era cosa molto spiacevole che Simone non avesse spinto fino al battesimo la sua conversione al cristianesimo, perché meritava di essere fatta santa. Simone Weil apparteneva alla categoria dei predestinati che vivono “come se essi vedessero l’invisibile”. Per lei il vertice del cristianesimo era che l’amore e la verità si uniscono soltanto sulla croce. Perché la verità è terribile. Padre Perrin precisò i limiti entro cui Simone Weil rifiutava la formula agostiniana Fuori dalla Chiesa nessuna salvezza. Tale formulazione del mistero cristiano è diametralmente opposta alla sua apertura universale. Simone riduceva la
Chiesa, istintivamente, al grande animale sociologico, secondo l’espressione usata da Platone. La prova crocifiggente dell’amicizia con Joseph M. Perrin fu proprio il rifiuto di Simone per il battesimo. Ella era trattenuta sulla soglia della Chiesa da difficoltà insormontabili, come lei asseriva, di ordine filosofico. Ma pare acquisito che Simone sia stata battezzata dalle mani di un’amica, Simone Deitz, probabilmente alla fine di giugno ’43, all’epoca del soggiorno presso l’ospedale Middlesex di Londra, dove ella era stata ricoverata il 15 aprile, perché ammalata di tubercolosi. Quale significato bisogna dare a questo tardivo battesimo, sul quale ella preferì mantenere il silenzio?
Riguardo il suo ineffabile desiderio di annientarsi in Dio, ecco dai Cahiers (17 quaderni di “pensieri” scritti dall’inizio del ’41, a Marsiglia, alla fine del ’42, in America) una breve preghiera, da far venire i brividi: “Padre, poiché tu sei il Bene e io sono il mediocre, strappa da me questo corpo e questa anima e fanne cose tue, e di me non lasciar sussistere, in eterno, altro che lo strappo stesso, oppure il nulla”. Desiderare d’essere nient’altro che lo strappo: sentimento inconcepibile per un comune mortale che non sia dotato di una “mente” superiore!
Trasferita al sanatorio di Ashford, nella contea di Kent, il 17 agosto, Simone Weil muore dopo una settimana, nel sonno. Viene sepolta il giorno 30 nel “New Cemetery” di Ashford.
Molte delle opere della Weil sono state pubblicate postume. Alcune fra le più importanti: Attente de Dieu, La Colombe, Paris 1950; La connaissance surnaturelle, Gallimard, Paris 1950; Cahiers I, II, III, Plon, Paris, rispettivamente negli anni ’51, ’53, ’56.

Bibliografia e fonti
(1) Simone Weil, Oeuvres complètes. Ecrits historiques et politiques, Gallimard, Paris 1960 ;
(2) Lanza Del Vasto, L’arca aveva una vigna per vela, Jaka Book, Milano 1980;
(3) Joe Bousquet, Cahiers du Sud, Rivage, Marseille 1981 (rèedition) ;
(4) Simone Weil, Pensée sans ordre concernant l’amour de Dieu, Gallimard, Paris 1962 ;
Canciani, Fiori, Gaeta, Marchetti, Simone Weil, la passione della verità, Morcelliana, Brescia 1984.

Felice Serino


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LA POESIA DI NIL

Nedda Falzolgher, detta Nil, nasce il 26 febbraio 1906 a Trento, quando quella parte del territorio è ancora sotto il dominio austriaco. Il padre era un bancario e la madre di ricca famiglia. Primogenita, sensibile, intelligente, vive nei primi anni una vita serena e gioiosa. La bimba cresce bene fino all’età di cinque anni, quando inattesa la disgrazia viene a stravolgere il suo destino: è colpita da paralisi infantile, o più comunemente detta, poliomielite.
Ella si sente attratta per vocazione naturale verso la scrittura e la poesia; vocazione che rappresenta per il suo spirito sofferto una specie di resurrezione.
“Nil non poteva andare verso le cose, ma le cose venivano a lei a cimentare la sua forza e la sua gioia, e tutto la investiva e subito l’abbandonava, lasciando segni di grazia sulla sua anima con il moto dell’onda marina che scrive parole di vita su tutta la riva” (da Il libro di Nil).
I genitori cercano di renderle la vita meno disagevole possibile. La mamma la incoraggia in quella sua insaziabile sete di cultura che la indirizza verso la scrittura alimentando il suo mondo interiore. Nedda apprenderà ad uscire da quel mondo circoscritto dalle pareti di casa per conoscere il mondo esterno, perseguendo il raggiungimento di un ideale superiore.
Dall’età di 27 anni, ella riceve in casa amici poeti e artisti, e la sua dimora diviene presto un punto d’incontro culturale. Fra i giovani frequentatori c’è un ragazzo, Franco Bertoldi, che resterà per lei un amore impossibile.
“Non ti darò contro il petto dolore
più che il rigoglio delle fronde sciolte.
Dammi tu spazio allora per questa morte:
io non ho solco per vivere
e non ho paradiso per morire;
e sento in me stormire
quest’agonia d’amore,
bionda, contro la zolla che la ignora…”.
Nella sua opera Il libro di Nil, pubblicato postumo dal padre, c’è una sezione di poesie intitolata Ritmi dell’infinito, dove si leggono versi scritti durante la guerra.
“Stasera io sono stanca
delle tue mani lontane;
stanca di grandi stelle disumane,
com’è sazia l’agnella di erbe amare…”.
Il 2 settembre 1943 Trento fu bombardata e Nedda fu salvata dalle macerie, insieme ai genitori. In seguito, la ragazza inizierà una corrispondenza con Domenico, suo salvatore e amico, facente parte di un servizio di volontariato. Lo spirito altruistico e la bontà di Domenico fanno sì che Nedda si avvicini ad una dimensione spirituale personale intensa.
“Ma una luce è posata sulle cose,
come la carità senza parola;
e ogni vita attende sola
che la raccolga con gesto d’amore”.
La guerra termina e la ragazza può tornare a casa. Intanto la madre da tempo malata, viene a mancare nel settembre del ’50.
“T’amo, Signore, per la muta passione delle rose.
T’amo per le cose della vita leggere,
le cose che sognano i morti la sera
dentro la terra calda,
sotto il limpido brivido degli astri.
Ma più t’amo, Signore per la misericordia
delle tue grandi campane
che portano nel vento
verso l’anima della sera
la nostra povera preghiera”.
Nedda ha sempre continuato a scrivere nel trascorrere degli anni. Ora, sente la vita sfuggirle e soffre per quel che non ha vissuto.
“Ora tu vedi queste mie canzoni
simili tanto alle foglie che sperdi,
amaro Iddio del silenzio.
E sai che non hanno feste di sole
perché di tutto il sole tu inondi
la Terra dove cammina l’amore”.
“Ascolta ancora, Dio,
le sorgenti, e perdona,
e nella mano portaci, col seme
delle stagioni innocenti”.
Nil rende lo spirito il 2 marzo ’56, a 50 anni.

Chiudiamo questo breve excursus con dei versi stupendi, nati da quest’anima candida:
“…Che ansia, allodola pura,
questo palpito d’angelo sommerso
che ha smarrito la vena dei venti;
sul respiro del mondo senti
ancora tutte le stelle
mutar la tua voce in chiarore…”.

[Notizie liberamente tratte da: Nedda Falzolgher – la poesia, la vita, Isa Zanni, Linguaggio Astrale n. 136/04]
Bibliografia
Nedda Falzolgher: poesia e spiritualità, edizione Comune di Trento 1990
Nedda Falzolgher: il cuore, la poesia, edizione Comune di Trento 1990

Felice Serino

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DALI’ GENIO E SREGOLATEZZA

Eccessivo, eccentrico, paradossale, contraddittorio. Non ci sono appellativi che non siano stati usati per esprimere le caratteristiche di questo personaggio eclettico e dissacrante, nato per eccellere e stupire agli inizi del XX secolo.
Salvador Dalì è nato due volte. La prima, a Figueras, il 21 ottobre 1901, ma il bimbo morì a 21 mesi di vita. Il Nostro nascerà nove mesi e dieci giorni dopo la sua morte, l’11 maggio 1904. Egli si trascinerà dietro tutta la vita il peso di dover reincarnare il fratello maggiore di cui porta il nome: “una sorta di complesso di colpa del sosia, trasformato in fissazione paranoica, estetica” (Marco Vallora). “Tutte le mie eccentricità, tutte le mie esibizioni incoerenti sono la tragica costante della mia vita”, si legge in Conversazione con Dalì (1969), di Alain Bosquet. “Devo provare a me stesso che non sono il fratello morto ma quello vivo. Come nel mito di Castore e Polluce,
uccidendo mio fratello ho conquistato l’immortalità per me stesso”. Come dire che la morte del primo Salvador è la molla, l’arco teso che lo lancerà molto lontano…nel firmamento della pittura.
“Lo si voglia o no, sono stato chiamato a realizzare prodigi”, ha dichiarato. Nella sua biografia si legge che ha una relazione ambigua col poeta Garcia Lorca, ma si dice che Dalì abbia sempre rifiutato le ripetute avances di
Federico.
“Canto le tue ansie d’eterno illimitato”, scriverà il poeta in una sua ode dedicata all’amico.Dalì è stato uno dei maggiori esponenti del Surrealismo (nuovo spirito dell’arte battezzato da Apollinaire col nome di Superrealismo, al debutto del balletto Parade di Cocteau, 1917); costituito fra gli altri dai poeti Paul Eluard e Andrè Breton, dal cineasta Bunuel, dagli artisti figurativi Manritte, Ernst, Mirò, Man Ray; e ancora, Edward James, Hans Arp, Arpo Marx (solo per citare quelli che diverranno famosi).
Sposò dopo una convivenza di molti anni, Gala Diakonoff di dieci anni più grande, moglie del poeta Eluard (da cui poi divorziò), ed ex compagna di De Chirico; una donna-manager avida di potere, la quale impostò da subito la relazione col ruolo di “protettrice”, o meglio di impresario, relegando a Dalì quello di “dipendenza”, e desiderosa di organizzargli la vita. In amore prediligeva il triangolo; ma grandi furono le sue sfuriate di gelosia quando nel periodo precedente la seconda guerra mondiale Dalì divenne amante di Edward James.Egli non era per lei che una semplice “macchina per far soldi”.
“I Dalì sono due, uno appartenente al suo mondo di vivida, geniale e avvincente paranoia, in cui vive più della metà della sua vita; l’altro è l’accorto affarista, creato dalla moglie Gala” (Edward James a Dalì, marzo 1941).
(Fu Andrè Breton a coniare l’anagramma Avida Dollars dal nome Salvador Dalì – cosa che divertì molto l’interessato).
Il miele è più dolce del sangue (1927) fu il suo primo dipinto surrealista. Famosa la serie dei suoi orologi molli. Molti i disegni e i dipinti raffiguranti la moglie Gala. Soggetti della sua arte, anche i ritratti di Eluard, Lenin, Freud.
Dal 1927 al 1929 fu il periodo per lui più prolifico e rappresentativo. Famoso resta il suo ritratto a una vedette del cinema, Mae West.
La sua potenza espressiva, l’intensità cromatica delle forme nello spazio e nella luce, davano voce e sangue alla tela. Alcuni dei suoi quadri, unici e dalla stesura raffinata, restano l’espressione dell’inconscio collettivo del XX secolo. Egli, il genio, ne è l’archetipo.
Vogliamo qui aprire una parentesi per dire che nell’immaginazione popolare il genio è sempre dotato di poteri magici; è sempre considerato come agente di una forza esterna. Questo potere può risultare misterioso anche al genio stesso. Egli obbedisce a una sorta di desiderio istintivo, a una necessità interiore.
L’arte visionaria di Dalì passa alla storia anche per i titoli bizzarri e improponibili quali, per citarne qualcuno: “Burocrate medio atmosferocefalico nell’atto di mungere un’arpa cranica”, “Teschio atmosferico che sodomizza un pianoforte a coda”, “Autoritratto molle con pancetta fritta”, “Lo svezzamento del nutrimento dei mobili”, “Acido Galacidalacide sossiribonucleico (Omaggio a Crick e Watson)”.
Nella storia dell’arte, in modo specifico egli è il Surrealismo, in una rappresentazione personalissima, spesso dal contenuto delirante, definita “metodo paranoico-critico”.La sua opera apre le porte verso universi paralleli, in una visione allucinatoria; ma Dalì è ben consapevole del confine che separa il mondo reale dall’immaginario.
Nel 1944 Alfred Hitchcock lo volle per la realizzazione delle sequenze oniriche per il film Io ti salverò, con Gregory Peck e Ingrid Bergman. Si trattava di illustrare i sogni del protagonista in preda ad amnesia.
Egli era originale ad ogni costo e viveva di un protagonismo insaziabile. Sempre in equilibrio sulla corda tesa delle sue assurde trovate, ad una conferenza alla Sorbona del 1955, si presentò in una Rolls-Royce bianca, stipata di cavolfiori. Nelle sue performances, ogni cosa che toccava si trasformava in oro. Scrive nel suo Diario di un genio: “in uno stato di permanente erezione intellettuale ogni mio desiderio è esaudito”.
Un sempre crescente numero di psichiatri vedevano in lui un caso allettante dal punto di vista di uno studio ravvicinato. Egli è noto agli studiosi della psiche come un “perverso polimorfo”.
Nell’opera daliniana gli istinti sessuali appaiono cerebralizzati e sublimati dall’arte.
Dalì era sempre eccessivo e le sue manie grandiose e strampalate spesso infastidivano. Fu molto criticato dalla stampa e dall’opinione pubblica, e anche minacciato, per aver dichiarato di simpatizzare per il generale Franco.
Fino alla fine, ebbe il culto paradossale della propria immagine. Negli ultimi tempi, fra gli alti e bassi della malattia che lo aveva colpito (morbo di Parkinson), si lamentava dicendo com’era difficile morire. (Gli era già mancata Gala da alcuni anni).
Fantasma di se stesso, morì a 87 anni, il 23 gennaio 1989, nella clinica dove era stato ricoverato per collasso cardiaco.

