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| Felice Serino |
Nato a Pozzuoli nel 1941 e residente a Torino. Autodidatta. Interessi vari; poesia, astrologia, mail art. Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale. Tutta la sua opera è visibile on-line, anche in versione e-book. Dal 2007 ha aperto vari blog; rilevanti quelli su My Space.com e su Splinder.com
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Pubblicazioni: |
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Ha pubblicato le raccolte: Il dio-boomerang 1978, Frammenti dell'immagine spezzata 1981, Di nuovo l'utopia 1984, Delta & grido 1988, Idolatria di un'assenza 1994, Fuoco dipinto 2002, La difficile luce 2005, Il sentire celeste 2006 (in e-book), Dentro una sospensione 2007, In una goccia di luce 2008, Lacere trasparenze 2010.
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Felice Serino
Cospirazioni di Altrove
-sospensioni trasparenze echi-
2010
mistero l’Altrove da cui si parte / di cui si è parte
miracolo d’amore – fuori e dentro noi – la vita che si apre: cospirazioni
A STEPHANE MALLARME’
tenue rosa d’albore
nel cuore fiorite di cielo
HO SOGNATO DI ESSERE TRASPARENTE
vortico in un vento di luce
da fenditure di un sogno spio il mondo
CONSAPEVOLEZZA DELL’ESSERE
tanto piccolo sei e disperso come pulce sul dorso di un mulo *
ma il cuore che non può morire infiniti universi racchiude
*da una frase di Erri De Luca intervistato dopo il terremoto di Haiti
EMANUEL SWEDENBORG
lasciami entrare nel tuo sogno adesso che col soffio di Dio ne scrivi pagine ineffabili pensieri pettinati di luce eccelsa danza dell’aria dalle labbra della notte stanotte mi pare udire da un-dove-che-non-so una sinfonia da musica delle sfere
lascia emanuel che entri nel tuo Sogno
NELL’URLO
(mercoledì delle Ceneri)
nel giro delle braccia le acque del mutamento – le mani a impugnare il limite
penetrare in sé nel profondo – eredità di cicatrici – dove si tende una strada nel cielo
rigenerarsi nell’urlo della croce
UNA LUCE
non sarai tu a scagliarla la pietra che negli anni sfasati più d’una volta tornasti contrito a casa anche se non ti fu ammazzato il vitello grasso che ti specchiasti nel fondo più nero del nero anche se non s’udì canto di gallo quando tradisti la vita spinto ad un atto anticonservativo che infine piegato dalla croce una luce a forma di un angelo fu a strapparti dall’oscenità del tuo tempo facendoti espandere in un’emorragia di versi e di energia positiva che nel viola del tramonto fosti padre e ora nel tempo declinante sarà forse tua figlia che ti farà da madre
GIORNI ORFANI
piange il mio spirito nell’usura dei giorni orfani di poesia
la morte della Bellezza
ALBERI CHE CAMMINANO
[ispirata a un intervento di Erri De Luca per Emergency]
a Madre Teresa e altri ‘grandi’ fino a Gino Strada
il cieco della parabola vide quel giorno allucinate figure uomini a forma d’alberi che camminano
oggi dallo scrittoio del cuore vorrei dirti gino che insieme a te si alzano dalla radice del bene
alberi che camminano anche se quasi nessuno li “vede”: santi di questo tempo
VOLTI AL CIELO
(ai martiri della cristianità)
1. (testimoni – non maestri coi loro fiumi di parole)
vòlto al cielo colui che grida nel deserto – l’uomo pneumatico - *
2. in visione celeste rapiti e fulminati sull’altare le mani a benedire – rosso fiore sul petto – gli oscar romero della storia
* per San Paolo è l’uomo spirituale
NIENTE DA PERDERE
appollaiata sulla tua spalla dalla culla se la pensi ogni giorno quando ti radi o vai a letto è per esorcizzarla o scacciare la paura dell’ignoto fartela amica
la morte
-essa non dissimile dalla vita: seme che trama nel buio cospirazioni del nascere-
e dunque: niente da perdere col disfacimento se oltre il fragile apparire sarai tutt’uno con l’immenso corpo cosmico nell’eterno girotondo dei pianeti nel sorriso di Dio
DAI CIELI DEL SOGNO
precipitare dai cieli del sogno fino all’età adulta richiami di sapori di voci l’odore del mare inalare il vento salato sibilante sotto le porte - gibigiane echi liturgie di memorie l’iniziazione del sesso i segreti
… cieli dell’adolescenza passati come in sogno
IL RAGGIO VERDE
[ad Agnes (Madre Teresa)]
filtra raggio verde dalla porta della conoscenza
accedervi con la chiave della compassione
-anima assetata in estasi- sanguinando amore
ABITO CELESTE
(parusia)
“tutta la creazione geme…”
1. da sogni di vetro e da pioggia d’uccelli sarai risvegliato
e di luce rivestito
(staccato il pungiglione alla morte)
2. e la tua lucy? e il tuo rex? questi un’animula non sai se ce l’hanno
di certo gli manca il senso del trascendente essi non si sporgono sulla loro morte a cogliere il proprio profilo finito
GRAFFIO
A Giovanni Giudici [leggendo “Lume del tuo mistero”]
graffio di demone mi brucia seguitando sua scia di miele
SOGNO BAGNATO
[dalla parte dei traditi ed uccisi]
vedere l’angelo della morte entrare nel mio sogno
ed io riverso sul selciato lo stupore del sangue le viscere nelle mani
“tu quoque brute” ... per mano di chi si credeva amico
* * *
LACERE TRASPARENZE, 2009
A Flavio e Teresio, in memoria
___
La poesia allena l' "analfabeta" ancora vergine di conoscenza a "disincagliarsi dalla vita" e a viaggiare dentro il mistero (che è la somma delle verità).
Raffaele Crovi
*
E TU A DIRMI
lanciarmi anima-e-corpo contro fastelli di luce specchiarmi nella sua follia
e tu a dirmi: Lui -l'irrivelato- nasconde il suo azzurro - è lamento amoroso
***
L' ANGELO
noi lacere trasparenze -sostanza di luce e di sangue- a superare d'un passo la morte
solleva l'angelo un lembo di cielo svela l'altra faccia del giorno
***
IL LATO OSCURO
e se fossi stato dell'altro sesso in una vita precedente e ne avessi perso memoria?
(ipotesi remota dici - di certo campata in aria) - tendendo a tralasciare junghiane profondità scoprire come in un test il lato oscuro del Sé totale la parte inconfessata (semplicemente naturale) - la tua percentuale -
***
PER METAFORE
a mimare un amore anteriore a noi si vola nel vortice della luce
"partire è la vita"
(farfalla di fumo)
foglio bianco schizzato grido
***
DOVE PIOVE MUSICA
[a David Maria Turoldo]
ai confini del cuore zona rischio lebbra
dov'è l'io luogo-non-luogo dove piove musica
rendimi bianco come neve delle vette
Signore
***
A RITROSO (hikikomori)
un vivere a ritroso le spalle all'oriente dove cresce la luce vuoto delle braccia vite separate
tra l'ombra e l'anima
hikikomori: in Giappone sono oltre un milione. E' il fenomeno di ragazzi che vivono di "rapporti" virtuali chiusi nella loro stanza fuori dal mondo.
*** DI QUA DEL VELO
1. onirica visione dell'eden dove profuma Signore di abele il tuo giorno
2. un cielo bianco di silenzi di qua del velo vascello fantasma
***
L' INDICIBILE PARTE DI CIELO
indicibile la parte di cielo ch'è in te e ignori - dice steiner l'uomo in sé cela un altro uomo: testimone che ti osserva e sperimenti ogni ora:
basta che solo un verso o poche note ti richiamino a una strana forza interiore: e cessi di sentirti mortale
***
RIESSERCI
in noi con noi come un riesserci
spessore davamo alle emozioni
cercavamo lo stupore
e lo stupore era Dio *
* da un'epigrafe
***
BARABBA
-e gli esecrabili delitti e la vita tradita? e il sangue innocente?
-non ricordo: in verità ti dico l'Albero di sangue virgulto di mio Figlio il Giusto si è ingemmato
ed espande nei secoli le sue radici in un abbraccio totale
***
RIEMPIRE I VUOTI
riempire i tuoi vuoti di cielo e un angelo che ti corre nelle vene come sangue e il bianco grido del vento che sfiora i contorni del cuore a smussarne gli angoli vivi il dono di una parola (cara e rara non di circostanza) corredata dalla luce di un sorriso ad hoc
***
AUNG SAN SUU KYI
non violentate la primavera del suo giovane sangue non pugnalate la colomba del suo cuore aperto alla compassione
non schernite la disarmante verità che proclama aizzandole contro i mastini della notte
dal suo sangue si leva alto il grido d'innocenza a confondere intrighi di potenti
***
DI ALTROVE [La gente non è cattiva: ha solo paura di essere buona. Eduardo nel film Campane a martello.]
di Altrove è lettura capovolta il mondo
chi ti dà occhi buoni per il cielo se non sai vedere
così la cieca sopraffazione la gioia cattiva del sangue
***
CASA DI VETRO
carne fatta velo d'aria dalla consistenza del sogno ectoplasma o luce- ombra che si ricrea questa e non altro la fragile casa del corpo di vetro
***
CUORE TRASPARENTE
1. non la doppiezza non l'apparire: chi sei veramente è più forte di te
2. fra cristalli dell'inverno è schiusa la rosa: l'amore sai impollina la morte
***
QUEL SENSO DI...
aspettando sempre qualcosa qualcuno - affacciato sull'Indicibile - in attesa giungano da un dove riconoscibili un nome una voce - quel senso di sperimento quando la vita è una coperta troppo corta
-dove sono "io"?-
quel senso di...
aspettandomi - aspettando di nascere
***
LIBRO
mastica piano la morte il libro del corpo - orecchio del cuore - : fatuo risillabare palpiti di soli fino all'ultimo rigo-respiro -congelato di bianca luce
***
EFFETA
di Dio il dito la saliva il fiato
ri-fiorisce vita in cuore disabitato
***
NASCOSTO STARO' NELLA ROSA
finché non avrà inghiottito il tempo osceno il suo grido nascosto starò nella rosa azzurra della poesia
perché non intacchino i veleni del mondo la bellezza del cuore
***
VITA IN SALITA
vedersi su un piano inclinato esistere - sperdimento in lunato albeggiare su deriva dei sogni -lama nella mente-
incrinata azzurrità il vetro del cuore
***
LA LINEA SOTTILE
non crederlo un viaggio interspaziale o come andare sulla luna ora più "vicina": è varcare la linea sottile che divide l'essere dal Sogno infinito l'oltretempo ai bordi della luce ove fanno corona frange angeliche ad accoglierti veramente v i v o
***
IN UNA GOCCIA DI LUCE
Vedere un Mondo in un granello di sabbia E un Cielo in un fiore selvatico Tenere l'Infinito nel cavo della mano E l'Eternità in un'ora.
William Blake
*
IMMERSI NELL'ASSOLUTO
come in una bolla d'aria o goccia di luce
si ha vita nel fiato del Sogno infinito
SPIOVE LUCE
spiove luce di stelle gonfie di vento col tuo peso greve di limiti ti pare quasi vita sognata il vissuto già divenuto memoria
siamo frecce scagliate nel futuro o il tempo che ci è dato è maya e si è immersi in un eterno presente?
AVVOLTI NELLA LUCE [ispirato dalle parole in apertura, che mi hanno tormentato per giorni]
se nascere nella morte è questa vita breve sarà il vagare nella tenebra della conoscenza per noi apprendisti dell'Indicibile avvolti nella luce della Parola legati da una promessa di sangue a Chi ci tende nei secoli le braccia aperte in forma di croce
SIC TRANSIT...