Fonte
Meredith Etherington-Smith, Dalì, Garzanti 1994.

Felice Serino

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DYLAN THOMAS: VIAGGIO ALLA FINE DELLA PROPRIA FERITA

Venere giace nella sua ferita, colpita
da un astro e le rovine sensuali creano
stagioni sopra il liquido universo.
Il bianco spunta nelle tenebre.

*
Il suo vero nome era Dylan Marlais. Dylan starebbe a significare: “Figlio marino dell’onda”.
Il Nostro nasce a Swansea (Galles) il 27 ottobre 1914. La sola educazione formale che Dylan riceve è alla Swansea Grammar School che frequenta tra il 1925 e il 1931. Il padre, poeta egli stesso, è insegnante presso questa scuola. Il ragazzo non s’iscriverà all’università.Durante un breve periodo lavora come cronista presso un giornale locale, il “South Wales Daily Post”, e in questo stesso periodo pubblica le prime poesie. Presto si reca a Londra, ove entra a far parte di un circolo letterario che si raduna nella Charlotte Street a Bloomsbury. Tra le poesie pubblicate, e premiate, dal periodico “Sunday Referee” – a cui egli collabora – vi sono quelle della poetessa e narratrice Pamela Hamsford Johnson, con cui a partire dal 1933 Dylan inizia una fitta corrispondenza che sembra sfociare, dopo il primo incontro nel febbraio dell’anno seguente, in un legame sentimentale.
Conosce in quello stesso anno il poeta gallese Vernon Watkins, che resterà uno dei più sinceri e disinteressati amici della sua vita.
Già prima dei vent’anni Dylan comincia a bere smodatamente, asciandosi dominare letteralmente dall’alcool.A Penzance, in Cornovaglia, nel luglio 1937, egli sposa l’irlandese Caitlin Macnamara, modella del pittore August John, che l’ha presentata al poeta alcuni mesi prima. Dylan racconterà poi che appena
dieci minuti dopo le presentazioni, sono già a letto insieme.
Nell’agosto 1938, Thomas si stabilisce con la moglie a Laugharne, nel Carmarthenshire, in una casa di campagna vicino al mare, luogo denominato “Sea View” in cui sarà ambientato il “Dramma per voci” (Under Milk Wood, 1954).
Dal 1941, egli lavora saltuariamente presso l’industria cinematografica e successivamente per la BBC con una serie di letture radiofoniche.Le sue opere poetiche Eighteen Poems 1934, Twenty-Five Poems 1936, e alcune poesie di The Map of Love 1939, contribuiscono a dar vita al movimento denominato “The New Apocalypse”. Tali
poesie, molte delle quali surrealisticamente oscure, visionarie, presentano un indubbio talento nel trattamento del ritmo e nel sapiente uso delle metafore. Dove maggiore è la capacità di controllare l’impeto creativo, è tuttavia da
rilevare in Deaths and Entrances, del 1946.
“Nell’inevitabile contrasto di immagini”, dichiara Thomas, “io cerco di ricreare quella pace che dura un attimo e che è una poesia”.Detto per inciso, la pubblicazione, ultima, dei Collected Poems 1934-1952 ( del 1952), raggiungerà la tiratura di 10 mila copie.
Egli nasce predestinato a un successo duraturo, soprattutto post-mortem.
Nella primavera del 1947, Dylan Thomas si ferma per qualche settimana in Italia, a Villa Beccaro, Scandicci (Firenze), dove tuttavia non si trova a proprio agio. Qui sostituisce l’enorme quantità di birra a cui è abituato, al vino italiano, con una conseguente ebbrezza che lo coglie molto prima, e la cui causa è un immaginabile squilibrio psichico.Conosce poeti di fama come Mario Luzi, Ottone Rosai, Piero Bigongiari, Eugenio Montale.
Giovanni Papini definisce la poesia di Thomas come “l’opera di un ubriaco irresponsabile”.
Nel marzo 1949, il Nostro torna a Laugharne, dove si trova a dover affrontare il problema di enormi rretrati di tasse da pagare.
Nell’autunno 1953 riceve il premio Etna-Taormina.
In ottobre si reca per l’ultima volta in America (vi era già stato per brevi periodi negli anni 1937 e 1952), dove lo coglie la morte per delirium tremens, a New York, nel Saint Vincent Hospital, il 9 novembre. La diagnosi è: intossicazione alcolica delle cellule cerebrali. Il 24 novembre le spoglie di Dylan Thomas vengono sepolte nel
cimitero di St. Martin a Laugharne.
Da rilevare che nel 1982 è stata collocata una lapide in suo onore nell’Angolo dei poeti dell’Abazia di Westminster, a Londra.

* * *
L’opera thomasiana è definita caotica e ineguale.
A volte la poesia sbocca nelle forme della preghiera o dell’inno; si vedano i “canti d’innocenza” o quelli del gruppo comprendente 12 frammenti di “Visione e preghiera “, che inizia con questi versi: “Chi / Sei tu / Che nasci / Nella stanza accanto / Alla mia con tanto clamore / Che io posso udire l’aprirsi / Del ventre e il buio trascorrere / Sopra lo spirito e il tonfo del figlio / Dietro il muro sottile come un osso di scricciolo? / Nella stanza sanguinante della
nascita / Ignoto al bruciare e al girare del tempo / E all’impronta del cuore dell’uomo / Nessun battesimo si curva, / Ma il buio solamente / A benedire / Il barbaro / Bimbo”. (L’intero poemetto è diviso in due parti; i primi sei frammenti sono a forma di losanga, i secondi a calice).
Sovente nella sua opera poetica pare che l’autore giochi sul caos e sul filo dell’ambiguo “per invogliare la critica ad arrendersi o a una condanna o a una accettazione incondizionata” (Gabriele Baldini nell’introduzione a “Poesie”, 1974). Ma di tutto si può accusare questo “alchimista” della parola, tranne che di faciloneria e di improvvisazione. Il tema di fondo è quello della recherche di un tempo infantile, d’innocenza, e l’ossessione è quella dello scavare in profondità nell’alveo primordiale della nascita, come viaggio doloroso verso l’altra “nascita” che è implicita nella morte. (“Dopo la prima morte non ce ne sono altre”: è l’ultimo verso di “A Refusal”). Si contano vari traduttori della sua opera poetica e in prosa che si sono cimentati nel difficile compito di interpretarla. Fra questi vogliamo citare, nel chiudere questo breve excursus, Eugenio Montale: “La forza che
urgendo nel verde calamo guida il fiore, / Guida la mia verde età; quell’impeto che squassa la radice degli alberi // E’ per me distruzione. / E muto non so dire alla rosa avvizzita / Che questa febbre invernale piega anche la mia giovinezza. // La forza che guida l’acqua fra le rocce, / Guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le
sorgenti che gridano, // Le mie raggruma / (…).
La lirica [di Thomas] non ha un linguaggio da comunicare”, scrive Alfredo Giuliani, “è essa stessa il più alto e comprensivo messaggio possibile, informazione magica faticosamente raccolta dall’autore (…) la poesia sta ferma, romba dentro se stessa come una pietra cava, tutte le lacerazioni si rimarginano nel tessuto sonoro,
sono soltanto figure del disegno elegiaco e celebrativo”.

Nota
Per la vasta bibliografia si veda “Dylan Thomas – Poesie”, Oscar Mondadori 1974, o anche “Letteratura mondiale del 900”, Edizioni Paoline 1980.

Felice Serino

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MAETERLINCK, CUSTODE DEI SOGNI

Poeta e drammaturgo dal talento molto versatile, nacque a Gand, nella Fiandra, il 29 agosto 1862. Nel 1911 gli
fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Già fin dal 1903 come candidato al Nobel il nome di Maeterlinck
era stato fatto da Anatole France, al terzo posto dopo Tolstoi e Brandes.
Secondo Maurice Maeterlinck, la scienza non ci insegna nulla, per il momento, sull'origine e sul fine della vita, e non è in fondo che "una espressione rassicurante e conciliante della nostra ignoranza". Tuttavia, l'inconoscibile ci avvolge, e si manifesta a noi con presentimenti, sogni.
"Lascerò senza rimpianto questo mondo assurdo del quale non ho capito nulla", egli scriverà pochi giorni prima
della morte, avvenuta il 7 maggio 1949.
Maeterlinck è sempre vissuto vicino alla morte allo stesso modo in cui si piegava sui misteri della vita, senza separare l'una dall'altra: "Sarebbe mostruoso e inesplicabile che fossimo soltanto ciò che sembriamo essere", affermava.
Tra le sue opere memorabili molti drammi, tra cui si ricordano: La Princesse Maleine,1890; Pelléas et Mélisande, 1892; Aglavaine et Sélysette, 1896; Monna Vanna, 1902. Nella fiaba teatrale L'Oisseau Bleu (1909), ciò che rappresenta l'Uccello Azzurro è il segreto delle cose e della felicità. Vi si legge: "l'Uccellino Azzurro, il vero, il solo che possa vivere alla luce del giorno, si nasconde qua, fra gli uccelli azzurri del sogno che si nutrono di raggi di luna e muoiono appena sorge il sole…". In essa sono rappresentati sotto forma di creature di sogno vari elementi o simboli archetipici quali La Notte, Le Stelle, La Luce, Il Fuoco, L'Acqua, Il Pane, Lo Zucchero, Il Latte, Il Cane, La Gatta, gli Alberi e gli Animali della foresta, L'Amor Materno, I Bambini Azzurri (che aspettano l'ora della nascita), Il Tempo. La fiaba è intessuta di immagini sognanti, di rara poesia: "I bambini fuggono dai giardini, le mani piene di uccelli che si dibattono, attraverso la sala tra svolìo di ali azzurrine…". La morale che si legge tra le righe è lampante: quelli che hanno il cuore puro non cercheranno mai invano l'uccello azzurro anche se non esiste che al di là dei limiti del mondo.
In Aglavaine et Sélysette, puro gioiello della letteratura, egli fa dire ad Aglavaine parole molto significative : "Se qualcuno deve soffrire, questi dobbiamo essere noi. Ci sono mille doveri, ma io credo che ci si sbagli raramente quando si cerca prima di tutto di togliere una sofferenza al più debole per addossarsela".
Per Maurice Maeterlinck ogni realtà porta sempre un velo di mistero e di sogno. Sotto questo velo, come bene
asserisce in chiusura del discorso in occasione del conferimento del Premio Nobel C. D. Af Wirsen, "si nasconde la verità profonda dell'esistenza e, quando un giorno il velo sarà sollevato, si scoprirà l'essenza delle cose".

Fonte: Francois Albert Buisson, La vita e l'opera di Maurice Maeterlinck, 1965, Milano