confidare nelle cose che passano è appendere la vita a un chiodo che non regge
è diminuirsi la vera ricchezza - arrivare all'essenza - lo scheletro la trasparenza
DISTACCO
giungere dove ogni linea s'annulla
un brivido bianco... e sei altro
fiume che perde nel mare il suo nome *
* da un verso di Billy Collins
IN UNA GOCCIA DI LUCE s'arresterà questo giro del mio sangue lo sguardo trasparente riflesso in un'acqua di luna sarò pietra atomo stella mi volgerò indietro sorridendo delle ansie che scavano la polpa dei giorni delle gioie a mimare maree nullificate di fronte all'Immenso allora non sarò più quell'Io vestito di materia navigherò il periplo dei mondi corpo solo d'amore in una goccia di luce
LIBRO SACRO
leggerne una pagina al giorno
perché la fede non sia acqua Colui che te la dona fallo uscire dal libro sacro le righe nere diventino il tuo sangue fa' che sia pane non polvere nel vento la Parola
SCAVANDO NEL PROFONDO a Giuseppe Soffiantini
rimuovere i macigni di odio e vendetta che tengono in ostaggio per la vita: il perdono un atto creativo un rifiorire dentro: questo lèggere si deve nel tuo animo regale tu che umanizzasti il tuo carnefice
tu che sai il dolore della luce - sentinella dell'aurora
NEL SEGRETO DEL CUORE
tenere in serbo scomparti colore del vento che oblìa memorie: rossi come il sangue della passione verdi come le prime primavere azzurri come il manto di madonne
custodirvi gocce di poesia cavalli di nuvole ed arco baleni - le coordinate dei sogni - e l'insaziato stupirsi della vita da respirare su mari aperti
- che tenga lontano la morte
L'ESISTERE SPECCHIATO
con lo stillicidio del tempo a subire questa piaga dalle nove porte *
ma a te presente un altro te - il Sé celeste - l'esistere specchiato: vita che si guarda vivere - un mondo in un altro
*il corpo secondo la Bhagavadgita
BARLUME
qui non altro che un barlume di vero dove cielo decaduto è il cuore in tumulto che spera anela a una riva di pace
per acquietarsi
RI-CREARE LA BELLEZZA A Lolek (Karol Wojtyla)
la pietra scartata è la prima della Bellezza - che trasuda il sangue della luce
- posata sulla stoltezza del mondo
PENTECOSTE
aleggiare dello Spirito sulla creazione
l'Avvento: respiro dell'Altissimo (virgola-di-fuoco) in fragilissimo cuore - un angolo di cielo
TURBINE VORTICA
turbine vortica intorno al chi sono
non altro sapere che la tua inconsistenza
- ma a un tempo di contenere un mondo -
IN LIVIDA LUCE DI CREPUSCOLO sulle braccia della Croce ci amasti da morire in livida luce di crepuscolo per compassione Tu ti spezzasti * ... e fioristi amen * verso di Ungaretti
L'INVITO Il poeta: un vuoto G. Seferis e tu di nuovo ostaggio della notte l'invito l'abbraccio del vuoto parola neo-nata la chiami nel buio l'innervi in parole la plasmi a scalpelli di luce
UNGARETTIANA
su un refolo di vento adagio la vita trasognata
A CARLO ACUTIS
Morto a 15 anni di leucemia l'11.10.06 (del quale è stato avviato l'iter per l'apertura della Causa di Beatificazione)
ti so dolce presenza -tu che visitavi i giardini del cielo- ti so dentro di me come un amico o un figlio l'altra notte in sogno nell'apparirmi mi dicevi sono uscito dalla vita vivo più che mai
-qui è il prima da dove siamo venuti si sta di un bene è un'infinita fonte di stupore noi voluti dal Cielo siamo stelle per corona alla Madre Celeste
STEP
pensieri distesi nel mezzodì incendiato - sul letto una lama di luce obliqua e nella mente in sopore insieme a un pezzo di mare
il perdurare la tua immagine di poco fa il moto dondolante del corpo - fatto d'aria -
QUESTO PANE
perché lo permette ti chiedi permette tutto questo ti senti dire: è una prova che ti dà "dal male trae un bene" anche se non puoi capirlo - allora giustificato dal Suo sangue spezza insieme agli altri questo pane bagnalo di tutte le lacrime del mondo non una briciola si sprechi di questo dolore
DELL'INDICIBILE ESSENZA
dell'indicibile essenza -l'altra faccia del giorno- noi sostanza e pienezza
solleva l'angelo un lembo di cielo: in questa vastità soli non siamo: miriadi di mondi-entità ognuno in una goccia di luce
DA UN'ONDA DI SOSPIRI
da un'onda di sospiri risalire in sogno la morte
fiorita dal grido di albe di cenere e fermenti di voli nel turbinio del vento
WELBY
nel giorno acceso in trattenuta vertigine avvolto nel mantello del vento sporgersi da una rupe di passione in un amen il ripercorrersi di stagioni di là del mare cogliere il fiore-essenza del tempo sognare d'essere quasi una finzione - la morte un paradosso
NEGLI OCCHI FORTI DELLA LUCE
[ispirata all'alba del 19.10.2008, a 11 giorni dal mio 67° genetliaco]
negli occhi forti della luce vive il paese innocente
-dove approdare l'anima esausta di vita dispersa- (una gomena di avemarie porge l'angelo a riva)
VASTITA' DI TE SOLO [su un verso di Ungaretti]
vastità di te solo penetrata nei sensi:
nella tua fragilità lo stupore di sentirti un mondo
una “fibra dell’universo”
-IN UNA GOCCIA DI LUCE - 2008
* * *
LA BELLEZZA DELL’ESSERE
la bellezza dell’essere è di una certa età dipende dal modo in cui la percepisci quando ti commuovi per un nonnulla scambiando un sogno per una visione ti senti tornato bambino lo sguardo perso ad inseguire un volo non temi l’ ignoto quando in vita ti sei ben speso
SULLE RIVE DEL MISTERO
ciò che non appare mistero neppure è bello *
fragile come i sogni spaesa il cuore di là del mare
tutta una vita – … finché lo spaesare non si adagia sulle rive del mistero
* frase presa in prestito dal mio amico pittore-poeta-critico Andrea Crostelli
MAYA
il di qua dice l’asceta non è che proiezione nel prisma azzurro del giorno
sentenzia che perfezione è la carne che si fa spirito
non si terrà conto del corpo che si nutre che è già della terra
si è dunque del cielo o anelito d’infinito ancor prima del primo respiro?
- certa è la fiamma che dentro ci arde – sottile -
IN SOGNO RITORNANO [ispirata nella notte del 25.3.07]
in sogno sovente ritornano amari i momenti del vissuto che non vorresti mai fossero stati per cui accorato in segreto piangi
si affaccia nel tuo sogno bagnato quel senso di perdizione incarnato nel figlio prodigo che fosti emerge dai fondali dell’inconscio dove naviga il sangue e tu disfartene non puoi
INSOSTANZIALE LA LUCE
insostanziale la Luce nella carne si oscura (energia fatta densa)
luce verde della memoria scuote la morte:
il nocciolo del tempo nel buio delle vene è universo presto deperibile
UNA VITA (a Jung)
perdutamente dei sangui l’aprirsi d’echi su cieli anteriori lo spazio d’un grido
PREVITA
cosa saremo ora non sappiamo bene ci conosce il Demiurgo già in mente Dèi eravamo prima della creazione pur senza saperlo ingabbiati come siamo in questa vita
puro anelito di spiccare il volo
EVOCATIVO
come in una bolla d’aria
si ha vita dentro il fiato di sogni sgretolati
RICORDA [ispirandomi a David Maria Turoldo]
sei granello di clessidra grumo di sogni peccato che cammina
ma sei a m a t o
immergiti nella luminosa scia di chi ti usa misericordia
ritorna a volare: ti attende la madre al suo nido
ricorda: sei parte dell’Indicibile - sua infinita Essenza
nato per la terra da uno sputo nella polvere
LACERA TRASPARENZA
insaziata parte di cielo vertigine della prima immagine e somiglianza vita lacera trasparenza
sostanza di luce e silenzio
sapore dell’origine
fuoco e sangue del nascere
ALLA FINE DEI TEMPI
“Per risplendere devi bruciare” – John Giorno
deve il maligno consumare il suo fuoco - stravolgere la faccia del mondo fin quando uscirà di scena
la vita: “la vita può andarsene domani” * - cerchio breve che si chiude
la consolazione per chi resta? aspettarsi alla fine dei tempi un radioso trapasso:“ch’io non resti confuso…”
* verso di Paolo Bertolani
QUALCUNO MI CONOSCE
somigliano i sogni a queste nuvole a stracci
mai come ora ho bisogno d’un gancio per appendermi al cielo
LONGEVI
brindano al mistero della vita forzano le porte della sera – vedono oltre dove altri non vedono: per loro il sognare non ha più fine: hanno occhi lavati con acqua celeste
UN SOLO RESPIRO
la porta stretta – dove macera amore
(nell’oltretempo risiede il Verbo e il suo cuore-battito d’universo)
a un solo respiro si tende – oltre un tempo di transizione
IL PARADISO SE AMIAMO (sentenza facile con versi facili)
[ispirata la notte del 2.9.07]
(il grido dell’afflitto anima sparse stelle)
terra è dolore il cielo amore? l’inferno ce lo facciamo noi
terra è pianto? il cielo canto?
il paradiso se amiamo è già qui
NELLA DANZA
quando ti adagerai nella tua ombra e avrai già l’inverno nelle ossa esulta perché sarà l’ora d’essere trasfigurato pervaderai con una particella di te ogni cosa l’anima si confonderà con le stelle allora entrerai nella danza nel Signore della danza
ENTRARE NELLA LUCE [ispirata nel dormiveglia il 2.10.07]
1. leggere sull’acqua lettere storte camminare nel mistero a volte con passi non tuoi “sei condotto là dove non vuoi”
2. essere e proiezione del Sé (per speculum in aenigmate): nella parusia entrare nella luce goccia che si frange nel sole - che contiene un mondo
IL SOGNO E’ UN’OASI
1. un grande desiderio di azzurro urge nel sangue senza più odio e dolore solo amore – un arcobaleno di amore
2. nella notte dell’anima acceca il bagliore della lama dello sparo – “caino dov’è tuo fratello” – ancora e ancora l’assordare dei martelli che inchiodano al legno
3. è il sogno un’oasi di pace nel cuore devastato
… non si tende alla bellezza?
SE CI PENSI
capisci quanto provvisoria è questa casa di pietra e di sangue dove tra i marosi il tempo trama il tuo destino di piccolo uomo?
se ci pensi: quale enigma ti sovrasta mentre la vita non è che un batter d’ali
- e tu immagine passeggera dentro gioco di specchi copia sbiadita riflesso del riflesso -
ci sei ma non ti appartieni sebbene all’esistere ti attacchi come ostrica allo scoglio
mentre ti ripugna il disfacimento lo scandalo della morte il salto nel vuoto
MONDO (contro le guerre)
freddo incanaglito la tua iniquità è specchio che deforma la bellezza del creato
tu esperienza della ferita col poco amore che ispiri ci lascerai incastrati tra questa e un’altra dimensione?
mondo: piaga e grido dell’uomo incompiuto vòlto al cielo
io ti detesto - mondo
MOMENTO ad Angela
[ispirata in dormiveglia il 28.10.2007, a 48 ore dal mio 66° genetliaco]
torpore: velo di tenebra sugli occhi mano che ti muore nella mano
ed è bellezza anche questa: minimo ritaglio dell’eterno
A SPECCHIO DI CIELO
a specchio di cielo il tuo coniugarti corpo-amore albero che veste primavere grido di terra benedetto - fonte di luce-vita corpo-amore
ANELITO
rinascere dal cuore
come una fortezza il peculio di pena ha elevato il silenzio al rango della luce
SU UN VERSO DI PESSOA
prolungato sopore postprandiale
di felicità effimera brucia il tramonto in un volo che si perde dietro l’ala del palazzo ottocentesco – fino a che arriva lo sguardo…
(apparizione in sogno o forse déjà vu?)
dove ha fine la vita “è solo la curva della strada”
da "LA BELLEZZA DELL'ESSERE", 2007
* * *
Ancora la vita come fosse un altrove da abitare nel sogno
Elio Pecora
SE QUESTO MONDO
se questo mondo ti ha forse deluso è perché ho lasciato che ti perdessi e dal tuo vuoto mi tendessi le mani
su me che sono Altro roveto che arde e non consuma scommetti pure la tua vita
non vergognarti di me che sono il giorno
ho offerto il mio Essere carne e dio al supplizio del legno mia rivincita d’amore
sono il mattino che ti coglie cuore di madre
LETTERA (frammento)
non angustiarti se non sai pregare se preghi con la testa tra le nuvole
lo fai e bene se spandi su foglio metafisica luce
e il soffitto ti si fa cielo
E’ IN TE NELL’ARIA
è in te nell’aria sottile la senti la mancanza di vita piena come applaudire con una mano sola
ma è regale regalo questo rapido frullo d’ali atto d’amore non affidarlo nelle mani del vento
sii àncora gettata nel cielo
E’ VELO CHE CADRA’
1. è velo che cadrà la carne
2. rendere fruttuosa la morte perdendo la vita
(rovescio dell’io tra nome e senza nome)
3. ma è l’amore che mi sceglie
(nudo alla luce)
4. ho sognato d’essere trasparente
VISIONE
imbevuto del sangue della passione un cielo di angeli folgora l’attesa vertiginosa nella cattedrale del Sole dove ruotano i mondi è palpito bianco la colomba sacrificale
QUEL SORRISO a R.
oltre lei forse fra le stelle dura quel sorriso che nell’aria ti appare ora sospeso come fumo
lucido incanto il tuo sperdutamente altrove – l’ha disperso il vento
VERTIGINE DEL VUOTO [leggendo E. M.Cioran]
sognandosi al di sopra dei precipizi
le vene cariche di notti carpire qualche vertigine all’Abisso
ELEGIA DELL’ULTIMO GIORNO
ormai è passata come tutte le cose dell’aldiqua prendila come un sogno anche se sogno non è questo nell’ultimo giorno avrò da dirti fratello a me nella carne e nello spirito marchiato a fuoco ma tutto questo doveva accadere ti dico perché “si compissero le scritture”
ora m’incolpi del mio silenzio e Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas Io ero ognuno di quei poveracci in verità ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda del carnefice quando fa scempio di un bambino innocente Io sono quel bambino ricorda “quando avete fatto queste cose ad uno di questi piccoli l’avete fatto a me”
anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce la più abietta la benedetta anch’io ho urlato a un cielo muto e distante Padre perché
perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto
DAL DI FUORI
1. precipitati da un primo mondo di luce indivisa – essere qui e insieme altrove
dal di fuori il pulsare dell’universo impregnato di dolore e di canto
2. questo dolore questo canto: ne siamo l’essenza
siamo volti che galleggiano sulla superficie di un sogno
RISVEGLIO
tra le pieghe della storia c’è satana che strappa le più belle pagine di poesia un giorno i morti risvegliati da pioggia d’uccelli le ricomporranno in musica celeste
SOSPENSIONE
un camminare nella morte dicevi come su vetri non conti le ferite aspettare di nascere uscire da una vita-a-rovescio
riconoscersi enigma dicevi di un Eterno nel suo pensarsi
SCONNESSIONE
pensavi guadagnare la chiarezza? la vita imita sempre più il sogno nelle sconnessioni avanti con gli anni
ti coniughi ad un presente che s’infrange dove l’orizzonte incontra il cielo: e ti sorprendi a chiederti chi sei oggi da specchi rifranto e moltiplicato mentre il tempo a te ti sottrae
SPERDIMENTO
silenzio-ombelico di luce
(le ombre corte l’aria incendiata)
affondo in vertigini di cielo
… unforgettable…
le uve dei suoi occhi ad addolcire il sangue
nello sperdimento del tempo che si sfoglia
quest’ora squama il mio cuore di paglia
ALZHEIMER
dello stupore della vita egli non ha memoria né dell’infanzia né di un amore ora intagliato in una finestra consuma giorni in attesa che gli si sveli il paese della meraviglia – dove la mente come un sole si e s p a n d e
“LA VITA… E’ RICORDARSI DI UN RISVEGLIO” [leggendo Sandro Penna: una cheta follia, di Elio Pecora]
sotto un mutevole cielo chiuso nel tuo grido di diverso
cresce la luce a cui vòlti le spalle: voglia di sparire dentro un sogno o restare nell’ora dolce dei vivi
- mosca impigliata nel miele
LASCIATE CHE SOGNI
lasciate che sogni il paese delle più dimenticate musiche dove vibra la segreta stella del mio sangue il paese del Tutto dove nel tutto esisto senza limiti in una infinita danza dove sono la danza
LA NOTTE LATERALE
unghie crescono nella morte
il gravitare dell’ombra che ti segue a lato - questo sentirti enigma vederti nel sogno moltiplicato da una vertigine di specchi a scalare la notte
MORIRE A RITROSO
amiamo ciò che passa legati eppur distanti a corpi di carne mentre il tempo scava lento per noi e per la morte che buca la notte è un morire a ritroso finché si esce da questa vita da questa morte
PREGHIERA
spogliami Signore da questa morte che mi veste lasciami rifugiare come un uccello bagnato nel tuo dolcissimo abbraccio di madre che racchiude il respiro degli oceani il poema del vento che è onda di suoni e soavissimo amore fa’ che nello specchio del cielo mi pervada l’angelica ebbrezza del girotondo planetario non prima che quest’anima indegna si lavi nel sangue di tuo Figlio
L’ESSENZIALE
arrivare all’essenziale: via il superfluo (lo sa bene il poeta - un sansebastiano trafitto sul bianco della pagina)
così il corpo: si giunge col vento azzurro della morte al nocciolo: all’Essenza: non altro della vita che avanzi in pasto al suo vuoto famelico – quando nella curva del silenzio essa avrà ingoiato la sua ombra
NON POSSIAMO CONCEPIRE
non possiamo concepire come chi ci ha lasciati in un fresco mattino di settembre ci appaia più grande si espanda corteggiando le stelle questo è parte del mistero non dover essere ma essere-di-più in pienezza e perché poi ti sconcerti che l’io debba disintegrarsi con la sua tronfia ruota-da-pavone quest’io a cui credi appartenere?
NEL BUCO NERO DEL GRIDO
nel buco nero del grido s’attorciglia la spiralante vertigine di munch
LA PARTE CELESTE
vera rivoluzione sarà l’oltre: mi sveglierà nel sole in un paese innocente *– il cuore s’irradierà di gioia piena nella vertigine della luce – ricongiunto alla parte celeste puro tornerà alle origini – perso e ritrovato –
al seme della meraviglia
* da un verso di Ungaretti
AD ALTEZZE SEGRETE (volontariato)
sperimentare l’Indicibile
spendersi in un percorso di amore il cuore aperto ad altezze segrete
sperimentare l’Altro da sé nel diversamente abile – pasta da modellare: ci affondi le mani e ci rivolti la vita – lui ti ricambia con l’oro di un sorriso
RAMMENDI AZZURRI (per il 25° anniversario di matrimonio)
in braccio al vento questo giorno dai rammendi azzurri
da DENTRO UNA SOSPENSIONE, 2006
* * *
ARCHETIPI O LETTERE CELESTI
sulla pura pergamena della sostanza primordiale tutti i pensieri lo Spirito scrive con l’inchiostro luminoso della divina emanazione: nel Libro dei libri sotto forma di archetipi o lettere celesti si trova tutto quel che fu è e sarà
POESIA COSMICA
io-non-io: lasciare che mi superi la luce
sentirmi espandere nell'amore infinito sparso per il cielo
ROL
nel giro di una luna ti sognerò levarti da orizzonti di fuoco su cavalli d'aria dipingere arcobaleni coi colori dell'amore
MIO SANGUE ALATO
tu come un’esplosione all'aprirsi del fiore –
vita: mio sangue alato
lascia che m'incenerisca per rinascere adamantino nell'aria come fenice lascia che della luce della tua saliva fino al cuore mi bagni
ah sentirmi avvolgere nel risucchio del vuoto tuo affamato…
SPRAZZI DI PACE
spiove dal cielo una luce di stelle gonfie di vento – quasi provenisse dall’oltre
nel cuore un aprirsi di sprazzi di pace: vedermi in tutto con il mio sognare –
il vissuto la vita sognata
L’OMBRA
negativo di me mio vuoto in proiezione mi copia con inediti profili tagliati nella luce – se dal di fuori la spiassi mi direi sono io quello?
pulviscolare ha i contorni del sogno e i suoi fòsfeni si spezzetta se riflessa inafferrabile fantoccio mi diventa pure mio vuoto mia metà
che estinta con l’ultima sua luce rientrerà nel corpo-contenitore unificata con la terra – senza un grido tutt’uno con la morte – senza perché – solo ombra
IL PECULIO DI LUCE (a Simone Weil)
1. (occhi come laghi abbracciano da eco a eco fremiti di vita)
ha mani che sfondano muri di solitudine – amore
2. germoglia grido di luce da nuovo dolore
SIESTA [entrando in un sogno lucido con la visione dilatata di gatta che si stiracchia]
le fauci spalanca la natura animale in enorme sbadiglio della tigre di blake a ricordare la geometria felina dinanzi agli avanzi della sua preda sanguinolenta nella solitudine lucente tinta dalla cenere rossa del tramonto pancia all’aria nella conca del sole occhi socchiusi impastati dell’ultima luce in un tempo sospeso un silenzio che disegna l’atavica forma aperta del grido
NEI MIEI SOGNI
nei miei sogni ricorrenti il mare ne attraverso lunghi tratti io che appena sto a galla – altre volte mi trovo in viaggio (nave/treno) o mi vedo nella casa giù al paese a tavola coi parenti che mi ricolmano fino agli occhi e mi accorgo che sono in ritardo per il lavoro ora nemmeno più ricordo dove ho parcheggiato scendo di corsa salgo scalinate eccoli i miei morti i parenti sorridermi mai che mi dessero numeri
(ora non sogno più a colori vividi né di librarmi come falena contro il soffitto)
CREATURA
mi godo la luce come farfalla sul palmo della tua mano
Signore non posso che offrirti il mio niente –
fragile creatura ti devo una morte
PARVENZA D’AMORE
pietre ancora calde di sole con la luce che vuole morire al giorno una virgola di amore ti è rimasta negli occhi come sangue rappreso (nelle vene del tempo è sospensione questo palpitare che si fonde col silenzio del cuore)
come un olio è passata la luce sopra il dolore – pseudoincarnazione di un sogno –
HA MEMORIA IL MARE
1. la forma del vento disegnano rami contorti voli di gabbiani ubriachi di luce a pelo d’acqua decifrano tra auree increspature le vene del mare
2. interroghi sortilegi nella vastità di te solo ti aspetti giungano da un dove messaggi in bottiglia un nome un grido ha memoria il mare scatole nere sepolte nel cuore dove la storia ha un sangue e una voce
SPAESANO LE ORE DEL CUORE
i primi turbamenti i morsi dell’amore – luce d’infanzia come sogno scolora dove l’orizzonte taglia il cielo
spaesano le ore del cuore nel giorno alto
ANANKE
più a morire che a nascere a volte – un colpo e via è preferibile dici ma anche la pianta si ammala e soffre in natura si sa tutto soggiace a legge: la supernova che collassando si fa buco nero e noi mortali…
GIOCO DI SPECCHI
l’ambiguità è forse nel sogno mentre vivi e ti cammina a lato un altro te – insospettato
allora è sogno la vita? o riflesso copia sbiadita o gioco di specchi in cui ti chiami e ti perdi…
ROSA D’AMORE
letificato d’amore angelicato fiore
si schiude la rosa fra cristalli dell’inverno
A RISALIRE LE ORE
non resteranno tracce dei giorni solo parole scritte sull’acqua
a risalire le ore del sangue il vortice del vuoto: solo le stimmate parleranno dell’amore che hai dato
ANCHE A META’ UN SORRISO
(anche a metà un sorriso è terapeutico: sprecato è il giorno senza la sua luce)
fare anima aprirsi al nuovo come cercare un tesoro con occhi tornati innocenti
coltivare la meraviglia il bambino che è in noi unico filo rosso
STANZE [ispirata leggendo Il corponauta – appunti di viaggio di uno spirito libero, di Flavio Emer]
io pensiero dilatato a spolverare le stanze dell’oblio sulle pareti la memoria ancestrale metteva in luce emozioni dipinte su volti che furono me
rifluiva dai bui corridoi degli anni il vissuto a imbuto mi perdevo come in sogno nell’abbraccio di quelle figure che accendevano il mio sangue
PER SPECULUM IN AENIGMATE
chi sei: quale il tuo nome nel registro della Luce quale la tua figura inespressa
questo non aversi come morire sognarsi in seno a cieli di cui non è memoria
…caduto il velo il tuo Sé faccia a faccia
un ri-trovarsi: moltiplicato
LA SUA LUCE DI MILLE SOLI
ci accecherebbe la sua luce di mille e mille soli se solo potessimo vederlo con occhi di carne
Lui l'absconditus l'Indicibile dalle Ali di Fuoco - l'Uno dai molti nomi
Colui che indossò una carne (e la sua carne vestì una croce): che per sollevarci si fece bambino e ultimo
LE TUE POESIE
sono astruse dici parlano per lo più di cieli e affini mai di quaggiù – lo ammetto ma ti pare siamo solo di terra e non fatti d’infinito e di mistero o materia dei sogni come il cuore sente? farsi d’aria e parlare col cielo non insegna forse a vivere in terra? a riscattarsi da debole carne?
ACQUE
1. acque uterine dove sognammo di nascere oceano circolare mare di nostra madre
2. lavàti con acqua e sangue - fonte battesimale seconda nascita
3. acqua è porta acqua è Vita venite a me Io vi disseterò
…camminava sulle acque coniugava le forme dell’acqua
“oceano circolare mare / di nostra madre”: versi adottati da Jean Debruynne, L’acqua battesimale
IO-UN ALTRO
questo sentirmi diviso: e non riconoscermi come il fuori del mio dentro: convivere con gli umori di un corpo di morte
IL MONDO LE COSE DEL MONDO a padre Pio
il mondo le cose del mondo ci devono scivolare addosso come acqua – dicevi mentre era un sorriso interiore a illuminarti –
guaglio’: la casa del Padre è in fondo al tuo cuore ma è il cuore un campo di battaglia: a ogni giorno basta la sua pena –
FRAGILE FOGLIA
e nel momento del distacco l’io si farà fragile foglia appoggiata ad una spalliera di vento
NELL’ABBRACCIO DEL MISTERO
terebrante luce: intima ferita celeste
(la sfiorano le balsamiche dita di Amore)
nell’abbraccio del mistero farsi trasparenza espansa percezione di sensi
da IL SENTIRE CELESTE, 2006
* * *
LA TUA POESIA
quando un capriolare nel mare prenatale ti avrà fatto ripercorrere a ritroso la vita (tutta d'un fiato) azzerando l'Io spaziotempo - allora leggerai la vera sola poesia aprendo gli occhi sul Sogno infinito: la tua Poesia cavalcherà in un' albazzurra i marosi del sangue fiorirà negli occhi di un'eterna giovinezza
ANGELO DELLA POESIA
librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue
io-non-io: in me ti trascendi e sei
d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore
TECNICHE DELLA MORTE
atomi di solitudine abbandoni / distacchi / fini assaggi di morte le morti figurate i suicidi/omicidi camuffati la notte blu dell'anima morte presente dalla nascita morire porta sul nascere emigrare di forma in forma o Dieu purifiez nos coeurs ora e nell'ora della nostra morte
LA VITA INESAURIBILE
la mente in stand-by (fuori da un mondo parallelo) - ti culla un canto d'alberi e di cielo assapori per poco ancora il tepore delle lenzuola: ora senti la vita che entra in te: ti scorre dentro come un fiume (batte rotondo nel sangue il tuo tempo - ti senti in comunione col sole): adesso che afferri vita - più vita - nemmeno t'importa di un corpo che sarà preda del disfacimento
ANGELI CADUTI
fuori dal cielo bevvero l'acqua del Lete
ora non sanno più chi sono
presi nella ruota del tempo mendicano avanzi di luce - curano le ali spezzate
per risalire nell'azzurro
VENTO DI MEMORIE
è salamandra sorpresa immobile che finge la morte due braccia schiuse a croce cielo di carne vento di memorie la vita
ora sospesa
finché spunti la trottola il suo perno *
* verso da Montale
LA FORZA GENTILE
Dio è paziente: ha sogni per l'uomo infiniti - frutti immarcescibili (centro del cosmo: non è il suo un giocare a dadi) egli visita le nostre piaghe - manda angeli a spazzare gli angoli del cuore (suo disegno è la Bellezza) la sua forza è gentile
I LATI DEL VOLTO
tra reale e apparente l'ovale del volto che ti guarda dal fondo dello specchio di un locale fumoso - il non poterti vedere come gli altri ti vedono - l'altra parte di te l'inespressa forma che puoi immaginare assumere nell'aldilà - (scorgerti di spalle o spiarti di sbieco è perverso gioco di hyde - incontro con l'Ombra)
IN FONDO AGLI SPECCHI (a J. L. Borges)
in un moltiplicarsi di specchi (fuga di nascite e di morti) imprigionata è la luce dei tuoi déjà vu - s'odono se ascolti i sordi tamburi del sangue in fondo agli specchi dove si legge l'eterno ritorno (la vita ci misura) - lì è il centro il mondo rovesciato: il tuo aleph - la chiave l'enigma
ONNIAMORE
accettare di farsi trasparenza (libro aperto) lasciarsi attraversare dalla vita - da morte-vita (rosa e croce) - da Colui-che-è: l'Onni amorevole
di fronte all'Assoluto
...immersi nell'Assoluto –
quando il R a g g i o assorbirà le ombre
SOSPENSIONE
tempo elastico passato < presente > futuro gli orologi molli di dalì tempo-sospensione l'aprirsi del fiore tempo di blake sospeso nel balzo lucente della tigre tempo diluito non-tempo onirico tempo dilatato che scandisce deliri di luce in una tela di van gogh tempo sospeso immobile indolore felicità animale
NEL SEME DELL'AMORE a Tagore
ascolta ...non senti urgere vita più vita nel seme dell'amore che aspetta di esplodere in un abbraccio cosmico?
VITA IN NUCE entrare nella morte-vita (sangue del pendolo / tempo-maya con occhi di luce) capovolti
"vivo" è nell'Oltre: cuore del sole abisso di cielo - antimondo
A
1. vocale in sospensione come urlo muto - il bianco dell'urlo il nero di rimbaud
2. ritrarsi del fuocosacro a un vaneggiare di gole spiegate / scimmiottanti maiacoschi
COGLI IL MIO MORIRE
cogli il mio morire tra una radice di sangue strappata e un'altra appena nata dal suo grido
GANDHI
miracolo il sorriso interiore mentre il mondo ti ringhia addosso
ti offri s'apre una rosa di sangue
nel Cielo un canto d'alleluja
VERSI ALL'AMORE
irradia un sole il mio cuore che vuole incenerirsi nelle tue braccia ove la Bellezza delira
il tuo sguardo s'instella dove comincia il cielo anima bella farfalla imprevedibile del volo
PARUSIA (nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)
sporgersi sull'oltretempo ai bordi della luce presenze evanescenti in chiarità di cielo: farsi corpi di luce
INFANZIA
Eravamo nell’età illusa Eugenio Montale
la tenerezza dei giorni verdi sparpagliati nell’oro del sole appesi alla luna
il papà dalle spalle larghe come la volta del cielo
quel sentirsi dèi – quasi alati senza peso – e non sapere la vita
Innocenza nostalgia del paradiso
ADOLESCENZA ASPRI SAPORI
adolescenza aspri sapori occhi belli fieno nei capelli alle spalle della notte fuggire nello schiaffo del vento
NEL PERDURARE LA LUCE
le ore arroventate: erano estati lunghe a morire
le corse pazze le ginocchia sbucciate nel perdurare la luce:
ancora un mordere la sanguigna polpa del giorno - ricordi? –
IL NULLA LUCENTE
in ka* nulla è casuale credi morire non è farsi pietra e silenzio: è grido liberato pietà che vede - ruotare su cardini rovescio del guanto - essere sogno? luogo-non-luogo ubiquità e s p a n s i o n e : lacerante biancore il nulla lucente **
* ka: il "doppio" incorporeo dell'io ** P.P.Pasolini, da Poesia in forma di rosa
GRAVIDE DI LAMPI
la luna piegata sui miei fogli compone queste lettere gravide di lampi tagliate nella luce assetate nel supplizio dell'inchiostro vibranti su pentagrammi di sogni
SEI LUCE SEI FUOCO
presente a te chiamami Amore la bocca colma di luce sei fuoco antimondo chiamami a un silenzio di giardini grumo vortice d'astri
presente a te fuoco-luce chiamami da un mondo di vetro Amore fai ciak
POESIA ONIRICA
il sogno sfoglia spirali di memoria al lume di luna disegna il sonno delle rose
LA LUCE GRIDA
la luce grida aprendosi uno spazio nel cuore
UN VERSO SALVAVITA
un verso salvavita ti bagna di luce nell'orfanezza del Sogno
FIGURA
indiafanata da un vento di luce sei immagine di sogno che svapora in un cielo di cobalto
POESIA
scavare nascere nel bianco - parola intagliata nel cielo del sogno - è come estrarre sangue dalle pietre
(ecco forbici di luce sfrondarti):
la pagina è tuo lenzuolo mentre in amplessi cerebrali muori-rinasci
(da un luogo puro giunge questo sole sulla pagina)
ZEN
(non studiare il taglio di luce come l'artista)
non scegliere:
lascia che sia fa il vuoto fino a essere e non essere
SONO DEL CIELO
sono del cielo fuori dal suo azzurro
circumnavigo psiche
abito la morte di me stesso insieme a tanta vita
CADUCITA'
il tempo è uscito dal calendario in un balenìo di stagioni e amori svolando obliquo nel sole con ali d'icaro
A META' DEL SUO CORSO LA NOTTE
a metà del suo corso la notte inghiotte l'ultima luce - rende suoi ostaggi i corpi
su un mondo immateriale - più nostro - il sogno apre il sipario
SOGNO DI ME
io non io esisto di qua di là dello specchio (una distanza mi separa: come fossi da un'altra parte): vivo mi agito dentro un sogno lucido: Sogno di me - creatura di sabbia
VOLI A SOLCARE L'INDACO
(voli a solcare l'indaco staccandosi dal tramonto)
ti sveni come questa luce - dai muri diroccati dalle feritoie a spiarti gli anni spogliati nel cuore: l'infanzia che rimonta dentro te come un sole (il sangue sparpagliato nella luce): l'esplodere dei sogni che aprivano i mattini - l'innocenza negli occhi di pianto di quel fanciullo col suo aquilone - sparito nel profondo azzurro...