Felice Serino

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LA “STELLA” KAHLIL GIBRAN

Si può a buon diritto ritenere che Kahlil Gibran sia stato uno dei fondatori della New Age. Era nato a Bisharri (Libano) il 6 gennaio 1883.
Diceva all’amico Nu’ayma che egli era un “falso allarme”; perché chiunque ignora la propria vera natura è destinato a restare un falso allarme.
Gibran sentiva di non avere il diritto di impersonare il ruolo che si era scelto. Questo perché si rendeva conto di non mettere in pratica ciò che andava predicando. Era il 1921 quando stava lavorando alla stesura di The Prophet, e in seguito a letture pubbliche cominciava a essere identificato con quel ruolo.
Nel 1895 la famiglia emigra a Boston, nel periodo in cui vi è un’emigrazione di massa di siriani in America. Gibran frequenta un gruppo di giovani poeti e artisti decadenti il cui leader è Fred Holland Day, fotografo ritrattista. Lo stesso Day favorisce la trasformazione di Kahlil in una sorta di rivoluzionario.
Gibran ebbe rapporti di amicizia con famosi e influenti personaggi di Boston e New York, eppure si sentì sempre fratello dei poveri del mondo.
Ai versetti della Bibbia e ai versi di Walt Whitman si ispirò per trasmettere il suo messaggio alle future generazioni – per le quali resta un punto di riferimento quale stella che rifulge per sempre.
Dal giornale Al-Muhàgar su cui egli scriveva regolarmente, vogliamo citare un breve estratto, riguardante una sua monografia sulla musica:"Oh tu, vino del cuore, che sollevi colui che beve alle vette del mondo dell’immaginazione; onde eteree che sostenete i fantasmi dell’anima; mare di sensibilità e tenerezza; alle tue onde prestiamo le nostre anime e alle tue insondabili profondità affidiamo i nostri cuori. Conduci quei cuori oltre il mondo della natura e mostraci ciò che si cela negli abissi del regno dell’ignoto".
Gibran scrisse opere di poesia e narrativa (Le ali spezzate, Le ninfee della valle, Spirito ribelle). Fra i suoi autori preferiti si possono citare Whitman e Blake, Tolstoi e D’Annunzio, Ibsen, Strindberg, Nietzsche. Già a 19 anni i suoi scritti erano stati paragonati a quelli di D’Annunzio, ma egli stesso si rendeva conto che il paragone era esagerato.
Per completare la sua istruzione, nel 1898 i suoi lo mandarono a Beirut. Da una dichiarazione rilasciata a Mary Haskell, sua corrispondente, si viene a conoscenza che “il ragazzo senza alcun motivo apparente rinuncia all’imbarco prenotato e cambia il biglietto con un altro sul piroscafo successivo. Quello sul quale sarebbe dovuto partire affonda con tutte le 800 persone circa che sono a bordo, poche ore dopo aver lasciato New York”.
Gibran aveva carisma. Intorno alla sua straordinaria figura ruotano molti episodi, esposti dai suoi biografi, per la maggior parte da ritenersi fantasiosi o leggendari perché privi di verifiche. Ebbe una fitta corrispondenza epistolare con Josephine Peabody, affermata poetessa. La relazionasi approfondì a partire dal compimento del 20° anno di età di Kahlil. Lei aveva otto anni più di lui e il suo sentimento si può tradurre in un desiderio di dare protezione. Lo riteneva un “genio”, un “angelo” e un “profeta”. (Egli lascia una vasta produzione di disegni e dipinti; le immagini sono imperniate su una dimensione soprannaturale e di regni trascendentali, chiaramente ispirati a William Blake). Alla lunga, la sua relazione con Josephine finì per incrinarsi; a seguito di un litigio lei strappò tutte le lettere. Kahlil la riteneva la “donna fatale”, e forse questa fu la sua vera colpa.
Nell’estate del 1904, a una mostra di suoi lavori, egli conobbe Mary Haskell, che avrebbe avuto una duratura influenza nella sua vita. Aveva 30 anni ed era attivista nel movimento operaio femminile.
(Varie altre presenze femminili giocarono un ruolo importante nella vita di Gibran, alcune esclusivamente di natura erotica. Esse spesso posavano per i suoi ritratti).
Nel 1908, dopo un breve periodo trascorso a Parigi, egli riprese la relazione con Mary, anche se lei gli fece chiaramente capire che non l’amava ma che voleva restarle amico. Aggiunse che l’accettare la richiesta di lui di sposarlo si sarebbe rivelato un grossolano errore.
Nel 1911 Gibran, sempre più convinto che il suo futuro era New York, vi si trasferì. Infatti se non fosse stato così, egli non sarebbe mai arrivato all’attenzione del grande pubblico. Fu un periodo felice; la vita a New York gli faceva bene. Le sue lettere a Mary traboccavano di entusiasmo: “osservo con mille occhi e ascolto con mille orecchie per tutto il giorno”. Iniziò a tenere delle conferenze. Il suo mondo ora si stava rapidamente allargando e la sua stella cominciava a rifulgere.
Può sembrare assurdo che un giovane di 28 anni faccia testamento, eppure Kahlil ne redasse uno a favore di Mary, lasciandole tutti i suoi quadri e le sue sostanze in denaro, poiché sentiva che sarebbe vissuto – profezia che doveva rivelarsi esatta – ancora per altri 15 o 20 anni.
Negli anni successivi il rapporto di Kahlil con Mary si consolidava sempre di più. Lei nelle lettere aveva per lui espressioni di idolatria e venerazione. Lo andava a trovare spesso a New York. Non si rendeva ancora conto di venir usata. L’adorazione che nutriva per lui le impediva di vedere i difetti del suo carattere. Oltretutto, lei era per lui anche un grosso aiuto economico.
Da parte sua Kahlil, affetto da narcisismo, sentiva di avere le stimmate del messia e viveva momenti di autentica esaltazione. Sosteneva di avere una “capacità di introspezione superiore a quella di Buddha e di aver fuso la sua consapevolezza con quella del pianeta e dell’universo”.
Nonostante lo desiderasse ardentemente, la coppia rinunciò ai rapporti sessuali ritenendo di avere già un’unione perfetta, una specie di sesso spirituale; o forse la ragione stava anche nel fatto che i due “amanti” erano consapevoli che il sesso “spicciolo”, temporaneo, avrebbe finito per abbreviare la loro relazione, sopravvenendo la sazietà della ripetitività. Kahlil – si legge nei quaderni di Mary – afferma di aver lottato per questo obiettivo e di esserci riuscito, per conservare “altri centri di energia superiore”.
Nei 10 anni che seguirono essi si scrissero regolarmente ma i loro contatti andavano man mano diradandosi.
Nell’aprile del 1920 fu costituita l’Associazione della Penna. Gibran fu eletto presidente e Nu’ayma segretario. L’associazione ebbe vita fino al 1931, anno della morte di Gibran. Ormai Kahlil non scriveva più in arabo ma in inglese. In un poemetto intitolato Il poeta (dall’antologia The Vision), egli scriveva:
Un anello tra questo mondo e l’aldilà; una fonte di limpida acqua per gli assetati; un albero cresciuto sulle rive del fiume della bellezza, carico di frutti maturi per i cuori affamati… Un angelo mandato dagli dèi per insegnare agli uomini le vie degli dèi. Una lampada risplendente che il buio non vince poiché non sta sotto il moggio.
Ad aggiornare l’immagine che avevamo di Gibran, ecco venirci presentata l’altra faccia, quella che non s’immaginava: la diagnosi (siamo nel 1929) parlava di ingrossamento del fegato, causa della sua dipendenza dall’alcool risalente presumibilmente ad almeno tre anni addietro. Nel novembre 1930 iniziava il processo degenerativo che doveva portarlo alla morte. Forse – è un’ipotesi – la difficoltà d’identificarsi col suo ruolo può essere stata la molla scatenante…
Il suo capolavoro Il Profeta fu pubblicato da Knopf nel settembre del 1923 (ma era rimasto in gestazione per almeno 4 o 5 anni per essere perfezionato, sebbene l’idea del suo libro risalisse già al 1912, quando alcuni frammenti cominciavano ad apparire sui suoi quaderni o diari). Negli anni della depressione se ne vendevano in media 13 mila copie all’anno. Nel 1957 era stato superato il milione di copie. Attualmente solo nel Nord America le copie vendute raggiungono la strabiliante cifra di 9 milioni. Oggi The Prophet è anche disponibile su Internet.
Da molti critici il libro venne sottovalutato perché ritenuto monotono; al contrario, l’Evening Post di Chicago lo ritiene tuttora una “piccola Bibbia”. “E’ il mio primo vero libro” – dice Gibran della sua creatura – “il mio frutto
maturo”. Negli anni 60 correva voce che ogni hippy avesse nello zaino una copia del Profeta.
Andando a sbirciare nei quaderni di Mary, si possono trovare molte descrizioni di sogni fatti da Gibran su Cristo – più che sogni vere apparizioni, rivelatrici del fascino che la figura di Gesù esercitava su di lui. “Visse come un capo” – si legge in Il Crocifisso – “morì con un eroismo che spaventò i suoi assassini e i suoi torturatori […] ”. Il suo libro 'Gesù, figlio dell’uomo' può essere letto quasi come un nuovo Vangelo apocrifo. Riguardo il successo di vendita, esso è secondo dopo Il Profeta. Gli dèi della terra, l’ultima sua opera, fu pubblicato appena dopo la sua morte.
Gibran non seppe mai chi fosse veramente. Diviso tra oriente e occidente, simile a un crocifisso le cui braccia sono distese tra queste due polarità; - immagine che richiama un fatto avvenuto quando egli aveva dieci anni: si dice che a causa di una spalla fratturata in una caduta, fosse rimasto per 40 giorni legato ad una croce.
Kahlil Gibran morì di cirrosi epatica, dopo uno stato comatoso, il venerdì 10 aprile 1931, alle ore 22.55.
Boston lo ricorda con una statua in marmo rosa, all’ingresso della Public Library. La targa con l’incisione: “ Kahlil Gibran 1883 – 1931, poeta, pittore”, è opera di Kahlil Gibran il Giovane, scultore di Boston.

Chiudiamo questo breve lavoro con alcuni suoi versi, tratti da La processione:
E sulla terra la morte, per il figlio della terra,
è finale, ma per colui che è
etereo, è solo l’inizio
del trionfo che egli sente già suo.

Fonte
Robin Waterfield, Profeta – vita di Kahlil Gibran, Guanda 2000.

Felice Serino

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RIMBAUD, IL MITO

Angelo o demone? Di Arthur Rimbaud si è detto tutto e il contrario di tutto. La sua vita nasconde misteri che il tempo moltiplica.
Anima randagia, da poeta “maudit” muore quasi del tutto sconosciuto – prima che la sua fama si convertisse in mito attingendo alla immortalità.
Un’infanzia la sua, triste e infelice – caratteristica che distingue molte grandi anime passate alla storia. La violenza dei gesti, gli oggetti branditi accompagnati da urla sono le immagini che Arthur conserva dell’unione tra i genitori.
Lui, Frédéric Rimbaud, capitano del 47° reggimento di fanteria, per il ragazzo rimasto come genitore un’ombra inafferrabile; lei, Marie Catherine, figlia di agrari, legata al figlio da complice pietà.
Nel 1864 il padre abbandona definitivamente la famiglia. Arthur ha 10 anni. Frequenta la scuola presso il collegio di Charleville, suo luogo natale (egli vi nasce il 20 ottobre 1854), si dimostra un allievo modello, è il più delle volte premiato, e la sua precocità si rivela anche nei risultati poetici. Ma il ragazzo è anche ruvido, maleducato, insofferente soprattutto nei confronti dell’ambiente familiare e della madre, con la sua rigidità cattolica e l’inflessibilità degli atteggiamenti. La tendenza a scandalizzare è la sua maniera di comunicare; accompagna con “merde, merde” la lettura pubblica di versi. E’ anticonformista ed eccentrico ed ha un magnetismo ambiguo, un fascino particolare,oscuro. Tra i 16 e i 18 anni ha una relazione burrascosa con Paul Verlaine; i due vivono insieme, da bohémiens. La relazione, che si vocifera abbia un indirizzo omosessuale, balza agli onori della cronaca quando Paul un giorno,e precisamente il 10 luglio 1873,al colmo di una violentissima lite ferisce l’amico al polso con una pistola.
Nello stesso anno, a Bruxelles, Rimbaud ritira le prime copie di Une saison en enfer.Nel 1884, ad Harar, in Abissinia, organizza spedizioni commerciali nell’Ogaden, ma lascia presto questa attività per dedicarsi in proprio al traffico di armi per conto di Menelik.
Mentre Rimbaud si trova in Cairo compaiono dolori lancinanti alla coscia e al ginocchio, primi sintomi del male che lo porterà alla tomba.
Nel 1890 viene rintracciato in Abissinia da un gruppo di letterati parigini; in una lettera gli viene annunciato il suo nascente mito poetico. L’anno seguente il male si aggrava ed egli s’imbarca per Marsiglia, dove subisce l’amputazione della gamba; operazione alla quale la madre presta una fredda e frettolosa assistenza.
Il cancro presto gli divorerà le altre parti del corpo, paralizzandolo. Tra allucinazioni e grandi sofferenze, la morte lo coglie il 10 novembre 1891 a Marsiglia.
La vera vita è altrove”; “Io è un altro”: enigmatiche e memorabili queste sue “sentenze”.
Suo compito è distruggere ogni tipo di convenzione sociale cercando la rivelazione dell’ignoto e dell’inconscio e adeguando i propri mezzi espressivi al carattere innovatore di tale operazione.
Scrisse Verlaine nel 1872: “E noi l’abbiamo nel ricordo e lui viaggia. Sappiamo, sotto le maree e al sommo dei deserti di neve, seguire il suo sguardo, il suo alito, il suo corpo, la sua luce”.
“Me ne andavo” – dicono alcuni versi di Rimbaud – “coi pugni nelle tasche sfondate, / anche il mio paltò diventava ideale: / andavo sotto il cielo, Musa, ed ero il tuo fedele; / perbacco! Quanti amori splendidi ho sognato”. Solo e trasognato, con un amore ideale a invadergli lo spirito, si sentirà felice andando “loin, bien loin, comme un bohémien par la nature”.
“Non può essere che la fine del mondo, più in là”: è il divorante desiderio di conoscenza, di infinito; esplorare l’inconnu. E’ l’Ideale del suo spirito a cui fanno da cornice l’immensità e il silenzio del deserto, il vento, il sole rutilante, un tempo senza tempo… Il deserto: “luogo ideale dell’esilio ma anche del regno, poiché l’esilio interiore permette di riconquistare il regno di sé” (1).
Innumerevoli quanto inverosimili risultano gli amori attribuitigli. Si dice che durante il soggiorno in Africa, ad Harar, una notte di passione nel tentativo di possedere una fanciulla abissina infibulata, egli abbia usato un coltello… (il sangue, le urla, i parenti accorsi per vendicare l’oltraggio subito).
Ebbe amori in vari altri paesi, Inghilterra, Italia (Milano, Napoli).
“E’ il nostro sole nero”, scrive Renato Minore, “con disagio si entra in sintonia con l’intransigenza netta, ombrosa, irripetibile di quell’età. Quel prendere di petto il mondo per una sfida senza superstiti. E oggi siamo tutti superstiti: della rabbia come della pietà. Siamo ossessionati dalla leggenda di Rimbaud, dal suo fantasma e dalle sue scorribande di confine”.

Nota
(1) Majid El Houssi, dall’introduzione a Moha il folle Moha il saggio, di Tahar Ben Jelloun, Edizioni Lavoro 1988.