MOMENTO
1. una folla di stelle: la stanza si riempie di cielo come quando in un punto dell'eterno palpitò la mia essenza
2. biancore irreale – carne-e- cielo l'Io nell'oceanosogno è guardarsi cadere nell'imbuto fuori del tempo
fino all'attimo prenatale alla luce del sangue
VISIONE: M'INONDO' IL SOGNO (leggendo Jung - Storia del simbolo)
(luce che cresce il grido della mandragora l'albero capovolto)
...fuggii negli specchi sprofondai nei cieli anteriori cavalcando eoni-spaziotempo
vidi nella memoria cosmica il centro di me dove ardeva il mio sangue in simbiosi col palpitare degli astri
coi segreti del vento la musica delle sfere
il mio sangue confuso col cielo della memoria
...precipitato nella vita
da LA DIFFICILE LUCE, 2005
* * *
CIELO INDACO
confondersi del sangue con l’indaco cielo della memoria dove l’altro- di-me preesiste – sogno infinito di un atto d’amore
DENTRO UNA SOSPENSIONE
forme-pensiero dilatò il mandala e una rosa di immagini gli si aprì a ventaglio dietro la fronte – col terzo occhio - in un capriolare all’indietro di dolce vertigine – fu risucchiato in stanze della memoria archetipa e da luce noetica immerso in una pace amniotica appena un grumo in sintonia col pulsare di miriadi di cellule ora si fondeva col respiro dell’immenso corpo cosmico
AZZURRE PROFONDITA’
la testa affondata nel cielo (azzurre profondità rivelano ombre essere i corpi (il foglio la mano un vuoto) mi levo dal sogno bagnato di luce
SONO UN MISTERO A ME STESSO
da me una distanza mi separa: attraversa un incendio la carne: per farla d’aria – vitreo sperdimento
mistero a me stesso
e il mondo m’è fuoco dipinto *
* verso da M. L. Spaziani
DOPPIO CELESTE
entrare nello specchio: esserne l’altra faccia: uscire dal sogno di te stesso apparenza di carne tornata pneuma:
ri-unificarti col tuo doppio celeste: il-già-esistente di là dal vetro: tua sostanza e pienezza
TRA ONIRICI LAMPI
tra onirici lampi ride la tua immagine d’aria intagliata nell’ombra del cuore
I FUOCHI DELLA LUNA
coi fuochi della luna bivaccanti nel sangue baluginare d’albe e notti che s’inseguono dentro il mio perduto nome per le ancestrali stanze un aleggiare di creatura celeste che a lato mi vive nella luce pugnalata
PAESAGGIO INTERIORE
segreti cosmici ha il sangue: sperimenti il mondo immaginativo nuotando nel sangue come un pesce – abitando le stanze dei nervi – leggendo la geografia delle vene:
ti sintonizzi con la danza delle molecole: sei nella danza: la danza
la circolazione sfocia nei sensi: emerge un mondo ispirato – da musica delle sfere –
FUNZIONE DEL CORPO
1. fatto di polvere stellare corpo-immagine / specchiato narciso corpo-mito venere da spuma corpo-amore corpo-fame corpo-terra
2. corpo vissuto come ferita / desiderio / vita che non demorde (corpo sacco dell’anima) visto come mo(vi)mento/esperienza (carta assorbente)
3. corpo unico irripetibile primavera del corpo
3.a (“si sveglieranno ed esulteranno” Is. 26, 19)
LA DIFFICILE LUCE
esistere nel mondo: l’Essere decentrato estraneo a sé (lobotomia della propria Immagine interiore – da dispersioni di Energia cristallizzati aneliti in un cielo strappato voci spezzate sul nascere)
rimanere in essere incapsulati in una vita ch’è copia sfocata dell’Originale: diminuzione vita a metà
pure: zampillo d’acqua viva dall’Io subliminale
la difficile luce
GRIDO IL MIO NOME
s’invertigina l’essere a mimare la morte (l’io avvitato in enigma da koan): non mi conosco non so chi è l’essere che è me – buco nero o anelito sulla bocca di Dio – perduto io grido il mio nome nei crinali del vento: discendo nel mio specchio attendo una nuova nascita
ANANKE
1. luce/ombra le mie due metà tendo all’Uno all’androgino rapito dai vortici di Splendore (dalle Sue Ali di Fuoco)
2. è l’io la linea che mi divide in grovigli di vene (avvolto nella camicia di nesso degli istinti) sussistono tutti i contrari --------- un tiro alla fune
finché non si frantuma il mio corpo di vetro
PORTARE SE STESSO COME UN VESTITO
1. processo è la vita stessa il soggetto si racconta
1.a da acque amniotiche (da matrice atomica) gettato dentro il mare-mondo
2. l’io: tantino diversi: io- metamorfosi (voci di dentro)
2.a io sospeso spasimo io qui-e-ora io fatto vertigine e sogno (stato di trance un esistere in limine)
2.b io-onda io moltiplicato da specchi e pure a sé ignoto io mancanza vuoto di braccio amputato
AZZURRO
passaggio dal nero al bianco l’ascendere alla luce azzurro quello delirante di mallarmé la vocale o di rimbaud la rosa azzurra azzurro: tutto il cielo negli occhi azzurro manto di Maria
VIA LATTEA
cammino luminoso scala che unisce il mondo dei morti a quello dei viventi: a una estremità la costellazione del Lupo – Antares – sorveglia l’entrata nel regno dei morti – all’altra quella del Cane – Sirio – apre la salita del cielo e guida i naviganti: è la stella Maris – la stella del mare e la stella di Maria
VITA
lascia che m’incenerisca per nuovo sorgere adamantino nell’aria secca del fuoco lascia ch’io mi bagni fino al cuore della luce della tua saliva
voglio sentire il mio essere avvolto nel risucchio del tuo imbuto cosmico del tuo vuoto affamato
L S D
nella magnetica notte allucinata a vivere la tua morte urlata anima infeconda strappata alla pseudoincarnazione di un sogno: parvenza d’amore immagine accartocciata mortale
LA SERA BLU HA OCCHI DI TIGRE (a Hemingway)
aureolato di fumo
ma dove va la vita morte tenuta in vita che fluisce con te o senza di te
per compagnia una bottiglia e una donna che almeno per stanotte ti allentino il suo morso ti richiudano questo strappo infinito
(domani chiuderai la partita)
Hem per gli amici
occhi in liquido cielo capovolto
LA VITA NELLE MANI DEL VENTO
palpebre d’aria chiuse sulla disfatta del giorno (depistate tracce rotte smarrite a insanguinare il vento: ruotare del tempo nella sua vuota occhiaia) anse d’ombre annegano il grido dell’anima giocata a testa e croce
COME SOSPESI
è perdersi nelle stanze arimaniche progettando vite in copia carbone questo disconoscerti poesia autenticità spolpata da virtuale e stress
è come stare sospesi nello sporgersi da delirante vetta interiore l’aprirsi di crepaccio la sua bocca ad urlo
PAROLA
erlebnis del phonema – conchiglia d’aria – sul mare della memoria
una stella di sangue è il sole della pagina
parola – tua preda o forse tu preda della parola
amore zenitale
le nozze del fuoco
SOGNO a Dino Campana
si librava lo spirito nello splendore di quel sorgere: si chinava il Sole a baciare la sua storia: a rischiararla tutta – in un istante
l’anima del poema mai concepito s’imbeveva di alfabeti ineffabili – galleggiava in quella luce bianca
IQBAL in memoria di Iqbal Masih, tessitore di tappeti, portavoce dei diritti dei bambini lavoratori, ucciso a 12 anni, il 16 aprile 1995
come un bosco devastato intristirono la tua infanzia di pochi sogni
tra trame di tappeti e catene ancora grida il tuo sangue nei piccoli fratelli – il tuo sangue che lavò la terra
quel mattino che nascesti in cielo – dimmi – chi fu a cogliere il tuo dolore adulto per appenderlo ad una stella?
A DAVIDE morto a 17 anni il 16.4.1995, domenica di Pasqua
ti videro rimbalzare come un fantoccio contro il parabrise
eri la loro preda di turno: sul collo il fiato di quella banda di cani armati di mazze
(arancia meccanica una domenica pomeriggio quando le ore si dilatano e la città è una giungla)
sui tuoi sogni si era chiusa la Notte
ti ho rivisto all’obitorio: sentivo il tuo corpo astrale aleggiare su quei resti e palpitare un intero universo nei tuoi occhi di vento: Davide non più diviso tra terra e cielo: in te racchiuso il Segreto
[Nota – Davide e il piccolo Iqbal sono affratellati dallo stesso destino: una tragica morte avvenuta lo stesso giorno, mese e anno, domenica di Pasqua.]
NELL’INDICIBILE
tu dici è scandalo la morte ma può esserlo la bellezza perduta del fiore o della farfalla che vive la luce di un giorno?
dietro il velo dell’esteriore il fiore il verde la foglia – parte del cosmico sé di cui è specchio il di qua – vivono ab aeterno l’indicibile essenza di fiore/verde/foglia
A RISALIRE VORTICI
a specchio di cielo cuore a risalire vortici di vita dispersa (d’ore ubriache)
vorresti tuffarti nell’azzurro fonderti con la luce
ESSERE
1. bava di ragno a tessere unità del tempo (gusci d’entità masticati da morte my body is my suit)
1.a letto di procuste (visitarsi in sogno) dell’anima
2. essere come momento il qui-e-ora il Sé irripetibile il Sé universale my spirit is soaring
3. perdersi in chiarità di cielo farsi libro aperto
3.a (dove albeggiano azzurrità di strade alte)
DA QUESTO MURO
da questo muro trasudo le morti di tanti sono l’urlo di ginsberg il grido di munch di guernica queste parole sono pallottole dirette al cuore voce di chi non ha voce verità di Cristo di certo m’imbavaglieranno
non sopportano di guardarmi negli occhi
ANCHE PER VOI
salgo sulla croce anche per voi disse con gli occhi rivolto a quelli che lo inchioderanno anche per voi che ancora nei secoli mi schiaffeggiate sputate negando la vita buttandola tra i rifiuti aizzando popolo contro popolo sotto tutte le latitudini salgo sulla croce anche per voi che mi sprecate nelle icone per voi nuovi erodi/eredi della svastica che insanguinate la luce delle stelle oscurando la Notte della mia nascita anche per voi potenti della terra razza di serpenti che non sopportate di sentirmi nominare dal mio costato squarciato fiumi di sangue tracciano il cammino della storia la mia Passione è un solo grande urlo muto di milioni di bocche imploranti dinanzi al vostro immenso Spreco con cui avete eretto babeli di lussuria come cultura di morte
LA FORZA DELLA PAROLA a Dalton, Heraud, Urondo
- tre poeti assassinati – mi diceva (occhi persi nel vuoto a inseguire chissà quale visione) - tre in posti diversi – (ne rammentava solo vagamente i nomi e i luoghi) - vedi: - puntualizzava – il potere è nemico della luce: non sopportando la forza della parola si mimetizza viscida serpe tra sterpi e inietta il suo veleno -
LA FORZA OSCURA
l’alba è schiusa palpebra dell’Orologiaio del cosmo – col mio emisfero destro vivo la meraviglia la poesia della vita credo nell’amore contagioso – ma mi riconosco in chi non sa guardare a lungo la Bellezza negli occhi senza assassinarla “perché ogni uomo uccide ciò che ama”
e allora cos’è questa forza oscura che mi strappa gli angeli dai sogni? chi viene a violentare il fragile azzurro?