Bibliografia
Renato Minore, Rimbaud, Mondatori Editore 1991
Arthur Rimbaud, Poesie, Garzanti 1977.

Felice Serino

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Critica al libro “In una goccia di luce”
di Felice Serino.
A cura di Luca Rossi.
Febbraio 2009.



Incentrato sulla psicologia dell’ Io, tra interiorità-esteriorità, tra morfologia del corpo (il pre-essere che si fa uomo, il quale si relaziona successivamente col mondo), il biennio 2007-2008 vede il poeta dare alla luce queste nuove liriche, riaffermando il suo indagare su ciò che è temporalità e realtà.
Già la prefazione di W. Blake anticipa quello che sarà il corpus poetico che vede la “bellezza dell’essere” risiedere nel mistero ancestrale del creato.
Quell’essere che non porta al suo interno il mistero stesso, è un individuo che acquista scarso valore. E’ questo che pare voglia affermare Serino ribadendo le parole di A. Crostelli nella lirica che apre la silloge.
Un mistero dentro il quale si racchiude il bello e il brutto di ciò che è umano e non trascendente, per chi volesse pensare ai versi del poeta solamente alla luce dei lumi del cristianesimo.
Un mistero che è regione spazio-tempo indeterminata, in cui anche i sogni hanno un loro ruolo (vedi: “In sogno ritornano”): “…amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati…// si affaccia nel tuo sogno bagnato/ quel senso di perdizione…”.
Riflettori da cui diparte una luce “insostanziale”, che ci permette di vedere il “non-vissuto” o ciò che non si vorrebbe scrutare perché figlio della paura “…luce verde della memoria/ scuote la morte…”, come afferma in “Insostanziale la luce”.
Una luce che diviene il punto di partenza incentrando il discorso antropologico intrinseco nel vissuto di ognuno: “…sostanza di luce e silenzio/ sapore dell’origine…”, da “Lacera trasparenza”.
Entrare nel mistero vuole dire entrare nella luce: “…camminare nel mistero a volte/ con passi non tuoi…”, da “Entrare nella luce”.
Mistero come sinonimo di fragilità dell’essere e brevità del tempo, o fortezza di entrambi.
Il concetto viene mirabilmente espresso in quelli che potrebbero ritenersi i versi centrali di tutta l’opera, riportati in “Se ci pensi”: “capisci quanto provvisoria/ è questa casa di pietra e di sangue/ dove tra i marosi il tempo/ trama il tuo destino di piccolo uomo?…//…mentre ti ripugna/ il disfacelo lo scandalo/ della morte il salto nel vuoto”.
Come non riandare ai versi della Dickinson scritti per la morte del nipotino Gilbert?
Incostante, poco convincente la chiusura della poesia “Mondo”, dove colui che scrive sembra smentire tutta una filosofia etico-morale appartenente al suo modo di concepire l’immagine dell’essere che detesta il mondo. Eppure è proprio in “quel” mondo che nasce l’uomo descritto da Serino, anche se proveniente da bagliori indefiniti. E’ proprio lì che il mistero di un amore-odio ha valore solo se entrambi coesistono.
Non ci potrebbe essere amore se non esistesse odio. Non ci potrebbe essere odio se non esistesse amore. Binomio indissolubile senza il quale tutto sarebbe utopia, anarchia del pensiero collettivo, sempre che non si varcassero le porte del trascendente.
Che il suo dichiararsi contro la guerra sia la ragione che sublima il pensiero umano è cosa scontata, ma non reale nella sua pienezza, perché è in quello stesso uomo che il bene e il male convivono.
Così come in “Sic transit…”. Ma questa è la realtà dell’uomo contemporaneo. Aggrapparsi all’effimero o costruire il suo dominio sulla roccia. Probabilmente l’abile penna del poeta vuole portarci a fare un salto di qualità nell’apprendere il suo professare.
Un salto di qualità che è didattica. Perché questo è il fine ultimo della poesia, anche se talvolta difficile da concepire.
Una poesia fine a se stessa, con un costrutto essenzialmente “vuoto”, è infruttuosa. Deve sussistere una poesia invece in grado di farci volgere lo sguardo alle “coordinate dei sogni - e/ l’insaziato stupirsi della vita/ da respirare su mari aperti// - che tenga lontano la morte”, da “Nel segreto del cuore”.
La morte, la morte…Altra descrizione di un paesaggio tanto forte quanto quello della vita. Il passaggio dalle tenebre alla luce può essere violento, ma è in questo che si risveglia la coscienza di chi vive tra il bene e il male operando attraverso strumenti di discernimento, quelli dettati dalla poesia, appunto: “e tu di nuovo ostaggio della notte/ l’invito/ l’abbraccio del vuoto// parola neo-nata/ la chiami nel buio/ l’innervi in parole// la plasmi a scalpelli di luce”,da “L’invito”.
La morfologia della poesia di Serino differisce da ogni altra per il suo concatenare i puri elementi dell’anatomia umana (sangue, nervi, fonemi, ecc.) con quelli del logos, perché la parola diventi carne ed entrambi, così terreni, così tangibili, generati da una forza a cui fare ritorno e in cui rispecchiarsi.
Non serve riportare nelle note biografiche la breve descrizione di chi sia il poeta, di quando sia nato o di ciò che abbia scritto.
Le poesie da lui scritte sono un biglietto di presentazione, il biglietto da visita dell’uomo-poeta.
Egli è l’Hermes, colui che nella mitologia greca è il dio dei confini e dei viaggiatori, di tutti noi insomma, di quella geografia che ci appartiene, corporea e del pensiero.
Dio degli oratori e dei poeti, dei pesi e delle misure. E’ apportatore di sogni, osservatore notturno, interprete. Mercurio, nella mitologia romana.
Serino ci trasporta così dal buio alla luce, dal non-essere alla forma dell’essere.
Scruta le ombre per capire dove sia la fonte di luce che le genera, perché senza luce, non esisterebbe ombra. Ladro e bugiardo solo apparentemente in certe strofe da lui scritte al fine di riscattarci a valori assoluti a cui il nostro “uomo di domani” deve rivalutarsi dal passato.
Proveniente dalla luce, attraversando le tenebre, si (ci) indirizza verso il mistero, oltre lo stesso.
Mi permetto solo di rubare alcune parole all’amico prof. D. Pezzini, direttore della cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale inglese presso l’università di Verona, che nel descrivere la figura del poeta gallese Ronald Stuart Thomas, scrisse in un suo libro per gli studenti universitari: “Thomas ha infatti della poesia una visione che diremmo severa e impegnata, nella quale egli traduce un percorso di scoperta personale che passa attraverso la lettura del mondo in cui vive (…) e di indagine ostinata del proprio io alla ricerca del senso ultimo delle cose.”
Questo, a mio modesto avviso, vale anche per F. Serino.

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PIER GIORGIO, IL BEATO DEI GIOVANI

Il 20 maggio del 1990 Giovanni Paolo II lo ha beatificato. Il suo esempio di carità è vivo in tutto il mondo. Sconosciuto in vita, egli ha acquistato fama dopo la morte. Due giorni dopo la sua “trasfigurazione” – come ebbe a definirla don Antonio Cojazzi – apparve sulla Rivista dei Giovani un articolo dello stesso Cojazzi, dove fu profetizzato: “Pier Giorgio Frassati imprimerà un nuovo giro al sangue della gioventù, e non solo torinese”.
La sua figura affascina soprattutto i giovani: moderno, allegro, sportivo, pieno di gioia di vivere e amante della montagna – Mario Soldati ricorda “l’occhio nero ma scintillante, luminosissimo, le labbra aperte sempre al sorriso” -, esibiva la sua normalità con una fanciullesca gioia di scherzare.
Suo padre, Alfredo, era proprietario e direttore della Stampa, senatore del regno e ambasciatore d’Italia a Berlino.
Pier Giorgio nasce il 6 aprile 1901. Giovane liceale, frequenta l’Istituto sociale dei gesuiti dopo essere stato bocciato due volte al D’Azeglio. In seguito entra al Politecnico per diventare ingegnere minerario. Si iscrive alla “Fuci”, la federazione degli universitari cattolici. E’ tesserato al partito popolare di Luigi Sturzo.
L’avvento del fascismo segna l’inizio di un trauma storico di cui anche Pier Giorgio è il cosciente testimone. Ha un amore segreto, Laura Hidalgo, segretaria della goliardica “Società dei Tipi Loschi”, l’allegra compagnia dei suoi amici di cordata, di cui egli è cofondatore; (si firma col nome di Robespierre). Dovrà in seguito rinunciare
a questo amore a causa della necessità della sua presenza presso i genitori; una prova crudele, dolorosissima, a cui egli non si sottrae.
La sua adesione al Vangelo si traduce in attenzione verso i bisognosi. Per il volontariato egli offre se stesso disdegnando il suo stato di agiatezza; di più, tutta la sua giovane e breve vita è offerta ai poveri e ai malati; vive vicino agli umili, ai dimenticati, vero “imitatore di Cristo”, come lo definisce Papini. Con i soldi che risparmia in segreto, acquista medicine per chi non può comprarne, dà una mano ai derelitti che va a trovare nelle soffitte o sotto i ponti; appena libero si reca al Cottolengo, quasi una corsa verso l’umanità miserabile. Uno spirito molto
speciale, di una santità concreta, che si offre fino a giungere ad un abuso delle proprie forze.
Pier Giorgio visse intensamente i suoi 24 anni prima che lo colpisse una poliomielite fulminante, il 4 luglio del ’25. Gli mancavano due esami per la laurea.Fino alla vigilia dell’agonia, fu quasi per tutti un segreto la sua malattia repentina e inesorabile. Morì in sei giorni, solo; soltanto Mariscia, la domestica tedesca, gli fu vicina fin dall’inizio. La madre (la pittrice Ametis) era al capezzale di sua madre morente; la sorella Luciana, sposata da poco, era appena tornata; gli amici – s’era d’estate – erano fuori Torino. Gli ultimi giorni Pier Giorgio stava sempre peggio, ma nessuno, fino all’ultimo, sembrava rendersene conto. D’altra parte, durante il calvario, egli non pensava nemmeno ad accusare la loro indifferenza, quasi fosse naturale. E poi lui, fino all’ultimo, cercava di minimizzare il suo male di una gravità sempre più evidente.
Il giornalista Luigi Ambrosini, due ore dopo la sua morte, scrisse un articolo per La Stampa in cui, tra l’altro, diceva: “Le sue mani non erano fatte per raccogliere, ma per distribuire”. Il giornale uscì listato a lutto. Non era mai accaduto prima.
Alle ore 19 del 4 luglio, di sabato, Pier Giorgio rese lo spirito. Fu sepolto a Pollone, in provincia di Vercelli – gli scorreva nelle vene sangue biellese. Pier Giorgio amava la vita: era innamorato della montagna, sciava, andava a
cavallo, in bici, a nuoto, aveva una vera passione per Dante. In un passo del suo diario si legge: “Ho lasciato il mio cuore tra questi monti con la speranza di ritrovarlo quando ritornerò”. L’alpinismo era per lui una scuola di coraggio, ma anche un mezzo per avvicinarsi a Dio. Raggiunta la vetta, recitava il Magnificat. “Io” diceva estasiato, “ho questo desiderio di sole, ho questa voglia di salire in alto, di andare a trovare Dio in vetta”.
Aderì a vari gruppi cattolici, fra cui la conferenza di San Vincenzo. Spesso si raccoglieva per ore in preghiera. Era innato in lui il ferreo impegno di piacere a Dio, rinunciando alle agiatezze del mondo e a se stesso. Per rafforzare
lo spirito contro le tentazioni, si concentrava per lunghe ore nella lettura di Sant’Agostino, di San Paolo, di San Tommaso, di Santa Caterina. A chi gli chiedeva se si sentisse chiamato al sacerdozio, rispondeva con la grande coerenza che lo distingueva: “Io voglio in ogni modo aiutare la mia gente e questo posso farlo meglio da laico che
da prete”. “Gesù mi visita con la comunione ogni mattina”, confidò ad un amico, “e io gliela restituisco nel modo misero che posso: Visitando i suoi poveri”.
Dice il filosofo Gianni Vattimo: “A rendere preziosa e simpatica la sua figura è la costante capacità di ‘abitare il tempo’. E poi i giovani hanno bisogno di incontrare testimoni, non solo maestri”.

Desideriamo chiudere questo breve lavoro (anche quale omaggio alla sua alta figura carismatica) con dei versi dell’autore, quasi un’epigrafe:

Indiafanata da un vento di luce
- verso l’alto! - *
ride la tua immagine d’aria

* Verso l’alto: una frase annotata da Pier Giorgio sulla foto che lo ritrae mentre s’inerpica sulle Lunelle, nelle valli di Lanzo, il 7 giugno 1925.

Felice Serino

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Pensieri - di Genghini

Il dolore è innanzitutto una chiamata al cambiamento. Se a volte le nostre lotte per il cambiamento conoscono sconfitte è perché le nostre risposte sono errate (e forse anche perché, in qualche caso, quel cambiamento non è ancora maturo in quel tempo. Dalle sofferenze del pesce costretto nelle secche milioni di anni fa deriva
l'anfibio polmonato, ma non ogni pesce in secca diventa un anfibio polmonato).


A volte il cambiamento va pilotato coscientemente, a volte basta assecondare quella forza che "nutre i corvi" e "veste i gigli" senza che essi si preoccupino di ciò. Il cambiamento può avvenire da sé, se non lo ostacoliamo, come nella guarigione da una influenza, quando l'azione di risanamento del sistema immunitario deve essere soltanto assecondata e il nostro unico compito è di non crearle ostacoli.


Molti importanti cambiamenti sono nati e nascono dalla spinta del dolore. Il dolore per la consapevolezza della morte ha condotto gli antenati dell'uomo a scoprire la vita eterna e Dio e, spesso, questa vicenda si ripete nell'esistenza degli individui.


Vi è però anche un "dolore inutile": la sofferenza che deriva da una situazione del passato superata ma che ancora ci viene segnalata nel presente come se fosse operante (così una persona che ha subito un dolore in una data situazione, soffre ogni volta che una situazione analoga, benché innocua, si ripresenta). In tal caso è sì bene eliminare senz'altro il dolore (ed abbiamo nella nostra mente le risorse per farlo, poiché la mente è il pilota del cervello e del corpo).


In queste circostanze il dolore ha la funzione di segnalarci l'esigenza di un cambiamento del rapporto fra la nostra esperienza passata e quella presente.


GIORDANO GENGHINI (da: "Xeropensieri" – 1995)

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SULL' "EFFETTO PLACEBO" E LO SATO DI "CRISALIDE"

Quando il discepolo è pronto, il Maestro appare.
Buddismo Zen

Non voltarti a guardare il passato: non serve a nulla. Pensa che non appena il tuo presente e il tuo futuro diventeranno gioiosi, anch'esso cambierà significato, come una strada sassosa a chi è giunto attraverso essa ad uno stupendo luogo di villeggiatura. Noi vediamo la bottiglia "mezza piena" o "mezza vuota": ma se la chiameremo nel primo modo, contribuiremo a renderla tale; se la chiameremo "mezza vuota", contribuiremo a svuotarla sempre di più. E' un discorso in realtà semplice ma apparentemente complesso (è complesso perché ci siamo messi in mente un sacco di idee strane e ci crediamo perché "lo dicono gli altri").
Come si può trovare spiegato nel libro Visualizzazione (Edizioni Xenia), ognuno ha due emisferi cerebrali attraverso cui operano la mente e l'anima: il sinistro che è logico-razionale-matematico-cosciente (su di esso è modellato il computer), il destro visivo-musicale-inconscio-immaginativo (è il "cervello dell'artista", che opera durante l'attività creativa, la fantasia, il sogno). Quest'ultimo – sul quale si fonda in realtà la pratica dell'ipnosi e dell'autoipnosi – ha poteri straordinari, nel bene e nel male, nel predisporre corpo e psiche. Una prova? L' "effetto placebo", che consiste nell'efficacia di farmaci in realtà inefficaci per malati convinti dell'efficacia del farmaco e che si "immaginano"(cioè si "vedono nella mente") guariti.
Tale "effetto placebo" e il suo opposto, che chiamiamo "effetto delebo", "funzionano" in realtà in ogni ambito della vita: in altre parole, "immaginarci" negativamente facilita l'autoprovocarci malattie psichiche e somatiche; "immaginarci" positivamente aiuta l'autoguarigione e lo star sempre meglio. Il segreto dei poteri "miracolosi" del "pensiero positivo" è tutto qui.
E' possibile proprio come per un "listato" di computer riprogrammarci a piacere (vedi Visualizzazione).
Volendo sfiorare il discorso sulla fede, si può dire che chi ha perduto una persona cara può riacquistare "pensiero positivo" se riesce a credere che tale perdita corrisponde a una "nuova nascita in un'altra vita: la persona cara "trapassata" ad altra vita ci è vicina anche se non la vediamo con occhi di carne e, se ciò è
avvenuto prematuramente, la "fiducia" (fede) in Dio ci fa capire che tale mistero ha un significato positivo e che un giorno esso ci verrà reso manifesto.
Apriamo qui una parentesi per affermare che un riferimento alla "crisalide" è quanto mai opportuno: per motivi religiosi (stato di "crisalide" è quello del Cristo fra la crocifissione e la Resurrezione; stato di "crisalide" sarà il nostro nel passaggio da questa all'altra vita); per motivi personali ("chi non è morto e rinato almeno una volta nella vita non sa cosa significa veramente vivere", scrive Bassani); per motivi storici (sono convinto che alla soglia del terzo millennio dell'era cristiana l'umanità abbia intrapreso – ancora spesso inconsapevolmente – una svolta epocale preparata da uno stadio di crisalide: "ma non sapete voi che noi siamo vermi / nati a formar l'angelica farfalla?", scrive Dante.

[Notizie raccolte dallo scambio epistolare avuto con l'amico prof. Giordano Genghini negli anni 1994-95.]

Felice Serino

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RUDOLF STEINER E LA SCIENZA DELLO SPIRITO

Le anime umane vivono come nel fango, come nella palude, finché non sono iniziate nei sacri misteri.
Platone, Fedone, cap. XIII

Uomo di profonda cultura spirituale, Rudolf Steiner è un personaggio ancora in buona misura da scoprire. Forse il più difficile da afferrare di tutti i pensatori del XX secolo.
Antimaterialista convinto, il suo stile è esageratamente astratto. Con i suoi racconti sorprendenti su continenti scomparsi come Mu, Lemuria e Atlantide, a volte si è portati a sospettare che si tratti di un imbroglio spudorato. Ma Steiner non era di sicuro un
ciarlatano.Figlio di un capostazione austriaco, era nato a Kraljevec (impero austro-ungarico) il 25 febbraio 1861.
Per Steiner, la lotta per ottenere credito riguardo la sua concezione spirituale in un ambiente dichiaratamente non spiritualistico, è durissima. Egli parte chiaramente sfavorito. Ma il fuoco interiore che lo anima, il suo daimon, gli destina una luminosa carriera riservandogli alte cariche in cui si evidenziano proprietà di linguaggio e grande generosità.
Steiner fin da piccolo divenne consapevole dell’esistenza di un mondo parallelo a quello terreno. Nella geometria egli trovava la giustificazione alla sua fede nel “mondo che non si vede”. “Devo aggiungere”, si legge nella sua autobiografia non ultimata, “che in quel mondo vivevo volentieri, perché avrei sentito come tenebra tutto il mondo sensibile circostante se questo non avesse ricevuto la luce da quello”. E in una sua conferenza possiamo leggere: “Tutti i patimenti che vengono sofferti al presente sul piano fisico, nel complessivo progresso dell’ umanità, sono solo un lato di un insieme il cui altro lato è soprasensibile”.
Steiner fece le prime esperienze pedagogiche riuscendo a recuperare un ragazzo idrocefalo e a inserirlo poi all’università, dove divenne medico.Studiando le idee scientifiche di Goethe sotto la guida di Shrorer, egli inziò a sviluppare la propria filosofia spirituale. La figura di Cristo vi gioca un ruolo centrale.
E’ importante non confondere la “percezione extrasensoriale” di Steiner con lo spiritismo. Egli era estremamente sospettoso verso quest’ultimo.
Viaggiando in treno, conobbe un contadino di mezza età, Felix Koguzki, che esprimeva le sue profonde convinzioni religiose con un linguaggio oscuro.Steiner poté parlare apertamente delle sue esperienze (tra cui i contatti con i trapassati) senza timore del ridicolo.Il suo amico Schuré parlò più tardi di quest’uomo misterioso, Koguzki, come del “maestro”, e disse che era “una delle forti personalità che sono sulla terra per compiere una missione sotto la maschera di un’occupazione modesta”, cioè di
un “Iniziato”.Koguzki indicò a Steiner certi passaggi di Fichte che lo aiutarono a vedere chiaramente il modo di confutare il materialismo scientifico dilagante. Le sottigliezze argomentative saranno un’arma per vincere i suoi antagonisti e gli scettici.
Steiner frequentò il circolo di teosofia, dottrina che gli pareva essere concorde con il suo spirito. Conobbe ed entro lo stesso anno 1899, sposò Anna Ennincke, vedova con cinque figli, di otto anni più grande. Ma il matrimonio durò poco. L’incontro con Maria Von Sivers segnò la fine definitiva del suo breve matrimonio e l’inizio della sua carriera di personalità pubblica. Steiner iniziò a tenere conferenze, e la gente, ora, cominciava a esserne affascinata.
La sua prima opera fondamentale, “La filosofia della libertà”, indica il suo concetto base: l’uomo è in grado attraverso il proprio pensiero puro, di conoscere le leggi che governano l’Universo. Riconoscendo ed accettando queste leggi, egli diviene libero interiormente, e agendo in armonia con esse, è libero anche nel proprio agire.
Nel 1902 Rudolf Steiner e Maria Von Siver fondarono la rivista “Lucifer-Gnosis”. Qui Steiner pubblicò le sue numerosissime conferenze, che furono in seguito raccolte in libri. Lo stesso anno egli ebbe la nomina a segretario generale della sezione tedesca della Società Teosofica, con approvazione di Annie Besant, succeduta a Madame Blavatsky. Ma quando la Besant giunse a parlare del quattordicenne Jiddu Krishnamurti, futuro maestro spirituale, come del nuovo Messia, la cosa suscitò sconcerto e non fu accolta bene neppure da Steiner, che diede le dimissioni da segretario. Era il 1913.
(Si ricorda, en passant, che Krishnamurti rifiutò da adulto il ruolo messianico).
Bisogna chiarire che mentre la Società Teosofica si richiama all’Oriente, Steiner si sentiva intimamente legato alle tradizioni occidentali, ai Rosacroce, a Goethe e soprattutto alla figura di Cristo.
Nello stesso anno fu fondata da Steiner la Società Antroposofica. Antroposofia: dal greco anthropos (uomo) e sophia (saggezza) = scienza dell’uomo.
Fra il 1913 e il 1915 fu costruito tutto in legno il primo tempio, il Goetheanum, a Dornach, presso Basilea. Era un centro di attività scientifiche e artistiche fondate sulla scienza antroposofica e capace di attirare le folle. Rudolf Steiner aveva grande magnetismo ed era suscettibile alle adulazioni. Sapeva esprimersi con un’autorevolezza e un’efficacia che impressionavano.
Egli preparò migliaia di conferenze, in gran parte pubblicate. Molte di esse furono tenute anche in altri paesi.
Steiner era instancabile e, soggetto a surmenage, recuperava facilmente.
L’antroposofia ha trovato applicazione in molteplici campi: pedagogia, medicina, sociologia, architettura, agricoltura, biodinamica, arte, recitazione, danza (euritmia), e altro ancora.
Tra le sue numerose opere, Steiner ha lasciato quattro libri fondamentali: La filosofia della libertà,1894,
Teosofia,1904, L’iniziazione, 1904-1905, La scienza occulta, 1910.
Maeterlinck ha detto di Steiner che i suoi metodi intuitivi sono una specie di psicometria trascendentale, per ricostruire la storia degli Atlanti e rivelarci quello che succede in altri mondi. Che egli fosse un profeta non ci sono dubbi. Maeterlinck lo aveva descritto come “uno dei più eruditi, ma anche dei più confusionari tra gli occultisti contemporanei”.Un biografo parla delle code di persone che aspettavano fuori della porta dello studio di Steiner da mattina a sera, per sottoporgli i propri problemi.
Steiner soffrì anche un’altra delle conseguenze della celebrità: la maldicenza. La notte di San Silvestro 1922-23 avvenne un incendio e il Goetheanum fu distrutto. Fu per Steiner una prova dolorosa, che mostrò come l’Antroposofia avesse dei nemici. La rappresentazione del dramma inprogramma ebbe luogo ugualmente.
Rudolf Steiner lasciò le sue spoglie mortali il 30 marzo 1925, a Dornach, a 64 anni da poco compiuti, mentre gli operai stavano costruendo, già da oltre un anno, il nuovo Goetheanum, interamente in cemento armato. Esso sarebbe stato inaugurato nel 1927.
La malattia che avrebbe portato Steiner alla morte si era manifestata il Capodanno del 1924. Nonostante il progressivo indebolimento, egli tenne in vari paesi quasi 400 conferenze, organizzò convegni, ricevette centinaia di persone. Infine il 28 settembre, privo di energie, dovette mettersi a letto.
Steiner inviava i capitoli della sua autobiografia in tipografia man mano che li scriveva, con la scritta “segue”. L’ultimo inviato a fine marzo, non riportava la solita scritta.
“La grande avventura è quella interiore”; “L’uomo è una creatura della mente”: questo il messaggio che egli ci lascia. “Il vero domicilio dell’uomo è il mondo dentro di sé. Basta solo che un odore o un sapore, un verso o poche note musicali ci richiamano verso il mondo interiore, per provare uno strano flusso di calore e di forza dentro di noi, quella sensazione che faceva scrivere a Proust: Ho cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale”.
Ci limitiamo a riportare un breve stralcio tra i più significativi, da una sua conferenza tenuta nel 1916 a Liestal, in Svizzera: “Nella nostra volontà vive qualcosa che interiormente di continuo ci osserva. Attraverso questo spettatore interno, si penetra in un mondo spirituale che si può sperimentare come si sperimenta con i sensi il
mondo sensibile. In tal modo si trova nell’uomo un altro uomo. Quando si arriva a conoscere questa entità dentro l’uomo, si conosce ciò che dell’uomo sussiste oltre la morte. Quella entità che non opera per mezzo del corpo fisico, che è spirituale-animica, sussisterà dopo la morte e già esisteva prima della nascita”.
Attualmente la Germania conta una sessantina di scuole steineriane. Inoltre, la medicina steineriana è oggi coltivata da medici di tutto il mondo.
Le opere di Steiner constano di ben 354 volumi, pubblicati dalla casa editrice tedesca Rudolf Steiner Verlag. Vi sono ancora inediti.In italiano, tra le varie case editrici che hanno pubblicato le sue opere, è da menzionare la Editrice Antroposofica di Milano. I “Misteri” drammatici di Steiner (La porta dell’Iniziazione 1910, La prova dell’anima 1911, Il guardiano della soglia 1912, Il risveglio delle anime 1913), vengono rappresentati al Goetheanum ogni anno inseme al Faust di Goethe. Nelle rappresentazioni è compresa anche l’euritmia, un’arte nuova, danza e movimento armonioso insieme, definita “parole e canto visibili”, la quale ebbe applicazioni
pedagogiche e terapeutiche, oltre che artistiche.