UN DIO CIBERNETICO?
vita asettica: grado zero del divino Onniforme (ma la notte del sangue conserva memoria di volo) vita sovrapposta alla sfera celeste regno d’immagini epifaniche / emozioni elettroniche eclissi dell’occhio-pensiero
A DANILO DOLCI
risalire all’immagine infranta dove è voce del sangue la ferita aperta del cielo – limare le parti non combacianti con la figura del divino: è questo che fai intendere e la chiami città terrestre la tua voglia di rivoluzione: tu innamorato dell’uomo nuovo – del suo costruirsi incessante –
AION
1. chi ti ha fatto sapere ch’eri nudo? l’entrare della morte nel morso della mela (si erano creduti il Sole scordando di essere riflessi)
1.a il serpente mi diede dell’albero e… eva la porta di sangue per dove passa la storia
2. nell’incrocio dei legni la conciliazione degli opposti (lo scheletro del mondo)
2.a è il Figlio che pende dai chiodi la risposta a giobbe
3. ancora l’assordare dei martelli ancora un giuda che fa il cappio abbraccia un albero di morte - sulle labbra il fuoco del bacio
LA VIDA ES SUENO
con calderon* dici la vida es sueno mentre ti dibatti in un non-tempo onirico: sorveglia ogni gesto un testimone interiore / custode del sogno – e se nel saperti forma vuota volessi uscire dalla vita non c’è grido o sussulto che tenga
* Calderon de La Barca
TRASFIGURATI ANELITI (a Emanuel Swedenborg)
(quest’abito sta stretto - è peso di terra
un fuoco passa per la carne)
ali ha lo spirito per vastità ineffabili
per volare fra le braccia della luce
profonde azzurrità l’attraggono - sua origine e sorgente
trasfigurati aneliti hanno occhi di cherubini - di là - benevoli
NEL PAESE INTERIORE
nel paese interiore eiaculo i miei sogni - fuoco e sole dell’anima - vivo una stagione rubata al tempo (mimesi icariana sul vetro del cielo)
nel paese interiore brucia il mio daimon di febbre e di luce
NEL ROVESCIAMENTO
non vedi al di là del tuo naso scientifico: è come leggessi sull’acqua lettere storte: poiché noi siamo nel rovesciamento afferma la weil - e negazione ci appare la grazia
QUALE AMORE
nell’amore sai non c’è ricetta che tenga: è buona regola giocare di rimessa / vuoi
possedere l’oggetto d’amore e resistere all’amore Quello-che-si- dona
tu cuore diviso tra cielo e terra carne/amore non più che sparso seme
CANTO PER NKOSI
(In memoriam: a Nkosi Johnson, morto a 12 anni, il 1° giugno 2001, a Johannesburg. Nato sieropositivo, fu scelto come testimonial contro il morbo dell’ AIDS)
(Non posso pensarti dolente da che morte odora di resurrezione. Eugenio Montale)
colei che ti diede vita la sai madre di cielo bambino che hai corteggiato la morte - tu messo in un angolo come vergogna (lo sguardo orfano rapito in vastità di cieli) presto non più che mucchietto d’ossa - Nkosi sei la nostra Coscienza: e violentaci dunque nel profondo - tu con la purezza di un breve mattino
mentre questa morte - vedi - già s’ingemma di sole
UROBOROS
tagliato fuori dal cielo (stato uroborico di participation mystique) calato in un io che non sai dire chi sia: se non presenza passeggera: sospeso esistere nel seme dell’amore: attesa di pienezza nel pleroma
CONIUCTIO (a C. G. Jung)
quando si unificheranno gli opposti e il Sé riaffermerà la propria natura ermafrodita e dallo squarcio del velo di maya si manifesterà l’Altro - la nostra controparte (sconosciuta e prismatica) che ci visita in sogno - l’occhio interiore: allora còlta la totalità si sarà dissolto insieme allo schermo di apparenze nomi e forme insieme alla rappresentazione della storia e ai fiumi di sangue e di parole
anche il sale delle nostre lacrime
CHI SIAMO
caduta la carne svelati a noi stessi: non più enigma che arrovelli (restano unghiate sulla carne del cielo a presenza d’un sentire stuprato):
allora l’essere si aprirà la luce schiuderà le braccia saremo seme fiore stella - le prismatiche facce del Sé - allora in noi
non più un vedere attraverso uno specchio in enigma: sarà un camminare sulle acque
(alla luce dell’epistéme* avrà la kènosis** vitrea trasparenza)
* epistéme = conoscenza ** kènosis (qui sta per concetto di) = svuotamento del divino
ATTIMO-FUTURO
1.
nell’addentare il frutto proibito si ritrovò affamato d’amore
1.a
(fu il creare gioco o sogno di Dio / coito mentale)
1.b
(si mordeva la coda il serpente uroboro racchiudeva in sé l’uovo del mondo)
1.c
in quell’attimo infinitesimo la storia dell’uomo era già scritta: passato e futuro un tutt’uno simultaneo
2.
non lui va verso il futuro: esso gli viene incontro ed è già presente focalizzandosi in fotogrammi: ciò che avviene esiste prima di lui: forse in un’altra dimensione egli l’ha già vissuto (presente a sé come il sé nel sogno) (abitante il riconoscibile istante dentro una sospensione)
3.
il déjà vu è acquattato tra pieghe dell’inconscio
3.a
come in una sequenza di specchi gioca con l’alter ego nell’eterno presente
punto da cui si vede il Tutto
versante luminoso del Sé: l’aleph
PLATONE
essere : notte dell’anima il cammino il tempo è la caverna lancinante attendere ti trapassi Amore sole cosmico
LETTERA DA UN AMICO
- non serve voltarsi indietro – mi scrivi -: se metti in conto i limiti le morti contratte le paure passate e avvenire se porti in cuore sventrate lune albe-capestro se non ti esponi per puro calcolo non fai che raccogliere i frutti d’una vita spesa male: presto essa ti presenta il conto – deve questa vita restarci nelle mani: dare tutto se stesso a perdere arricchisce: amare non è forse una scommessa? dici (e la parola è bisturi): percorri lo stretto marciapiede a lato del cuore: nel profondo di te nel buio di stelle calpestate ascolta il grido verticale che da caduta può farsi preghiera
DEUS ABSCONDITUS
(sempre a metà strada noi: sempre nella terra di nessuno: il fratello oscuro che s’agita nel sangue (lato notturno dell’anima) che mima il dolore del cosmo
(attraversando la valle della morte penetrati da tutto il freddo del mondo: immersi fino all’ultima fibra dell’essere in un dramma da consumarsi fino in fondo)
il Dio che sta dietro le apparenze: il Dio sconfitto nella storia Dio-del-paradosso che vince con la debolezza - il Totalmente Altro: l’increato (ab aeterno) che si a u t o l i m i t a
per recuperare la sua potenza alla fine dei tempi – grumo di vortice d’astri –
LUCE AL TUO PASSO
se il soffrire non coniughi con l’amare è un niente la vita – avrebbe detto simone weil buconero-in-buconero direbbe einstein (dal crogiuolo del dolore guardare oltre il visibile oltre l’io – schermo di carne) ma più in là tu non vuoi vedere – solo cattiva stella che graffia l’azzurro del tuo cielo (ed è gioco perverso pensarla nel tuo codice iscritta): credi: è per risorgere che in te sperimenti l’abisso: impara a guardare il sole: esci dalla platonica caverna – ascolta: non esiste solo nelle favole il tuo angelo: egli da dietro il velo del tempo è luce al tuo passo perché vivibile sia questa vita: perché batta nel sangue un tempo tuo – rotondo (non sai che della polvere dei sogni son fatte le sue ali?) il tuo angelo – se vuoi – sarà simile a emanazione di luce/visione di blake: attiva il terzo occhio – sii come la clorofilla che si nutre di luce
CIELO INTERIORE (a Gustavo Rol)
cosmonauta di spazi sovramentali trasfiguravi il tempo velandolo d’irreale:
quiddità di un cielo interiore aperto su mondi paralleli
SENZA TITOLO
al di fuori di me – io stesso luogo-non-luogo – mi espando
di cerchi concentrici è il lago del mio spirito: sasso gettato dal capriccio della musa
fremito d’acque e stelle
JUNGHIANA
legato a un vago giro di pensiero alla tua libido caro freud antepongo la vita che guarda se stessa guardarsi: il centro del mandala dove la luce pensa – le nozze alchemiche – alla mancanza di sacralità il Pesce * l’enantiodromia (Unus mundus) – all’analità l’Anima l’Animus l’Ombra - il corpo che si apre nel suo doppio – la nostalgia di un cielo prima della caduta
* Simbolo del Cristo
NELLA VALIGIA (NOTE DI VIAGGIO)
(il chi-siamo-dove-andiamo: dove la mente inlabirinta) l’io vestito di nebbia promesso alla morte –
(nella valigia pronta la perdita originaria la vita a metà)
risucchiato come da un tunnel… attraversato da flutti di luce
destinazione: il Sé
AGAPE / EROS / PHILIA
imago dèi: noi chiamati ad amare (senza essere nostri) noi abbracciati dalla Luce: dai tre aspetti dell’amore: Dio madre / amante / amico (agape / eros / philia)
l’Uno dai molti nomi: sole – oceano – fortezza
da FUOCO DIPINTO, 2002
* * *
FELICE SERINO è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta. Vive a Torino. Ha pubblicato varie raccolte: da Il dio-boomerang del 1978 a Dentro una sospensione del 2007. Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sei lingue. Ha inoltre al suo attivo numerosi articoli pubblicati di vario genere. Tutta la sua opera è visibile on-line, anche in versione e-book e aderisce a vari Forum. Nel 2007 ha aperto due blog: su My Space.com e su Splinder.com - - -
feliceserino@tiscali.it felser41@alice.it felice.serino@elbasun.com www.poetare.it/serino.html www.poesia-creativa.it/feliceserino.htm www.grammaticaviva.it/Pensieri&Parole/pensieri-e-parole.htm www.ArteGreco.it www.poetilandia.it/feliceserino.html www.poetilandia.it/pagineautori/feliceserino.html www.poetilandia.com www.elbasun.com http://xoomer.virgilio.it/baldobr/index-119.html http://balbruno.altervista.org/index-119.html www.poetaepittoridelterzomillennio.it www.clubpoeti.it/vetrina http://digilander.iol.it/dailyopinions/index.html http://poseidon.csr.unibo.it/litterae/poesie/7poesie.html http://digilander.libero.it/wholt/biog_serino_felice.htm www.scrivomania.it http://media.supereva.it/siderurgiko www.nuoviautori.org www.artenuova.135.it http://classicaonline.com/lol www.ilmistero.com www.rottanordovest.com www.propostediclasse.com www.laperquisa.it/secondote www.leparoleperte.it www.isogninelcassetto.it/poiesis.html www.paroleoggi.it/feliceserino www.eleonoraruffogiordani.splinder.com www.ideabiografica.com/feliceserino.htm www.ilromanziere.com www.stedo.it/poesie/homepage.htm www.paroledautore.net/poesia/italiana/emergenti/serino.htm www.myspace.com/feliceserino http://feliceserino.splinder.com http://dododada.ning.com/profile/fleawolang www.marinaminetpoesie.it/Felice_Serino.html www.poetichouse.com www.siderurgikatv.ilcannocchiale.it http://poetilandia.splinder.com http://volobliquo.splinder.com http://fatachiara.splinder.com www.michelesarrica.it http://rossovenexiano.splinder.com http://cinquemarzo.splinder.com http://leparoledelcuore.splinder.com www.partecipiamo.it http://passeggerinelvento.splinder.com http://jansky.bahu.com http://poetando2008.splinder.com http://feliceserino.hi5.com www.animapersa.net http://picasaweb.google.it/jansky41 www.artevizzari.italianoforum.com
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RECENSIONI
Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.
«È salamandra
sorpresa immobile
che finge la morte»
Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un'utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all'immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell'essere vitale. Da ciò risulta che oltre l'analogia con la vita vegetativa, valida solo nell'uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell'espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell'uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall'«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l'istinto comunitario e sociale, l'affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.
Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l'incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell'esistenza fisica.
«ora m'incolpi del mio silenzio e
Tu dov'eri mi chiedi quando a migliaia
venivano spinti sotto le docce a gas
Io ero ognuno di quei poveracci in verità
ti dico Io sono la Vittima l'agnello la preda
del carnefice quando fa scempio
di un bambino innocente
Io sono quel bambino ricorda»
Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d'amore, di essere amato e compreso. Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell'azione fisica che partecipa, senza curarsi del gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica. Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d'essere in collera ed eccitarsi alla collera.
«imbevuto del sangue della passione un cielo
di angeli folgora l'attesa vertiginosa
nella cattedrale del Sole dove ruotano
i mondi
è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)
Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all'espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all'eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev'essere legato ad un'elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L'io ideale».
«oltre lei forse fra le stelle
dura quel sorriso che nell'aria
ti appare ora sospeso come fumo»
Nella totalità dell'esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l'altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.
L'artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un'Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un'opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l'Arte maggiore ha necessità dell'aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un'arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all'«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l'Arte maggiore. Per giustificare quest'atteggiamento, occorre risvegliare l'io cosciente, in modo che l'opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell'autore.
«anch'io in sorte ho avuto una croce la Croce
la più abietta la benedetta
anch'io ho urlato a un cielo muto e distante
Padre perché
perché solo mi lasci in quest'ora di cenere e pianto»
Nonostante l'effettiva bipolarità tra «L'io creativo» e il «Sé razionale» l'io personale, l'unità dell'individuo umano non deve rimanere inalterata nell'esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all'io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».
© Recensione a cura di Reno Bromuro
* * *
RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “DENTRO UNA SOSPENSIONE”
Da qualche tempo mi chiedo se la scrittura sia altro dalla vita: mi è capitato di non riconoscere l’uomo incontrato, prima, solo nei suoi versi.
Chi è Felice Serino, un uomo il cui vissuto sembra continuamente dilatarsi in una luce cosmica e frangersi in un big-bang silenzioso? Sentimento, questo, di un continuo morire, precipitare, sprofondare, ma anche di un rinnovato germoglio che vince la morte con dolore, in un grido di luce.
Vita-morte o morte-vita: sequenza naturale, seme di vita nel cosmo e nell’uomo, oppure segno di contraddizione, come nell’amore cristiano, dove appunto la morte è inizio di una resurrezione?
E come si concilia questa particella di memoria cosmica infinita, senza tempo, con il senso di alterità, incompiutezza, ambiguità, forse, che l’accompagna? La percezione di un se stesso diviso, spiato attraverso uno specchio, copia, proiezione, fantoccio che cammina accanto (mi ricorda l’amato Sbarbaro). Ma qui la dimensione del sogno, che ritorna quasi ossessivamente in tutte le composizioni, anziché contenere una ricerca di senso, un pensiero, sembra scivolare, galleggiare in un flutto di sangue.
E’ questo il suo mare? Il canto ha la stessa voce: poche variazioni sonore (e poche, essenziali parole) fluiscono senza pause in un’armonia siderale, monocorde, eppure mai uguale, che lambisce, sfiora senza carezze, sembra appartenere alla superficie delle cose e invece è profondamente ...dentro una sospensione.
Giancarla Raffaeli
* * *
RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "LA DIFFICILE LUCE" , 2005 – di Felice Serino
Nostalgia immemore
Io penso che le nostalgie che trapelano dai tuoi scritti non sono nostalgie terrene.
Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria, infatti non possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in questo mondo. Non c'è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c'è un ricordo bello e non c'è un ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c'è… non c'è, non c'è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell'amore da cui proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono tempi, l'eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale. Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d'infinito di quando siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla Parola che, nell'atto del creare, han separato Creatore e creatura. E' questo distacco – a me sembra – che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso, senza paragoni.
E' facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo: preghiere o imprecazioni in attesa dell'immancabile ritorno.