Bibliografia
Paola Giovetti, La vita e l’opera,Edizioni Mediterranee, Roma 1922;
Colin Wilson, Rudolf Steiner, Longanesi, Milano 1986.

Felice Serino

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JAKOB LORBER, LO SCRIVANO DI DIO
(1800 – 1864)

Per 29 anni scrisse ciò che la voce di Dio gli dettava. In casa aveva solo la Bibbia, eppure stupiva che scrivesse con tanta acutezza di materie di cui non s’era mai occupato (la sua preparazione scolastica era modesta).
Secondo i suoi scritti, la materia nel senso materiale del termine, non esiste. Tutto è energia, ovvero forza spirituale e divina suddivisa in particelle infinitesimali (scintille di vita primigenia): affermazioni che concordano con le più recenti scoperte della fisica nucleare! L’intero universo è costituito da queste particelle originarie (elettroni o quanti), che altro non sono che “pensieri divini resi autonomi”. Lo spirito divino emana da una sorta di sole spirituale, e ad esso ritorna.
Vediamo ora un brano fondamentale da Il grande Vangelo di Giovanni: la storia di Lucifero e della sua caduta, da cui dipese tutta la creazione materiale, che liberamente e volontariamente deveritrovare la strada verso Dio.
“Soltanto nelle opere la Divinità può conoscere la propria potenza e se ne rallegra, proprio come ogni artista capisce soltanto delle proprie creazioni ciò che è dentro di lui e ne trae gran gioia. Provvisto della Mia piena potenza, Lucifero, primo spirito creato, chiamò in vita altri esseri, in tutto simili a lui; essi furono parimenti autocreativi. Lucifero, sapendo di dover rappresentare il polo opposto di Dio, credette di essere in grado di assorbire in sé la Divinità. Credette nella sua follia di poter tenere prigioniera la Divinità. Ma il finito non potrà mai comprendere l’infinito. In questo modo si allontanò dal centro del Mio cuore e fu preso sempre più dal desiderio di riunire intorno a sé le creature sorte da Me per opera sua. Sorse una separazione delle parti, che fece sì che il potere da Me conferito a Lucifero fosse ritirato, ed egli rimase coi suoi seguaci privo di potenza e forza creativa. C’erano due vie: annientare Lucifero col suo seguito, per crearne un secondo, che però avrebbe compiuto lo stesso errore. Ma la via della libertà, seguita fino ad allora, era l’unica. Dove sarebbe il Mio amore, se esso non avesse rinunciato alla distruzione, trovando anzi nella saggezza un mezzo per ricondurre gli esseri perduti alla luce della conoscenza? Non restava che la seconda via, quella realizzata nella creazione materiale. Nell’uomo, a seconda del grado di malvagità, gli spiriti furono rivestiti di materia, esposti a lotte e dolori e tentazioni, per condurli gradualmente alla comprensione dei loro errori, e per dar luogo anche al loro volontario ritorno. Tutta la creazione visibile consiste soltanto di particole del grande spirito di Lucifero e del suo seguito caduto e bandito nella materia… Vedete dunque che cosa Io faccio a causa di un unico angelo superbo? Pensate che praticamente tutta l’umanità non è costituita da altro che da membra di quest’unico “figlio perduto”, e più esattamente degli uomini derivanti dalla sventurata discendenza di Adamo. Con
il “figlio perduto” si intende dunque ogni singolo uomo in sé, e in ogni uomo che vive secondo la Mia parola, Io ritrovo il figlio perduto (cioè una parte essenziale di lui), che ritorna alla grande casa paterna… Per amore di un solo figlio Io sono pronto a sacrificare miliardi di mondi di ogni genere, se egli non potesse in altro modo ritornare di nuovo a Me. Se fosse necessario, Io preferirei privarmi di quest’unica eterna vita, piuttosto che perdere uno solo dei Miei figli.
Comprendi tu questo amore?
Con le sofferenze Io rendo miti i popoli. Li strappo alla follia di credere che i desideri mondani siano la prima cosa che l’uomo deve cercare. A tutti mostro che sopra di loro c’è Qualcuno che lascia sì fare loro quello che vogliono, ma che svolgere al bene ogni cosa – anche la più cattiva – che l’uomo compie…”

Felice Serino

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LA PIU’ STRAORDINARIA AVVENTURA

Paracelo scrisse: “Il Cielo è l’Uomo e l’Uomo il Cielo e tutti gli uomini sono un Cielo e tutti i Cieli non sono che un Uomo”.
La più straordinaria avventura è quella dello spirito; l’incontro col Sé, con l’indicibile, nel momento in cui, scaduti i giorni terreni (il tempo osceno), egli consegnerà alla terra la sua veste di carne corruttibile. Per lui così intimamente naturale e congenito (e che ha gestito quale strumento concessogli per una vita in prestito), ora il “suo” corpo non è che una “cosa” da abbandonare. La vita fisica (la vita “offesa”, come qualcuno l’ha definita, o la morte-vita, come dicono in molti letterati e poeti), non è che una parentesi, un lampo. Un destino ben più alto che non l’umano transeunte, col suo carico di sofferenze, desideri ed esperienze lo attende, nel riunificarsi al cosmo con la sua controparte dalla quale egli si staccò nel momento in cui scelse di incarnarsi in un grembo, scendendo sulla Terra.Creatura di Cielo, ha vissuto una breve parentesi fuori dal cielo come creatura di terra (trovandosi lacerato dai due poli tra un intrinseco sentirsi appartenente all’infinito e un vivere una realtàcontingente, tra ombra e luce, corpi e cose caduche); per poi tornare alle origini angelo tra gli angeli.
Cosa c’è di più straordinario e meraviglioso? Mistero indicibile, l’uomo, “piccolo sgorbio disegnato fra certe grandezze a noi ignote” (Sinjavskij), ma destinato a grandi cose nei disegni di Dio – questo frammento dell’Universo eppure infinito, compreso nella Mente infinita del Tutto.
“La vera alchimia interiore”, afferma Silvia Pedri nel suo articolo Indicatori del destino, “comprende anche la sfera del nostro io spirituale”; e aggiunge: “L’opera alchemica di esternazione del proprio destino ha il contenuto della forza angelica del corpo mentale, la modalità e l’azione di quella del corpo astrale e il luogo di esecuzione indicato dall’angelo del corpo fisico".

Felice Serino

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UN SOLE SOTTERRANEO

Nel 1918 Joe Bosquet, ventun anni, viene colpito da un proiettile che gli spezza la spina dorsale; da allora fino alla morte, è un corpo che vive solo a metà. Bousquet si riferisce all’incidente come a una seconda data di nascita. Per lui, affondare nel buio vuol
dire “attendere l’altra faccia del giorno”. Il sole sotterraneo è il sole mitico che, scomparso dallo sguardo oltre l’orizzonte, continua in segreto il suo corso fino alle “Radici della notte”. Bousquet riconosce in se stesso un essere sotterraneo, quell’abitatore del sottosuolo di dostoevkijana memoria. (“Scrivo le vene del buio”, 1967). “Proprio nei momenti in cui si sentirebbe maggiormente di odiare la vita tutto l’amore si china per poterci raccogliere”.“Porto in me un essere irrivelato. Mi conosce, ma non so nulla di lui, tranne che la mia persona è la sua ombra con i suoi appetiti inconfessabili e il suo bisogno di segreto” (1982). “Trascina
intorno alla vita il tuo grido, il tuo immenso grido di bestia ferita. Spingi nella notte il lamento immenso in cui tutto il tuo spirito si ottenebra. Questo accecamento verità. […] L’anima non si sveglia che a pezzi” (ibid.). (L’anima sorgerà, ma come un sole sotterraneo). “Vorrei squarciare, come lo potrebbe un vomere, la profondità della mia anima per forzare ad entrarvi questa bellezza troppo pura per abitare in me. Vedo chiaramente in che modo la sua nudità, luminosa come un frutto, entrerebbe, a vele spiegate, nelle tenebre del mio essere, vi mescolerà il sogno della mia carne con quello della mia anima, espanderà in me i flutti della sua luce anonima come un cammino di luna dove la mia carne segreta si risveglierà alla sua presenza”.
Bousquet deve partorire una verità più alta del suo dolore. Egli riuscirà, attraverso il potere della visione interiore, a creare un mondo trasversale che, pur non coincidendo con la realtà cruda, ne sarà il soffio vitale.

Tratto da I sotterranei dell’anima, Aldo Carotenuto, Bompiani 1993.
Opere di Joe Bousquet: 1941, Tradotto dal silenzio; 1980, Papillon de neige; 1982, Da uno sguardo un altro; 1988, Lettere della guerra (J. Bousquet – S. Weil); 1989, Le cahier noir.

Felice Serino

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LILITH E IL SUO SIGNIFICATO MITOLOGICO

Moses de Leòn nel Sèpher ha-Zohàr (XIII secolo), definisce Lilith come seduttrice di uomini e strangolatrice di neonati. Lo scrittore riporta una credenza che identifica Lilith con la regina di Saba. Nella tradizione kabbalistica Lilith è rappresentata come una donna nuda il cui corpo termina con una coda di serpente. Presso gli ebrei
esiste l’usanza di appendere amuleti sopra il letto delle partorienti. In La kabbalah e il suo simbolismo (1960), Scholem riporta una credenza narrata nel 1717: “Credono [gli ebrei] che quando un uomo perde il seme con l’aiuto di Mahlat e di Lilith, ne nascano spiriti cattivi”. In letteratura si ricorda che Victor Hugo dedica a Lilith una lunga poesia, in La leggenda dei secoli (1883). In La figlia di Lilith (1889), A. France la presenta quasi come una femminista. Un’altra poesia dedicata a Lilith la troviamo nell’opera di A. Crowley Lo scarabeo alato (1910). Citiamo ancora Primo Levi col suo Lilith e altri racconti (1981) e Anais Nin con Venus erotica. Infine, uno sguardo al mondo della celluloide: il regista R. Rossen gira nel 1964 il film terrore Lilith, mentre si fa notare in modo particolarmente incisivo nel 1970 il film di K. Anger Lucifer rising.
Si ricorda che Lilith in astrologia è considerata la Luna Nera; dallo studio dei transiti nei vari segni, e Case, si possono verificare gli aspetti più nascosti della sessualità. Nella Luna Nera è racchiusa una sensualità priva però del potere creativo proprio di Plutone. Essa sembra essere un punto focale legato al nostro passato, alla nostra “matrice karmica”. Secondo lo studioso Max Duval, essa è “il secondo fuoco dell’orbita lunare”. Pare che questo presunto secondo satellite terrestre fosse noto al tempo della civiltà egizia col nome di Nephtys. Si narra che il diluvio di Atlantide sarebbe stato provocato da un satellite di materia oscura avvicinatosi troppo alla Terra; questo corpo diventerà appunto Lilith.La Luna Nera e Lilith hanno gli stessi significati simbolici: esse simbolizzano il potere inconscio femminile in veste moderna, la forza della sua emancipazione; il che ci porta a considerare giustamente i rapporti tra uomo e donna sostanzialmente modificati. (E’ chiaro che Lilith spaventi il maschio tradizionale, che subito vede sorgere “complessi” di castrazione). Secondo la tradizione ebraica Lilith sarebbe stata la prima sposa di Adamo, la quale non volle sottomettersi al suo padrone, perché ella esprimeva l’uguaglianza dei sessi. La leggenda c’informa che Lilith, in seguito al rifiuto nei confronti di Adamo, fu allontanata da potenze superiori e sostituita da Eva.

Fonte: notizie liberamente tratte da I mondi ultraterreni, G. Berti, Mondadori 1998, e da Luna Nera-Lilith, F. Capone, Edizioni Capone 1978.