Proveniamo da una dimensione celeste e quello che ce lo fa riconoscere è che Dio non ha mai tolto il suo amore da noi. Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio catapultati su questo globo di creta per riconquistarci, nella prova, la Gerusalemme liberata, la Gerusalemme celeste e il volto di nostro Padre che bramiamo di vedere per poterci rispecchiare in lui. Già il Paradiso ce l'ha conquistato Gesù ma noi dobbiamo metterci del nostro e un giorno comprenderemo pienamente chi siamo. Per ora, nell'estasi, possiamo fare solo piccoli assaggi dell'Eden, come una goccia d'acqua che evaporando sale ma che presto ridiscende rientrando nel suo corpo. [lettera privata]
Andrea Crostelli
* * *
RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "FUOCO DIPINTO", di Felice Serino
[edizione dell'autore, 2002]
Corpo di vetro
Ci sono poeti legati alla terra (e questi forse sono la maggioranza, nonostante la poesia venga dai luoghi più reconditi e inspiegabili) e ci sono poeti propendenti al cielo; sicuramente Felice Serino è di questa seconda fascia.
A volte il cielo parla con il sangue delle tue vene
più che con l'indaco delle tue arterie,
comunque sia vuole sentirsi uomo
forse solo per avvicinarsi a chi lo guarda
perché costui ci si rispecchi
perché l'umanità nel mondo
è ciò che prevale e pervade il mondo
finché ci sarà mondo,
allora il cielo non può far altro
che ripiegarsi nel gesto d'amore iniziale
e improntare continuamente la sua somiglianza
col fiato sospeso di chi attende
la perfezione finale del ricongiungersi.
E' pure vero che il cielo può rapirti o che tu contemplandolo favorisca la sua "presa", e in quel momento d'estasi che non t'appartieni sei finalmente libero. Cosa strana, libero di essere preso, libero di appartenere a qualcos'altro che ti ama e ti sovrasta d'amore.
In questo tipo di situazione puoi sentire il tuo corpo leggero, di vetro, accessorio superfluo, e quindi… "ride la tua immagine d'aria".
E' la fusione del tuo corpo nell'immenso corpo cosmico.
Diventa una fatica sottrarsi alla luce per tornare indietro sui passi che la terra chiama a percorrere.
Quella "carne attraversa un incendio", un incendio piacevole, pienezza per l'anima la fusione col tutto, difficile accettare che si tratti di un momento, di un solo momento dal quale però ricevi carica per affrontare il quotidiano imperniato di materia. E affrontare il quotidiano significa mettersi a servizio, soffrire per chi fa uso di L S D, del fumo, del bere e delle donne come strumento di piacere, soffrire per chi naviga nel male e non si lascia investire dalla luce, soffrire di chi abusa del potere e che, quindi, è nemico della luce.
Felice Serino denuncia la violenza, la guerra con le armi potenti della poesia, e sa cosa potrebbe aspettargli: "di certo m'imbavaglieranno / non sopportano di guardarmi negli occhi". Non scorda poeti assassinati (Dalton, Heraud, Urondo) per strada o nei manicomi (Campana) ma non può e non vuole trattenere la forza della parola che gli esce dal di dentro. Dichiara che la morte è sconfitta dalla luce [vedi: "Frammento (lettera di un malato terminale)"], lui, infiammato da una luce, che va oltre i suoi interessi per l'astrologia.
Puntuali, brevi, atossiche e con lampi intuitivi niente male le poesie di Felice Serino ridanno fiducia all'uomo che vuole incontrare animi trasparenti per procedere incoraggiato e sollevato nel cammino dell'esistenza.
* * *
Clessidra in polvere Il tempo è un'argomentazione che preme al poeta; Serino dice: "nel sangue un tempo tuo – rotondo". Una continuità di pienezza a cui aspira, tende, come si tende alla perfezione. A me lancia l'immagine del ciclista, quello bravo dalla "pedalata rotonda", costante, mai scomposto e bello da vedere. Costui elimina i vuoti e va spedito verso il traguardo. Infiammare il sangue d'amore è benzina che brucia il lacido lattico alle tue gambe che vorrebbe bloccare la tua corsa. Senza ostacoli nell'immaterialità delle cose avanzi con l'aiuto dell'angelo che "da dietro il velo / del tempo è luce al tuo passo".
Il tempo frequentemente è l'accusatore e l'accusato delle nostre irrealizzazioni. Perché allora non velarlo d'irreale? Perché non portarlo in un altro contesto dove non sia lui a dirigere le danze bensì noi "cosmonauti di spazi / sovramentali"?! Perché non ipnotizzarlo o sognare di ipnotizzarlo?! Perché non condurlo nel nostro sogno per poterci camminare a braccetto?!
"Nel paese interiore" – aggiunge il poeta – "vivo una stagione rubata al tempo".
Ma forse, o molto probabilmente, il tempo ideale di Felice Serino non esiste, perché egli ama guardare "all'indietro nell'imbuto fuori del tempo" e avanti "per volare fra le braccia della luce", proiezione anch'essa d'eternità.
Andrea Costelli
[Andrea Crostelli, di Ostra (An) è pittore, illustratore, fumettista, critico artistico/letterario, poeta. Espone le sue opere in Italia e all'estero.]
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COMMENTI
Serino a mio giudizio riesce a esprimere attraverso delle visioni surrealistiche quella parte del quotidiano che si trasforma nei suoi versi in sogno, dimensione onirica, fantasia, partendo proprio da una visione dell'uomo che si spoglierà della sua essenza per entrare nella trasparenza di uno specchio, per poi alla fine essere proiettato in uno "spazio-tempo vitale", in cui lo stesso trasforma il contesto esistenzialistico in cui si è posto, anti-positivista.L' investimento ideologico per un continuo rinnovarsi di vita-cultura, la sperimentazione di nuovi modi di costruire versi, l' atteggiamento anti-conservatore di un passato letterario della poesia (da fin troppo tempo contenuta in canoni intoccabili dai puristi), lo pone come personaggi indiscutibile delle avanguardie, in un esprimersi del quale l'ermetismo conosce bene i suoi confini.
Luca Rossi
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Il grido non emesso, la sua forma sta in un "tempo sospeso" come tutta la poesia ultima di Felice Serino. E' un disegno, un'opera grafica di orizzonti silenti.
Andrea Crostelli
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Felice Serino: il poeta filosofo
Addentrarsi nelle tematiche di Felice Serino, ci porta a considerare la nostra essenza di creature in balia del senso di perdizione e di precarietà, caratteristiche salienti dell'uomo. In versi ermetici che scavano in profondità, quasi erodendo la nostra coscienza, il poeta affronta il rapporto tra il divino e l'umano, tra realtà e spirito, il contrasto tra spirito e corpo, tra sogno e mondo reale. E certo non manca la trattazione della problematica della morte e dell'alienazione del vivere moderno. Cito alcune poesie a suffragare quanto detto: "In sogno ritornano", "Preghiera", "Sospensione", "Dal di fuori", "Appoggiata ad una spalliera di vento", "Io-un altro", "Appunti di viaggio", "Nella valigia", "Spirale". Interessante l'uso della simbologia e della metafora dello specchio nella disanima poetica del multiforme aspetto di come la mente possa percepire la realtà. A volte si mostra gnomico, umanitario e proteso alla risoluzione dei problemi sociali. Il linguaggio appare scabro e incisivo, spesso filosofico e attinente al mondo della psicanalisi e dell'antroposofia.
Non è una poesia facile, all'inizio si presenta ostica, così intessuta di richiami culturali e stile ermetico, ma piano piano ci avvolge nell'atmosfera sospesa del nostro essere uomini, tesi alla ricerca della verità.
Peppino Giovanni Dell'Acqua
Dai "Commenti", nel sito http://www.poetare.it/
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LA SCHIZOFRENIA DELLA FABBRICA
Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Dopo vari impieghi nel settore alberghiero e come benzinaio, ha lavorato per ben trentuno anni alla micidiale catena di montaggio della Fiat Mirafiori, a Torino.
Poeta autodidatta, “mail artista” e studioso di astrologia,vive tuttora nella capitale italiana dell’automobile. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Il dio-boomerang (1978); Frammenti dell’immagine spezzata (1981); Di nuovo l’utopia (1984); Delta & grido (1988); Idolatria di un’assenza (1994); Fuoco dipinto (2002); La difficile luce (2005); Il sentire celeste (in e-book, 2006); Dentro una sospensione (2007).
I versi di Serino sono costruiti, non a caso, attraverso la tecnica del monologo interiore, che, spinto all’estremo, sconfina nel flusso di coscienza: i pensieri vengono riprodotti su carta così come affluiscono alla mente, saltando i nessi grammaticali, logici e cronologici.
Il poeta vuole rappresentarli in presa diretta, senza mediazione alcuna, per rendere palpabile al lettore la condizione psicologica alienata dell’operaio.
Così salta anche la punteggiatura, i piani narrativi si intrecciano, il “prima” si fonde col “poi”.
Non esiste un “tempo di fabbrica” e un “tempo di libertà”, separati l’uno dall’altro. Anche quando l’operaio è a casa con la famiglia, a letto con la moglie, nell’intimità dell’amplesso, nella dimensione ludica del rapporto affettivo con la figlioletta, la fabbrica è sempre presente, nel pensiero, con i suoi rumori, i suoi ritmi, le sue ansie ed i suoi pericoli.
Pure il verso prende un ritmo incessante, come quello della catena di montaggio. Solo qualche enjambement consente una pausa, poi il macchinario continua a girare, costringendo l’operaio ad inseguirlo, ad adeguare i propri tempi a quelli del mostro tecnologico.
E’ questa la “qualità totale” di cui tanto si parla. L’impresa impone la propria centralità, precludendo ogni spazio esistenziale privato all’operaio, assumendo una funzione totalizzante.
Si noti, inoltre, il clima di angoscia incessante, che domina i versi di Serino.
Le immagini degli omicidi bianchi, le morti violente, che si susseguono in fabbrica, come lampi al magnesio, esplodono nella sua mente, impedendogli una vita “normale”. <> rimangono impigliati nei meccanismi della macchina e ossessionano il poeta in ogni momento del suo ciclo vitale, che ne risulta irrimediabilmente alterato.
Su tutto (sentimenti, valori) domina il plusvalore, che Taylor diceva furbescamente di voler ridurre in un cantuccio.La produzione, secondo lui, avrebbe raggiunto vette così alte che il problema della distribuzione del plusvalore sarebbe diventato marginale.
Ma nei decenni il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato progressivamente, senza che ciò contribuisse ad eliminare l’alienazione del lavoratore.
Come osserva giustamente Serino, l’operaio, anzi, resta impigliato in un nuovo ciclo alienante, “produci-consuma-produci”, diventa vittima sacrificale per un nuovo “dio-mammona”, “pedina in massacri calcolati”.
Traspare dalle poesie del Nostro (sin dai titolo delle raccolte: Il dio-boomerang; e poi nelle immagini bibliche ricorrenti: l’operaio come Cristo crocifisso, le presenze diaboliche che affiorano qua e là) una religiosità violata, tradita da un ordine sociale cinico, che calpesta persino le leggi di natura, i principi evangelici.
Antonio Catalfamo
Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai [numero monografico n. 730, maggio 2008]
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PROLETARI
1 distinzioni di classi niente di nuovo la storia si ripete noi pendolari voi vampiri dell'industria che evadete il fisco (imboscando capitali sindona insegna) ed esponete le chiappe al solleone sulla costa azzurra o smeralda (lontani dal nostro morire - in città-vortice sangue solare innalziamo piramidi umane per l'alba di mammona) dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo (burattinai per vocazione di questa babele tecnocratica) averci diseredati crocifissi con bulloni a catene di montaggio
2 cieche corse cronometriche cottimi barattati con la salute pensieri accartocciati desideri condannati a morte uccidi la tua anima per otto ore sventola la tua bandiera-di-carne produci-consuma-produci per il dio-mammona per il benessere (di chi?!) sei bestia per il giogo del potere pedina in massacri calcolati
SPIRALE
metti la caffettiera sul gas il tempo di fare l'amore la casa un'isola nella nebbia di ieri nella testa il grido dell'officina non ti avanza tempo per buttare su carta quattro versi che ti frullano nel cervello la bimba vuol passare nel lettone sorridi per il polistirolo ritrovatosi in bocca con la torta ieri il suo compleanno trepiderai ancora una volta al ritorno davanti alla cassetta delle lettere e la moglie a dire qui facciamo i salti mortali per quadrare il bilancio il borbottìo del caffè ti alzi esci e penetri il muro di nebbia nella testa il grido stridulo d'officina a cui impigliati restano brandelli d'anima e carne d'un'altra settimana di passione stasera deporrai la croce
LINEA DI MONTAGGIO
lo hanno visto inginocchiarsi davanti alla centoventesima vettura: come se volesse specchiarvisi o adorare il dio-macchina: 46 anni: infarto - parole di circostanza chi deve informare la famiglia - l'attimo di sconcerto poi li risucchia il ritmo vorticante: come se nulla sia accaduto: la produzione innanzitutto
MORTE BIANCA
al paese (le donne avvolte in scialli si segnano ai lampi) hanno saputo di stefano volato dall'impalcatura come angelo senz'ali - non venire a mettere radici - scriveva al fratello minore - qui anche tu nella città di ciminiere e acciaio: qui dove mangio pane e rabbia: dove si vive in mano a volontà cieche
UOMO TECNOLOGICO
parabole di carne convertite in plusvalore - l'anima canta nell'acciaio - pensieri decapitati al dileguarsi di essenze: vuota occhiaia del giorno dilatato:
coscienza che si lacera all'infinito
L’ANIMA TESA SUL GRIDO
l’anima tesa sul grido dopo otto ore alla catena neanche la voglia di parlare davanti alla tivù-caminetto e morfeo ti apre le braccia (impigliàti nello stridìo della macchina brandelli di coscienza) domani ancora una pena l'anima tesa sul grido del giorno in spirali di alienazione
OLOCAUSTO
immolato al moloch del consumo deponi la croce delle otto ore lasciando brandelli di anima lungo la catena biascichi parole di fumo prima del sonno e sogni strappare alla vita il sorriso ammanettato dal giorno tieni in vita la tua morte tra vortici dell'essere e trucioli d'acciaio rovente ti farà fuori una overdose di nevrosi-solitudine cuore-senza-paese immolato al moloch dei consumi il sangue vorticante nella babele di pacifici massacri offerta quotidiana
[Le poesie si riferiscono ad un periodo compreso negli anni 80]
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CAPITA A VOLTE LEGGENDO ...
Capita, a volte, leggendo un brano di trovarti specchiato nella profondità di quel pensiero espresso dall'autore e di riconoscervi quanto si era agitato nella tua anima attendendo di adagiarsi sul bianco della pagina: proprio perché quel pensiero, collimando col tuo, ha reso più chiara e più forte la profondità di quella intuizione che hai colto dal tuo inconscio, esplorando gli anfratti della tua memoria sensoriale, ed affermandola nel portarla alla luce. E' però significativo (ed è più che naturale) che ciò avviene dopo, in una verifica a posteriori, e non prima quando potresti lasciartene influenzare, col risultato di una cosa artefatta, mancante di originalità. E' una sorta di transfert – comunicazione misteriosa e inconscia della creatività.