Felice Serino

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ONEIROS

Il mondo apparente potremmo paragonarlo a una serie innumerevole di macchie o incrostazioni che,sovrapposte al Disegno originario della Bellezza infinita, rendono quest’ultimo invisibile a occhi di carne.
Tuttavia, il numinoso si lascia a volte “visitare” con lampi fugaci in veste onirica, tramite “presenze” costituite da archetipi.
Il sogno in se stesso possiede un evidente carattere numinoso. Esso è una seconda vita.
Più d’uno ha scritto che il sonno è il fratello minore della morte, e che il sogno sarebbe il cordone ombelicale con l’aldilà.
Il sogno, via regia per l’inconscio e sua autorappresentazione, si esprime col linguaggio dei simboli.Un sogno può essere concepito come un dramma in cui noi recitiamo tutti i ruoli, quello di attore, regista, autore, suggeritore, e anche quello di spettatore.
I sogni sono la voce della nostra natura istintiva e animale; la voce della sostanza cosmica che c’è in noi. Per Roger Callois i sogni hanno lo stesso senso della forma delle nuvole e dei disegni delle ali di farfalla. Filosofi come Platone, Aristotele, Pitagora, espressero la loro credenza nel carattere profetico dei sogni. Famoso fu il sogno del presidente Lincoln il quale “vide” la propria morte; impressionanti furono i sogni profetici di Edgar Cayce, uno tra i maggiori sensitivi del suo tempo.
Secondo gli antichi oniromanti, i sogni veritieri uscivano da una porta d’avorio, quelli falsi da una porta di corno.
Poiché tutto soggiace a errore, sostenne Cartesio, le immagini che vediamo a occhi aperti varranno quanto quelle che scorgiamo in sogno. Dice Guglielmo Marra: “Il sogno è lo specchio dove la veglia si riflette e si incontra con la sua immagine negativa”; e ancora: “Il sogno avrebbe la funzione di valvola, attraverso la quale si
scaricano le tensioni accumulate durante la veglia” (Il mistero dei sogni, Meb Editrice).
Il doppio dell’io che vediamo in sogno è come l’immagine di Narciso riflesso nello stagno. Nei sogni sul “doppio”, nella letteratura cinese, si avrebbe un io che sogna un altro io che incontra un altro io.
Possiamo dire che il sognare presenta una qualche somiglianza con la creazione artistica; esso “è matrice dell’arte” (Proust).
Dice Schopenhauer che il sogno è una breve pazzia e che la pazzia è un lungo sogno. Abercrombie afferma che vi è una notevole analogia tra i fenomeni mentali nella follia e nel sogno.
Potremmo paradossalmente paragonare questa esistenza materiale a un sogno rispetto alla vita eterna o Realtà del Sé (totalità interiore dell’anima), allo stesso modo in cui il sogno stesso è tale rispetto alla vita mortale (un sogno nel “sogno”).
In definitiva, siamo noi il sogno del Sé, o è il Sé il nostro sogno?

Felice Serino

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SIMBOLOGIA DELLE VOCALI

In una sua poesia Rimbaud assegna un colore diverso a ogni vocale. Secondo il poeta, il senso delle vocali si può riassumere così: A, nero; E, bianco; I, rosso; U, verde; O, azzurro. Egli usa poi questa tabella con paralleli basati sull'esperienza sensoriale. A tale proposito, Ernst Junger nel suo saggio L'elogio delle vocali * fa questa considerazione: "Poiché Rimbaud possiede uno sguardo che sa spingersi anche al di là della pura sfera artistica abbiamo qui un sintomo della profonda diversità fra le lingue. In ogni caso, ci sentiamo piuttosto inclini ad associare la A e la O al rosso e al giallo, colori di luce, mentre la I e la U sono più vicini ai colori della terra". E ancora: "Nella sua Filosofia della composizione Poe definisce la O la più sonora delle vocali. La A è l'aquila, la O è il falco dell'universo sonoro". "Noi usiamo per la O un ideogramma che riproduce la forma dell'occhio". Secondo Junger, infine, la A significa verticalità e ampiezza, la O altezza e profondità, la E il vuoto e il sublime, la I la vita e la putrefazione, la U la generazione e la morte. Nella A invochiamo la potenza, nella O la luce, nella E l'intelletto, nella I la carne e nella U la terra materna, i sepolcri, l'età remota di Saturno.

Concludiamo questo breve excursus con la bella frase di Jacob Grimm, secondo cui "alle vocali nel loro insieme va attribuito un carattere femminile, alle consonanti un carattere maschile".

* Ernst Junger, Foglie e pietre, Adelphi 1997

Felice Serino

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SULL’ESSENZA DEL REALE

Amo ciò che non si vede. Soltanto nell’Idea, risiede il Reale; il tangibile e ciò che si percepisce coi sensi, è apparire, riflesso, velo esterno di una realtà invisibile.Sussulti di gioia mi dà il contemplare qualcosa di bello, di artistico, che aspira alla perfezione – si tratti di opera di Dio o dell’uomo -; mi emoziona non la cosa in sé (corruttibile), ma ciò che sta dietro, che vive dietro la cosa. Il cuore della “cosa”. Dove l’anima trova in se stessa la propria luce.
Il visibile, il contingente, non è che manifestazione,
rappresentazione. Riflesso. (L’emanato = il relativo, lo speculare). La vera essenza è nel non-manifesto. Nell’Idea, nell’Indicibile.
Afferma Ida Magli (La Madonna, Rizzoli ’87): “Il nome è l’essenza. Le cose che esistono sulla terra sono copie dell’Idea che esiste in cielo”.
Sono cosciente che esiste un universo sottile, non manifesto, appunto, pur vivendo calato in un mondo più denso, dotato di una struttura concreta e di aspetti materiali. Pur sentendomi parte di questa realtà superiore, che mi unifica col Tutto, nella mia dimensione attuale non posso percepirla se non confusamente, come se leggessi una “visione” di Swedenborg. Di questa “realtà” posso possedere soltanto le apparenze, mai la sostanza.
Sentiamo, in proposito come si esprime Elémire Zolla nel suo volume Uscite dal mondo (Adelphi, ’92), citando il pensatore Arturo
Reghini:”Reghini delinea l’esperienza centrale, l’estasi filosofica, cui più volte si dedicò, in alcuni articoli, specie uno a firma di Pietro Negri, sulla rivista “Ur” nel 1928: rievoca l’esperienza dell’immaterialità per cui ci si accorge che non si corporei,o meglio che il corpo è in noi, con tutte le altre cose, e tutto fa capo a un nostro centro profondo, abissale e oscuro […]. In questo stato la coscienza appare come una variabile e il corpo come una funzione. Si coglie spingendosi come in alto mare, anagogizzando, giungendola punto che in sanscrito ridirebbe di sandhya, contatto o interfaccia tra sonno profondo e morte: si diventa come pianta o pietra; come
angeli si vede l’essenza del reale”.

Felice Serino

* * *


Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione. In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso ed il sublime della vita – della nostra esistenza.
La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo pensiero e della tua visione del mondo.
Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra / da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”
La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro” universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che ripongono nella Fede la loro risposta.

Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte vanno di pari passo.

Giuseppina Luongo Bartolini

24 maggio 2009 [lettera privata]

***


FELICE SERINO - POETRIES
1

TRANSLATIONS: MARIA LETIZIA FILOMENO

IN THE MIDDLE OF ITS WAY THE NIGHT

in the middle of its way the night
swallows the last light - makes
bodies hostages

in a ethereal world - closer to us -
the dream starts playing


I DREAM MYSELF

I-not-I exist
before and inside the mirror (a
distance separates me: as
if I lived in another part) I live I stir
inside a vivid dream: I dream
myself - sand creature


FLIES STREAK THE INDIGO

(flies streak the indigo
moving off the sunset)

you bleed yourself like this light -
from the slits
of tumbledown walls you spies
the deprived years in your heart:
the childhood rises
inside you like a sun (the poured
blood in the light): the explosion
of the dreams that opened
the mornings - the innocent
light into the weeping eyes
of that child with his kite -
disappearing in the deep-sky-blue...

THE INK CRY

God exiliated
behind man's
eyes

opens the night casket


IN THE LASTING-LIGHT

the hot hours: they were
summers hard to die

the mad running and the grazed
knees in the lasting- light:

another bite
at the bloody pulp of the day - do you remember? -


LIFE

let me become ash
to a new adamantine
birth
in the dry air-of-fire
let
me wet up to the heart
of your saliva's light

I wanna feel my being
wrapped into the eddy
of the your cosmic funnel of your hungry empty


LIGHT-BLUE

passage from
black to white
the ascent to light
light-blue the delirating blue
of mallarmé the vocal
o of rimbaud
the light-blue rose
light-blue: the whole sky
in the eyes
light-blue mantle
of Mary


VERSES TO LOVE

my heart irradiates sunlight
my heart that wanna be burnt
to become ashes into your arms
where Beauty raves -

your sight becomes star
where the sky begins nice
butterfly-soul
in your unforeseeable fly



ARCHETYPES

(written few minutes after the waking up at dawn of 14/5/04)

(like when in the evening you don't realize
to fall into the arms of Morpheus and desire
your last farewell)

the undetermined moment is a point floating
in the air from which start unforeseeable
lines of dreams dear
to dalì that give back light to archetypes and have
a self-life in their blood


IMMIGRATED

this man: sadness of a bare tree
remains of life open
wound - eyes that loose
fragments of sky -
this man become
a torch -
to play -

pointed at with fingers: the "one" to burn



AMONG ONEIRIC FLASHES

among oneiric flashes
your air-image laughs
carved in the heart shadow



BLUE DEEPNESSES

the head plunged into the sky (blue
deepnesses reveal shadows
to be bodies -
the sheet the hand an
empty space) -

I get out from the dream wet
by light



DREAM

(to Dino Campana)

the soul hovered in that
rising-splendour: the sun
bent to kiss
its history: to
light it all in a moment -
the soul of the
never-conceived poem
absorbed ineffable
alphabets -
floated in that white
light



TRANSLATION: Mauro Conti

THE STRENGHT OF THE WORD
to Dalton Heraud, Urondo

- three killing poetries - sad me
(eyes lose in the empty
to pursue who knows that vision) - three
in different places - (he remembered only
ramblement the names and the localities)
- see: - specifided - the power is enemy of the light:
it not bearing the strenght
of the word
it camouflage viscid snake
in the brushwoods and inject its poison -

L S D

in the magnetic night hallucinating
for live your howling death
barren soul pull at the
pseudoincarnation of love imagine
rolling up mortal



FUNCTION OF THE BODY

1.
doing of starring-dust
body-imagine/flawless narciso
body-myth venus from surf
body-love body-hunger
body-earth

2.
body leaving like wound/
wish/life-that-not-yield
(body bag of the soul)
seeing like mo(uvi)ment/experience
(blotting-paper)

3.
only body
unrepeatable
spring of the body

3.a
("them awake and exult"
Is 26,19)


Translation: Alfredo Varriale

THE LIFE IN THE HANDS OF THE WIND

eyelids of air
closed on the defeat of the day
('depistate' traces
lost routs
to stain the wind with blood:
to rotate some time
in her empty rings)
handless of shades
drown the cry
of the soul played to head and cross



THE DIFFICULT LIGHT

to exist in the world: the Being
decentralized extraneous to oneself
(lobotomy of the proper one
internal Image -
from dispersions of Energy
crystallized gasps in a sky
teared voices
broken with birth)

remaining in to be
encapsulated in a life that is copy
blurred of the Original:
diminution in half life

also: jet of living water
from the subliminal self

the difficult light



PREGNANT OF LIGHTNING FLASHES

the moon folded up on my sheets
it mends these letteres
pregnant of lightning flashes
cut in the light
thirsty
in the torture of the ink
vibrate on chords of blood



THE MOON'S FIRES

with the moon's fires in the blood
blinking of dawns and nights
that are pursued
inside my lost name
for the ancestral rooms a blow of
celestial creature that lives at my side
in the stabbed light


translation: Terenzio Formenti

ONEIRIC POETRY

the dream thins out
spirales of memory
at the light of a moon
draus
the sleep of the roses

* * *



VINCE CHI PERDE (ODISSEA DI UN INTELLETTUALE)


“Rivoluzionario” non violento in perenne conflitto col potere e le istituzioni, potremmo definirlo uno spirito ginsberghiano, nonché di majakovskiana memoria. Teresio Zaninetti, che con Pier Paolo Pasolini ebbe una corrispondenza epistolare (vedi: Pasolini, Lettere 1955-1975, Einaudi 1988), è autore di un gesto clamoroso e provocatorio – come d’altronde nel suo stile anticonvenzionale. Ha chiesto al sindaco di Gozzano (Novara), 300 miliardi di risarcimento danni, morali e materiali, per l’assassinio del grande poeta, ritenendo lo Stato italiano e (quale suo rappresentante) il sindaco, responsabile della morte di Pier Paolo (!?). Dalla scomparsa di Pasolini, Zaninetti lamenta – come tanti – la disperazione di non poter più dialogare con una persona disinteressata come Pier Paolo.

Teresio è un convinto marxista e un anticonsumista; non possiede un’auto né un televisore. Ha diretto tra gli anni 1982-’90 la rivista Logos, il cui percorso gli è stato reso irto e tormentato. Ha scritto, ultimo in ordine di tempo, il romanzo-testimonianza Le lacrime di Sisifo, Rosso & Nero Edizioni ’95; è critico teatrale e cinematografico e autore e regista di film. Scrive e dipinge anche con vari nomi d’arte, è poeta pluripremiato (ma più che poeta egli si reputa un giornalista serio e un intellettuale militante).

Nato a Gozzano nel 1947, Zaninetti è stato uno degli organizzatori dei “percorsi” multimediali Aspettando Pasolini, con performances in varie città. Lasciamo che a presentarlo siano alcuni dei suoi versi: “Mi aprirò in due / come guscio di ramarro alla frontiera / nel rigonfio del vento, parentesi graffiata / nel prepuzio dei miei sogni rapaci / che già morte pregustano indolore / Mi aprirò in due e sarò in un libro nudo / (…)”. E da La finestra si apre: “La finestra si apre su uno specchio nato / sotto le menzogne di un calvario e dunque / di tanto più umano è l’orizzonte / e siamo qui per questo, / perché si veda, / perché si dica / perché sia orizzonte per altri orizzonti / e nessuno rimanga nella culla troppo a lungo / senza incontrare spazi concimati / dal lungo morire quotidiano / dei piccoli uomini che furono midollo e seme”. Versi, questi ultimi, che – insieme a quelli di tanti altri poeti – dovevano apparire incisi nella pietra lungo la strada che da Badolato marina porta a Badolato superiore, splendido paese medioevale lungo la costa jonica (ma gli amministratori che avevano garantito il finanziamento della Regione per permettere il lavoro, hanno finora risposto col silenzio).