Felice Serino
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Leggendo non cerchiamo nuove idee, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. Cesare Pavese
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Aver scritto qualcosa che ti lascia come un fucile sparato, ancora scosso e riarso, vuotato di tutto te stesso, dove non solo hai scaricato tutto quello che sai di te stesso, ma quello che sospetti e supponi, e i sussulti, i fantasmi, l'inconscio – averlo fatto con lunga fatica e tensione, con cautela di giorni e tremori e repentine scoperte e fallimenti e irrigidirsi di tutta la vita su quel punto – accorgersi che tutto questo è come nulla se un segno umano, una parola, una presenza non lo accoglie, lo scalda – e morir di freddo – parlare al deserto – essere solo notte e giorno come un morto. Cesare Pavese – da "Il mestiere di vivere"
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Ci sono due momenti. C'è la poesia che nasce spontanea e sgorga con pienezza come da una fonte che non può più contenerla, ma avviene raramente. Più spesso c'è lo stato poetico: il poeta durante un temporale vede, nel momento del lampo, le cose nel loro mistero. Poi la tenebra si richiude, ma nella pupilla rimane l'immagine di quello che si è visto. Lì il poeta lavora: e nasce la poesia riflessa. Attraverso la poesia il poeta tenta di dire l'indicibile, di raccontare un'intuizione: ecco che la poesia inizia là dove termina il nostro parlare.… [il poeta] è un intelletto d'amore, un cuore che come una conchiglia raccoglie e tramanda all'infinito il canto degli oceani, il gemito delle risacche; uomo attento ad ogni voce, in ascolto dei silenzi di Dio. David Maria Turoldo
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"CADUTA UGUALE MALE..."
Caduta uguale male uguale mondo-materia. Forse per scaricare la potenzialità di male è stato fatto di conseguenza il mondo, palestra di vita e di sangue di cui l'uomo è attore e testimone?; per questo l'homo homini lupus?; la vittima il carnefice lo scandalo della croce? Il male, bisogna trasmutarlo in pura sofferenza: Colui che prende su di sé tutto il male del mondo, lo annienta – Lui il Santo-che-soffre, Lui che è Amore – nella sua passione sempre rinnovata, sempre consumata fino in fondo in una gratuità di amore infinito. La bellezza della verità, ovvero il ristabilire l'armonia cosmica dopo la caduta, si sa, vuole sacrificio di sangue. Felice Serino
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COME IN UNO SPECCHIO
La sua vicenda presenta sorprendenti analogie con la storia di John Nash, resa nota dal film A Beautiful Mind, interpretato da Russell Crowe. Davide è nato a Genova il 16 agosto 1970. All’età di 18 anni inizia a manifestare segni di disequilibrio. La convinzione di non essere accettato dagli altri, i comportamenti strani, l’odio-amore per il computer (è diplomato in informatica), il tentativo di incendio in casa per distruggere i programmi da lui creati nel timore che glieli potessero rubare, le frequenti allucinazioni: evidenti manifestazioni della sua dichiarata schizofrenia. Un punto di non ritorno? Pare di sì, anche se ci sono sprazzi di lucidità che fanno sperare che la malattia possa regredire. Persone simili, tipiche border line, vivono in una sorta di sogno immenso che domina tutta la loro vita. Anche se, nella maggior parte dei casi, la realtà ha il sopravvento. Due storie che, per certi versi presentano molte analogie: quella di Davide e di John Nash. Con le loro formule matematiche si sentono vittime di un complotto organizzato da uno psichiatra che in realtà sarebbe una spia che vuole rubare le formule. Senza distinguere la realtà dall’immaginazione. Fa ben supporre, in ogni caso, che il professor Nash sia stato insignito del Premio Nobel nel 1994.
Felice Serino
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DINO CAMPANA, IL DEMONE CREATIVO E LA NOTTE
A Dino Campana
Ritorna, che cantar canzone di voto dentro l'acqua del Naviglio io voglio perché tu sia riesumato dal vento. Ritorna a splendere selvaggio e giusto ed equo come una campana, riscuoti questa mente innamorata dal suo dolore, seme della gioia, mia apertura di vento e mio devoto ragazzo che amasti la maestra poesia. Alda Merini La voce poetica che si apre verso le esperienze liriche che caratterizzano il dopoguerra è, senza dubbio, quella di Dino Campana. Egli rappresenta un caso a sé in tutta la letteratura italiana. Giudizi e accuse hanno accompagnato questo “alchimista” di versi del primo Novecento anche dopo la morte. “Alzai la testa e ricercai la stella / Avvelenata sotto cui sono nato”: questi due versi rivelatori sono la terribile sentenza che suggellò il suo destino. La vicenda stessa di quest’uomo appare come una lunghissima stagione di follia indomabile. Lo stesso Campana può riassumere la sua biografia in poche righe, in una nota trovata tra le sue carte dopo la morte: “Dino Campana nacque il 20 agosto 1885 in Marradi […].All’età di 15 anni, colpito da confusione di spirito, commise in seguito ogni sorta di errori ciascuno dei quali egli dovette scontare con grandi sofferenze”. Il padre era maestro elementare; la madre, Fanny, casalinga. Il fratello di Fanny, affetto da pazzia, viveva sotto lo stesso tetto quando già era nato Dino. Tutto il paese darà valore alla “ereditarietà”, stabilendo una connessione tra zio e nipote. Nel 1888 nasce il fratellino Manlio. A seguito di tale evento Fanny, per evitare ulteriori gravidanze, rifiuta ogni rapporto coniugale. Il marito, nel giro di qualche mese cade in depressione e deve essere temporaneamente internato nel manicomio di Imola. Fanny riversa tutte le sue cure al neonato, ignorando deliberatamente Dino. Il ragazzo si chiude in se stesso, scoprendo la gelosia fraterna e un odio aperto per la madre. Segue i corsi ginnasiali a Faenza, presso il Convitto Salesiano ma con scarso profitto.Nel 1897 si iscrive al Ginnasio-Liceo “E. Torricelli”. Colto da disturbi nervosi,deve tornare a Marradi, dove continua privatamente gli studi. Ricominciano gli scontri con la madre. Oltre al disadattamento ambientale, ora è oggetto di scherno da parte dei coetanei. Dino resta fuori casa quanto più può, si apparta, si rifugia nei boschi a contatto con la natura, legge, si nasconde nei fienili per interi giorni senza toccar cibo. Ogni volta che discende in paese, lo scherniscono, e allora il ragazzo s'identifica, perversamente, nel personaggio del pazzo. Nel 1903 s’iscrive a chimica pura a Bologna, ma passa subito a chimica farmaceutica presso l’Istituto di Studi Superiori a Firenze, per poi tornare a Bologna. La difficoltà di adattamento alimenta le turbe nervose che rendono necessario, nel 1906, un primo ricovero in manicomio, ove resta però pochi mesi soltanto, per intervento del padre. A 19 anni, Dino prende il primo treno per il nord. Sarà a Milano, poi in Svizzera, infine a Parigi, ove acquisisce conoscenze di pittura moderna che affioreranno nella sua opera letteraria. I viaggi disperati sono quelli di un eterno fanciullo, rapito nell’anima dal demone della poesia: “Tutto era mistero per la mia fede, la mia vita era tutta un’ansia del segreto delle stelle, tutto un chinarsi sull’abisso. Ero bello di tormento, inquieto, pallido assetato errante dietro le larve del mistero…”. Campana conosce in terra francese i poeti “maledetti” Baudelaire, Rimbaud, Verlaine. Più volte lo fermano per vagabondaggio. Per sbarcare il lunario fa i più svariati mestieri. Infine torna a Marradi, ma per poco. Ama troppo la vita da nomade, l’aria aperta, la vastità delle valli coi suoi echi e i suoi silenzi rispecchianti i paesaggi segreti dell’anima, e che gli aprono il cuore sull’infinito. Ha compiuto 22 anni. Compone le poesie che formeranno i Canti orfici. La raccolta sarà ultimata nell’autunno 1913. Nella sua poesia visionaria sembra trasparire un rapporto spirituale con quella di Rimbaud. Si è molto insistito, all’inizio, sull’influenza del poeta francese, ma essa è stata giustamente rimessa in discussione dalla critica più recente. Nella poesia di Campana, la Notte è il suo simbolo visivo. E in essa appaiono lampeggiamenti, immagini frantumate… Egli cerca il risarcimento della sua fame di vita in una poetica dilacerata, sia come simbolo di bellezza ideale, sia come incarnazione di una condizione umana che fa di lui uno sradicato, un anarchico. Scrive Galimberti che Campana fu poeta “nel segno della poesia come vita”. Emilio Cecchi parla di “un esempio di eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia davvero col sangue”. E il critico Angelo R. Pupino (1): “Lo stravolgimento allucinato della parola e trasformazione di questa in oggetto, avviene nel raggio di un non cospicuo numero di immagini-simboli (erotiche, soprattutto) che subiscono alcune variazioni e molte reiterazioni. Alla fine, l’impressione è di una forte componente letteraria, anzi intenzionalmente e sacerdotalmente poetica “. In Argentina, dove resta per poco, Campana svolge vari lavori per vivere. E’ in Olanda, Belgio, attraversa a piedi intere regioni. Viene arrestato per vagabondaggio e trascorre due settimane nel manicomio di Tournay. Torna a Marradi ancora una volta, per poco tempo, nel 1908. Vaga ancora, spirito inquieto e tormentato. Questa sua ansia di muoversi, di cambiare luogo corrisponde a un motivo profondo della sua poesia: il viaggio (soprattutto interiore), il senso di evasione dalla condizione presente, l’inseguire qualcosa (una Chimera) che non potrà mai essere raggiunto. Dino si reca a Firenze nel dicembre 1913, con in tasca il manoscritto dei Canti Orfici, e si presenta alla redazione di “Lacerba”, dove incontra Papini e Soffici che dirigono la Rivista.Frequenta intanto il gruppo di artisti e letterati che si riuniscono al caffè delle “Giubbe Rosse” e alla birreria “Paszkowski”. Tempo dopo scrive a Soffici per avere indietro il manoscritto, ma l’artista lo ha perduto durante un trasloco. L’episodio penoso sconvolge Campana, il quale, prossimo al collasso nervoso, ne ricompone a memoria la seconda stesura, deciso pubblicarlo. Gli editori a cui lo invia, lo ignorano, così egli in estate si decide a stamparlo a spese proprie, presso il tipografo Bruno Ravagli. Torna a Firenze dove vende personalmente il libretto nei caffè e nei luoghi pubblici, firmando il volume o strappando qualche pagina a seconda che l’acquirente gli sia “simpatico” o “antipatico”. Estimatore, con alcuni altri, della novità della poesia di Campana, è lo stesso Soffici. Silenzio, al contrario, da parte della critica. Deluso, Dino parte per la Svizzera, in cerca di lavoro. Intanto l’Italia entra in guerra (1915). Dino pensa di arruolarsi ma viene riformato. La delusione si trasforma in mania di persecuzione. Si ammala di nefrite, reni infiammati. Mentre si trova a Genova, colto da una paralisi al lato destro. In settembre, viene curato in ospedale, a Marradi, per la nefrite e l’infezione luetica. Guarisce ma rimane preda di deliri e acute cefalee. Sviluppa un delirio persecutorio nei riguardi dei letterati fiorentini. La famiglia Campana si trasferisce intanto a Signa, presso Firenze. Dino si sente finito; il destino lo sovrasta come una spada di Damocle. Ha dato tutto al demone creativo; ora erra senza pace, l’anima lacerata… Ed ecco che quel destino (“stella avvelenata”) contro il quale egli impreca, deve riservargli un’ultima esperienza consistente in una felicità effimera che però si tramuterà in struggente dolore: il fatale incontro con Sibilla Aleramo (2). E’ l’estate del 1916. Nasce un amore disperato e divorante, ma anche trasfigurato in un alone di magia lirica: “Vi amai nella città dove per sole / Strade si posa il passo illanguidito / Dove una pace tenera che piove / A sera il cuor non sazio e non pentito / Volge a un’ambigua primavera in viole / Lontane sopra il cielo impallidito”. Un amore passionale che lo travolge; è come un incendio dei sensi, una fiammata. Infatti dura poco, meno di un anno. Per lui è il colpo definitivo; cade in delirio, si dà al bere, va spesso in escandescenze. Durante un episodio persecutorio, è fermato in stato di etilismo e trasferito al manicomio di San Salvi di Firenze. Da lì, il 18 marzo è inviato in internamento al manicomio di Castel Pulci. Ormai in questi posti si può dire che “è di casa”. E’ preda di visioni e di violenti deliri. Ma non è da escludere che a condurlo in quello stato abbiano contribuito i rudimentali elettroshock n uso allora, che portano allo sfacelo della psiche. Dino è interrogato e “tormentato”, per tre anni consecutivi, dallo psichiatra Carlo Pariani (poi suo medico e futuro biografo). Finalmente nell’autunno 1930 viene ritenuto guarito.Ma ecco il cerchio si chiude: Campana muore il I° marzo 1932, per “setticemia primitiva acuta”. Almeno, questa la diagnosi; ma la verità, nei suoi riguardi, sembra ancora una volta negata: si dice che in realtà egli fosse morto per una ferita procuratasi scavalcando un recinto di filo spinato. Persino le sue spoglie devono peregrinare, fino a quando, nel 1946 saranno traslate nella chiesa di Badia. Dopo la morte, 43 composizioni vengono trovate per caso, trascritte su un quaderno. Saranno poi pubblicate in Canti Orfici e altri scritti (Vallecchi 1952), a cura di Enrico Falqui.
Chiudiamo questo breve excursus sulla vita e l’opera di Campana con le parole di Carlo Bo, che nell’introduzione ai Canti Orfici scrive: “La poesia ha continuato per altre vie, ha avuto illustri pretendenti ma non ha più coinciso con il destino di un uomo, così come era accaduto con Campana. Ecco perché va ripetuto che Campana resta l’ultimo poeta, il poeta toccato e divorato dal fuoco, il poeta che è entrato per sempre nel cuore stesso della notte e non ne è più uscito”.
NOTE (1) Letteratura mondiale del '900, 3 voll., Edizioni Paoline 1980. (2) Della scrittrice (1876-1960) s’innamorarono anche, a quanto ci risulta, Giovanni Papini, Vincenzo Cardarelli e Salvatore Quasimodo.
Felice Serino
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DYLAN THOMAS: VIAGGIO ALLA FINE DELLA PROPRIA FERITA
Venere giace nella sua ferita, colpita da un astro e le rovine sensuali creano stagioni sopra il liquido universo. Il bianco spunta nelle tenebre.