Luigi Bianco, che dirige il foglio I Medicanti, nel primo numero del ’96 definisce Zaninetti “un grande poeta e un grande pensatore ingombrante, che tutte le istituzioni stanno lasciando morire di fame e di disperazione”. Zaninetti conta fino ad ora ben cinque tentativi di suicidio; ultimo il 10 gennaio ’97. Ogni volta si è fatto i suoi venti giorni d’ospedale ed è tornato nella sua casa-carcere a Gozzano. Ha inoltre subito due infarti. “Ho visto lo strazio”, scrive Bianco, “di un uomo costretto a prendere una ventina di pastiglie al giorno per sopravvivere n qualche modo. Oggi non può fare nulla. Nemmeno vedere le sue bambine: alle quali è nocivo per le sue nevrosi e per le implacabili leggi dello Stato”. Teresio è separato dal ’79 – anno del suo primo tentativo anticonservativo. Riceve la ridicola somma di 300 mila lire al mese quale sussidio per il suo “stato psichico”.

Ha scritto Marcel Camus: “Non avviene molto spesso che un uomo si senta il cuore puro. Ma almeno in quel momento, suo dovere è di chiamare verità ciò che l’ha singolarmente purificato, anche se questa verità può ad altri sembrare bestemmia…”.

Evidente il candore d’animo del Nostro, nonché il suo amore sviscerato per la verità, appunto. Sentite con quale spirito e veemenza di sentimenti si esprime in una pagina di Logos: “Ci vogliono armi, fucilate di verità. Questo è soprattutto amore. L’amore che spinge anche quella ‘barca’ infranta di Majakovskij che, nonostante tutto, continua a navigare attraverso oceani e bufere portando, indistruttibile, la propria luce che perfora i secoli. Un amore che, sì, è anche violenza (…). Scrive di lui Roberto Roversi: “(…) con la scrittura Zaninetti gioca duro. Ma aggiungerei, che con intera la sua vita, di cui la scrittura è il mezzo estremo di comunicare con gli altri, Zaninetti è inesorabile, costante; irretito in una implacabilità tanto generosa quanto, direi, disarmata”. La sua poesia, è scritto da qualche parte, è materia incandescente; strappa un velo della mistificata realtà.

La Rusconi Editore, presso la cui Redazione Teresio ha prestato la sua opera dal 1973 all’85, lo invitò a sottoporsi – in seguito al tentato suicidio del novembre ’79 – a una “visita di idoneità” presso la Clinica del Lavoro G. Devoto di Milano; l’esame psicodiagnostico diede il seguente risultato: “Nevrosi d’ansia da cattivo inserimento in ambiente lavorativo”. La risposta della Rusconi fu quella di costringerlo a triplicare, quadruplicare le dosi di tensiolitici, antidepressivi e ipnoinduttori del sonno…Il secondo tentativo di suicidio (1984) avvenne in concomitanza con una situazione di contrasto, avente per oggetto il periodico Logos, fra lui e l’azienda. La Rusconi gli revocava l’autorizzazione a “collaborare” (?) a Logos, attendendo una risposta di adempimento dei suoi impegni contrattuali; al che Zaninetti li richiamava all’art. 8 del contratto di lavoro giornalistico, là dove si afferma che il giornalista potrà manifestare le proprie opinioni attraverso pubblicazioni di carattere culturale, religioso, politico o sindacale, e facendo presente che nel “suo” periodico non erano ravvisabili lesioni degli “interessi morali e materiali” dell’azienda. Oggetto del dissenso era appunto un articolo apparso su Logos a loro parere “lesivo”.A seguito di una ulteriore missiva di Zaninetti – non avendo ottenuto riscontro alla prima – si faceva vivo per telefono un rappresentante del Comitato di Redazione della Rusconi, il quale, incavolatissimo, gli riferiva che dopo che il C. di R. aveva ottenuto dall’azienda di “mettere una pietra sopra” alla sua “licenza poetica”, egli aveva riattizzato il fuoco nel vespaio…Si giunge così fino al periodo di calvario di Teresio, consistente nell’essere messo “in prova”, dopo 11 anni di lavoro, presso la redazione di Eva-Express. “E’ preferibile morire di fame piuttosto che mangiare merda”,scrisse Teresio dando le dimissioni. Per lui, come per Sartre (uno tra i suoi “maestri”) nella vita “vince chi perde”; o per dirla con F. Scott Fitzgerald: “il vincitore appartiene ai vinti”.

Nell’esporre su Logos le sue amare vicissitudini, Zaninetti ha preso spunto da un celebre verso di Luis Aragon: “Io non sono di quelli che barano con l’universo”. E c’è da concedergli piena fiducia.

All’inizio del ’97 si istituisce un Comitato di solidarietà per Teresio, ed esce, ciclostilato, il fascicolo “Perché Zaninetti viva”; sottotitolo: “Se questo non è un lager – Una legge Bacchelli per T. Z.”, che consta in una “raccolta di frammenti di un vivere quotidiano incuneato tra coerenza visionaria e miseria reale”. Vi sono riprodotte lettere di Teresio che danno i brividi (ripetuti appelli ora di aiuto, ora di feroce accusa), sempre senza risposta, inviate a giornali quale Tribuna Stampa, al sindaco di Gozzano, al Consiglio Comunale e all’Assistente Sociale, in cui si rinfaccia ripetutamente l’impossibilità per un uomo di cultura di vivere con l’elemosina di 300 mila lire al mese. Teresio scrive duro con frasi sputate, elencando provocatoriamente, i “debiti” a lui dovuti da parte delle Istituzioni. “Il Vs. neghittoso comportamento non fa che acuire la mia disperazione e la mia angoscia, che viene
definita ‘depressione’(molto impropriamente)”. “Il Vs. silenzio continua a rappresentare la Vs. totale colpevolezza ed era, è e rimane tuttora un prolungato tentativo di omicidio da parte Vs. nei miei confronti”. E in un’altra lettera, indirizzata al sindaco e chiaramente provocatoria: “Chiedo a Lei e al Consiglio Comunale e allo Stato Italiano di concedermi l’eutanasia, perché io non desidero più ‘vivere’ in una società amorfa, inetta, assassina”. Gli veniva sanzionato da parte delle Istituzioni e dell’indifferenza sociale una condanna a morte civile, senz’alcun processo. Scrive Luigi
Bianco: “Teresio sembra sempre più elevarsi a pedagogo ‘pasoliniano’: un educatore senza stipendi e interessi, finalizzato soltanto alla causa universale della ‘liberazione dell’uomo’ “. E Maria Grazia Lenisa, nella recensione a Le lacrime di Sisifo (Pomezia-Notizie, dicembre ’95): “Teresio Zaninetti è poeta di tutte le rivoluzioni, è l’uomo che dividerebbe il suo pane con gli altri, che vive fino in fondo il suo amore-dolore, fino alla risposta dell’odio più cocente contro ogni forma di potere oppressivo, prima di tutto in se stesso onde assassina (Sisifo non rassegnato) in sé Tiresia che gli consegna inerme l’ultima perla della verità”.

Dunque,vogliamo ribadirlo:un uomo che non sa “barare con l’universo”.

Anche lo scrivente, che ha conosciuto Zaninetti nell’aprile ’97, ha firmato ben volentieri insieme a molti altri uomini di cultura, per fargli ottenere i benefici della legge Bacchelli.

Una volta tanto si riuscirà ad alleviare la pena di un poeta senza dover ricorrere all’elemosina e respingendo la soluzione estrema del suicidio?


Nota
Teresio Zaninetti morirà il 21 gennaio 2007.


* * *


VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA

Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978; "Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia" 1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità, l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose: "la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita, nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico: "gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso / di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo
premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che "le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa / il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo / dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra / sé e la sua fine".

Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]

***



FELICE SERINO - POETRIES
2


Translation: Maria Letizia Filomeno

ANGEL OF POETRY

soaring your blue wing in my blood
(I-not-I: you transcend in me and exist)
the birth of my dawns soaks in ineffable alphabets



PAROUSIA
(on the last day: expirex the indecent time)

to lean forward overtime at the light
borders
evanescent presences in sky
clearness: they became
bodies of light



PICTURE

made transparent by a wind of light
you are imagine of dream that fades away
in a cobalt sky




I'M OUT OF THE SKY

I'm out of the sky
blue
I circumnavigate
psyche
I live in my own death
together with so much life



THE LIGHT CRIES

the light cries breaking
a space in the heart



A LIFESAVING VERSE

a lifesaving verse sprinkle you light
in the orphanhood of the Dream



SEED LIFE

entering the
death-life (blood on the pendulum /
maya-time with eyes
of light)
overturned

(unexpressed
Essence impressed in
negative)

"live"
is Beyond: sun
heart sky
abyss - anti-world




IN THE SEED OF LOVE

listen
…don't you feel life pressing
in the seed of love that
is going to burst in a cosmic embrace?



IN THE MIDDLE OF ITS WAY THE NIGHT

in the middle of its way the night
swallows the last light - makes
bodies hostages

in an ethereal world - closer to us -
the dream starts playing



OMNILOVE

accept to become
transparent (open book)
accept to let oneself crossed
by life - by dead-life (rose
and cross) -
by the One who is: the omni
lovable

in front of the Absolute

…immersed
into the Absolute -

when the R a y
will absorb the darks



AT THE BOTTOM OF THE MIRRORS
(to J. L. Borges)

in an increasing of mirrors (escape of
naissances and deads)
imprisoned is the light
of your déjà vu -
you can year is you listen to the dull
drums of blood
in the bottom of the mirror where you
read the eternal return (life
judges us) - there is the centre the overturned
world: your aleph -
the key the riddle



THE FACE SIDES

between reality and appearance the oval
face looks at you from the bottom
of the mirror of a smocky bar -
not be able to see you as the others
see you - the other side of you the unexpressed
form you can imagine to assume
in the other world -
(notice yourself from the back or
spy sidelong is a perverse
play of hyde - meeting with the Dark)



WIND OF MEMORIES

it's salamander
motionless surprice
that pretends to be dead
two cross-shaped arms
sky of flesh wind
of memories the life

now broken-off

till the spinning
top sharpens its pivot *

* a sentence from Montale



TECHNIQUES OF DEATH

atoms of loneliness
abandonings/partings/ends
tastings of death

the figurative deaths the
disguised suicides/homicides
the blue night of the soul

death is present in the birth
dying leads to birth
emigrations from shape to shape

my God please cleanse our hearts
now and at the time of our death


SUSPENSION

elastic time
past < present > future
the soft clocks of dalì

time-suspension flower blossom

time of blake
suspended in the shining
jump of the tiger

dissolved time oneiric non-time

dilated time that
scans light ravings
in a painting of van gogh

suspended motionless
painless time
animal happiness


THE GENTLE POWER

God is patient: he has got
endless unspoiling dreams
for human beings
(cosmos centre: he doesn't
play dice)
he visits our
sorrows - he sends angels
to sweep the heart corners
(his drawn is Beauty)
his power is gentle


THE SHINING NOTHINGNESS

in ka * nothing is chance:
believe dying is not to turn
into stone and silence: it's a freed
cry pity that sees -
rotate
on hinges other side
of glove - to be
dream? place-non-place ubiquity
e x p a n s i o n : blinding
whiteness the shining nothingness **

(* ka: the ethereal "double" of I
**P.P.Pasolini, from "Poem in shape of rose")


YOUR POEM

when capering in the prenatal sea
leads you to walk backwards
your life (all in a go) - resetting the I-space-time -
then you'll read the only true poem opening
your eyes on the endless Dream: your
Poem will ride in a bluedawn the billows
of blood it will bloom in the eyes of an everlasting youth



IN A SUSPENSION

shape-thought expanded
the mandala and a rose of imagines
opens like a fan behind
the front by the third eye - in a
jumping towards behind of sweet
vertigo - he was swallowed up by in rooms
of archetypal memories and
newethic light immersed
in an amniotic peace
just a lump
in sintony with the beating of myriad
of cells now fused
with the breath of the immense cosmic body


INDIGO SKY

mixing of the blood with the indigo
sky of the memory where the other-
of-me pre-exists: never ending
dream of a love action


YOU ARE LIGHT YOU ARE FIRE

present to you
call me Love
the mouth full of light
you are fire
antiworld
call me to a silence of gardens
lump whirlpool of stars

present to you
fire-light call me
from a glass world
Love do ciak


THE INEXHAUSTIBLE LIFE

the mind in stand-by (half out
of a parallel world) - a tree and sky
sing will lull you you still enjoy
for a while the sheets warm: now
you feel life entering you: everything
you feel flowing into you as a river (il beats
as a round in the blood your time -
you feel sharing the sun): now
that you catch life - more life - you don't even care
of a body that will decay


POETRY

hollow out to be born in the white - carved
word in the dream sky - is
like taking blood from stones
(here are the light scissors to cut you down):
the page is your sheet
while in cerebral
embraces dye and born again
(from a pure place this ray of sun hit
the page)

***





 

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