* Il suo vero nome era Dylan Marlais. Dylan starebbe a significare: “Figlio marino dell’onda”. Il Nostro nasce a Swansea (Galles) il 27 ottobre 1914. La sola educazione formale che Dylan riceve è alla Swansea Grammar School che frequenta tra il 1925 e il 1931. Il padre, poeta egli stesso, è insegnante presso questa scuola. Il ragazzo non s’iscriverà all’università.Durante un breve periodo lavora come cronista presso un giornale locale, il “South Wales Daily Post”, e in questo stesso periodo pubblica le prime poesie. Presto si reca a Londra, ove entra a far parte di un circolo letterario che si raduna nella Charlotte Street a Bloomsbury. Tra le poesie pubblicate, e premiate, dal periodico “Sunday Referee” – a cui egli collabora – vi sono quelle della poetessa e narratrice Pamela Hamsford Johnson, con cui a partire dal 1933 Dylan inizia una fitta corrispondenza che sembra sfociare, dopo il primo incontro nel febbraio dell’anno seguente, in un legame sentimentale. Conosce in quello stesso anno il poeta gallese Vernon Watkins, che resterà uno dei più sinceri e disinteressati amici della sua vita. Già prima dei vent’anni Dylan comincia a bere smodatamente, asciandosi dominare letteralmente dall’alcool.A Penzance, in Cornovaglia, nel luglio 1937, egli sposa l’irlandese Caitlin Macnamara, modella del pittore August John, che l’ha presentata al poeta alcuni mesi prima. Dylan racconterà poi che appena dieci minuti dopo le presentazioni, sono già a letto insieme. Nell’agosto 1938, Thomas si stabilisce con la moglie a Laugharne, nel Carmarthenshire, in una casa di campagna vicino al mare, luogo denominato “Sea View” in cui sarà ambientato il “Dramma per voci” (Under Milk Wood, 1954). Dal 1941, egli lavora saltuariamente presso l’industria cinematografica e successivamente per la BBC con una serie di letture radiofoniche.Le sue opere poetiche Eighteen Poems 1934, Twenty-Five Poems 1936, e alcune poesie di The Map of Love 1939, contribuiscono a dar vita al movimento denominato “The New Apocalypse”. Tali poesie, molte delle quali surrealisticamente oscure, visionarie, presentano un indubbio talento nel trattamento del ritmo e nel sapiente uso delle metafore. Dove maggiore è la capacità di controllare l’impeto creativo, è tuttavia da rilevare in Deaths and Entrances, del 1946. “Nell’inevitabile contrasto di immagini”, dichiara Thomas, “io cerco di ricreare quella pace che dura un attimo e che è una poesia”.Detto per inciso, la pubblicazione, ultima, dei Collected Poems 1934-1952 ( del 1952), raggiungerà la tiratura di 10 mila copie. Egli nasce predestinato a un successo duraturo, soprattutto post-mortem. Nella primavera del 1947, Dylan Thomas si ferma per qualche settimana in Italia, a Villa Beccaro, Scandicci (Firenze), dove tuttavia non si trova a proprio agio. Qui sostituisce l’enorme quantità di birra a cui è abituato, al vino italiano, con una conseguente ebbrezza che lo coglie molto prima, e la cui causa è un immaginabile squilibrio psichico.Conosce poeti di fama come Mario Luzi, Ottone Rosai, Piero Bigongiari, Eugenio Montale. Giovanni Papini definisce la poesia di Thomas come “l’opera di un ubriaco irresponsabile”. Nel marzo 1949, il Nostro torna a Laugharne, dove si trova a dover affrontare il problema di enormi rretrati di tasse da pagare. Nell’autunno 1953 riceve il premio Etna-Taormina. In ottobre si reca per l’ultima volta in America (vi era già stato per brevi periodi negli anni 1937 e 1952), dove lo coglie la morte per delirium tremens, a New York, nel Saint Vincent Hospital, il 9 novembre. La diagnosi è: intossicazione alcolica delle cellule cerebrali. Il 24 novembre le spoglie di Dylan Thomas vengono sepolte nel cimitero di St. Martin a Laugharne. Da rilevare che nel 1982 è stata collocata una lapide in suo onore nell’Angolo dei poeti dell’Abazia di Westminster, a Londra.
* * * L’opera thomasiana è definita caotica e ineguale. A volte la poesia sbocca nelle forme della preghiera o dell’inno; si vedano i “canti d’innocenza” o quelli del gruppo comprendente 12 frammenti di “Visione e preghiera “, che inizia con questi versi: “Chi / Sei tu / Che nasci / Nella stanza accanto / Alla mia con tanto clamore / Che io posso udire l’aprirsi / Del ventre e il buio trascorrere / Sopra lo spirito e il tonfo del figlio / Dietro il muro sottile come un osso di scricciolo? / Nella stanza sanguinante della nascita / Ignoto al bruciare e al girare del tempo / E all’impronta del cuore dell’uomo / Nessun battesimo si curva, / Ma il buio solamente / A benedire / Il barbaro / Bimbo”. (L’intero poemetto è diviso in due parti; i primi sei frammenti sono a forma di losanga, i secondi a calice). Sovente nella sua opera poetica pare che l’autore giochi sul caos e sul filo dell’ambiguo “per invogliare la critica ad arrendersi o a una condanna o a una accettazione incondizionata” (Gabriele Baldini nell’introduzione a “Poesie”, 1974). Ma di tutto si può accusare questo “alchimista” della parola, tranne che di faciloneria e di improvvisazione. Il tema di fondo è quello della recherche di un tempo infantile, d’innocenza, e l’ossessione è quella dello scavare in profondità nell’alveo primordiale della nascita, come viaggio doloroso verso l’altra “nascita” che è implicita nella morte. (“Dopo la prima morte non ce ne sono altre”: è l’ultimo verso di “A Refusal”). Si contano vari traduttori della sua opera poetica e in prosa che si sono cimentati nel difficile compito di interpretarla. Fra questi vogliamo citare, nel chiudere questo breve excursus, Eugenio Montale: “La forza che urgendo nel verde calamo guida il fiore, / Guida la mia verde età; quell’impeto che squassa la radice degli alberi // E’ per me distruzione. / E muto non so dire alla rosa avvizzita / Che questa febbre invernale piega anche la mia giovinezza. // La forza che guida l’acqua fra le rocce, / Guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le sorgenti che gridano, // Le mie raggruma / (…). La lirica [di Thomas] non ha un linguaggio da comunicare”, scrive Alfredo Giuliani, “è essa stessa il più alto e comprensivo messaggio possibile, informazione magica faticosamente raccolta dall’autore (…) la poesia sta ferma, romba dentro se stessa come una pietra cava, tutte le lacerazioni si rimarginano nel tessuto sonoro, sono soltanto figure del disegno elegiaco e celebrativo”.
Nota Per la vasta bibliografia si veda “Dylan Thomas – Poesie”, Oscar Mondadori 1974, o anche “Letteratura mondiale del 900”, Edizioni Paoline 1980.
Felice Serino
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VINCENZO CARDARELLI, IL POETA DELLA SOLITUDINE
Il I° maggio 1887, a Carneto Tarquinia, zona maremmana, in provincia di Viterbo, nasceva Vincenzo Cardarelli, all’anagrafe registrato col cognome materno, Caldarelli (poi modificato) e col nome di Nazzareno. Il padre, che non appare nell’atto di nascita, teneva in casa Giovanna Caldarelli, la quale si guadagnava da vivere con la raccolta e la vendita di frutta e ortaggi. Dopo la nascita del piccolo, la donna fu messa alla porta e il figlio non venne riconosciuto. Un marchio che segnò a fuoco la vita di Vincenzo: “Io nacqui forestiero in maremma…e crebbi come un esiliato. Non ricordo la mia famiglia né la casa dove sono nato”. Più tardi il padre si risposò e il ragazzo conservò negli anni un buon ricordo della matrigna.Tuttavia la sua fu un’infanzia triste e inquieta: “Io avevo un vasto tesoro di sensazioni e di sentimenti; la mia infanzia. Fu come se una libecciata furiosa l’avesse dispersa. Io vissi in arida solitudine…Nascita, indole, educazione, tutto contribuì a fare di me un uomo amato da pochi, ingiuriato dai più, e compreso veramente da nessuno”. (Solitario in Arcadia, 1947). Il giovane cresce plasmando un carattere guardingo e permaloso, cinico e avvelenato. E’ tuttavia dotato di una sensibilità e un’intelligenza vivissime. Si sente subito perduto quando, concluse le elementari, il padre non gli consente più di continuare gli studi. A 17 anni scappa da casa, giunge a Roma con 7 lire in tasca. “Cercai la scuola nella vita, nel mondo”. Si adatta, per vivere, alle più umili occupazioni. In tali condizioni di vita, dove non v’è posto per studi regolari, la sua cultura è il frutto di un accanito impegno di autodidatta. La sua natura poetica emerge sicura. Nel frattempo conduce una vita precaria ed errabonda, di isolamento e solitudine. Nel 1908 entra, grazie ad aiuti, nella redazione dell’Avanti! come articolista. E’ un periodo di fertilità ed entusiasmo; scrive anche due articoli al giorno. E’ instancabile. “Le mie giornate sono / frantumi di vari universi / che non riescono a combaciare. / La mia fatica è mortale”. Rimarrà in redazione fino all’ottobre 1911 allorché la sede viene trasferita a Milano. Fra gli anni 1910-1911 collabora a riviste e quotidiani quali Il Marzocco, La Voce, Il resto del Carlino, e frequenta il caffè Paszkowski insieme ad artisti e letterati emergenti. Ma il suo fisico è minato ed è necessario il ricovero al Policlinico. Soffre di turbe gastriche, dolori renali, e spesso è preda di crisi depressive con irascibilità o prostrazione. Si tuffa nelle letture di Nietzsche, Leopardi, Pascal, formandosi culturalmente nel periodo di tempo necessario per rimettersi in salute. Se si vuole cercare una presenza femminile, l’ “amore” – l’unico – nella vita solitaria di Cardarelli, questa è Sibilla Aleramo. Egli se ne innamora subito, subendone tutto il fascino. Segue un periodo di convivenza con lei, a Firenze. Questa tormentosa passione amorosa che lo lascia quasi stravolto, non è altro che una fiammata: presto i due amanti si rivelano l’uno l’antitesi dell’altra: lei tutto istinto e passione, lui dalla naturale introversione che finisce per trincerarlo in difese e razionalizzazioni nevrotiche. Egli considera la “donna” come mistero adorabile,inafferrabile. “Io non crederò mai nella donna. Questa è la mia dannazione”. Il problema donna per Cardarelli diviene sinonimo di nevrosi, ed egli si lascia afferrare dalla misantropia, risucchiare dal vuoto esistenziale: “queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo, / questo strascico di morte / che noi lasciamo vivendo/…/; mi sono sempre alzato da una disfatta…il segreto delle mie conoscenze è l’insoddisfazione”.Ha inizio un lungo vagabondare di luogo in luogo. Egli vive in camere d’affitto o ospite di amici. Dalla sua sensibilità e il suo spirito nomade, nasce una poesia autobiografica ed elegiaca: Profughi, Viaggi nel tempo, dove è rappresentato il bisogno di interrogarsi sul perché dell’esistenza. Frequente è la dedica ai suoi luoghi natali: “Qui rise l’Etrusco, un giorno, coricato, con gli occhi a fior di terra, guardando la marina. E accoglieva nelle sue pupille, il multiforme e silenzioso splendore della terra fiorente e giovane di cui aveva succhiato il mistero gaiamente, senza ribrezzo e senza paura, affondandoci le mani e il viso. Ma rimase seppellito, il solitario orgiasta, nella propria favola luminosa. Benché la gran madre ne custodisca un ricordo così soave che, dove l’Etruria dorme, la terra non fiorisce più che asfodeli”. Collabora a La Voce e a Lirica; infine torna a Roma, dove fonda la rivista La Ronda che vede la luce nell’aprile 1919 (e vivrà fino a novembre 1922). La sua vena lirica, altissima, rievoca l’infanzia, l’amore per la campagna, le figure femminili, le stagioni nel loro mutare, il senso del tempo; il suo pessimismo di matrice leopardiana si nutre del tema della morte: “lasciatemi rivedere la mia terra, lasciatemi andare una notte a dormire con i morti”. Nascono le prose di Il sole a picco, premio Bagutta (1929), Il cielo sulle città, I Viaggi. Un altro tema caro alla sua sensibilità di poeta è quello del viaggio (reale o metaforico). Egli è “esule ovunque”. Ha scritto giustamente Luzi: “Noi sapremmo interpretare il nomadismo e le fughe del Cardarelli se non destinate dalla qualità della sua stessa sintassi spirituale (…) la sua vita psicologica assume una rapidità ed una gravità drammatiche: ogni incontro diviene un avvenimento fatale, ogni separazione un addio per l’eternità”. “Sento la poesia come sostanza, idee, concetti, situazioni poetiche, piuttosto che come puro linguaggio”, scrive il Nostro in Giorni in piena (1934). “A quella sua idea di poesia”, leggiamo da Alberto Frattini, “Cardarelli rimarrà sempre fedele: dalle sue più famose liriche – come Adolescente o Estiva, Liguria o Alla morte – ove nel linguaggio vigile e teso il tono pacatamente familiare trascolora e s’impenna su punte di misurata aulicità e la musica si sostiene a filo di un’acre intelligenza, di una macerata inquietudine, alle poesie d’amore – tra le più belle del nostro Novecento – ove il tessuto autobiografico è decantato e redento in rara levità di movenze, ariose e malinconiche, sino alle poesie del ’47, nel cui tono medio, “pianissimo e intenso” il De Robertis indicava la vera scoperta dell’ultimo Cardarelli”. Nel 1949 gli viene affidata La Fiera Letteraria, che dirige fino al 1955 (ma specialmente negli ultimi anni, solo nominalmente): una strana malattia ai centri nervosi condizionanti lo stato termico del corpo, non gli consente quasi più di lavorare. Lo si vede in piena estate, seduto al caffè Strega, in via Veneto, ancora col cappotto e cappello. E’ il poeta che ha già affermato: “Ora la mia giornata non è più / che uno sterile avvicendarsi / di rovinose abitudini / e vorrei evadere dal nero cerchio…/ E sogno partenze assurde, / liberazioni impossibili…/ Io annego nel tempo”. E’ il 1959 e la salute gli ha voltato le spalle: isolato in una pensione romana, quasi non può più fare movimenti fisici. Il 15 giugno, dopo la degenza di un mese, assistito dalla sorella, muore al Policlinico di Roma. A testimonianza del suo animo perennemente inquieto e sradicato, ci lascia questi versi memorabili: “Non so dove i gabbiani abbiano il nido / ove trovino pace. / Io son come loro / in perpetuo volo. / La vita la sfioro / com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo. / E come forse anch’essi amo la quiete, / la gran quiete marina, / ma il mio destino è vivere / balenando in burrasca"
Felice Serino
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SIMONE WEIL, IL FUOCO DELLA VERITA'
Personalità dal carattere forte e volitivo, che per la sua fede nella verità fu spesso pietra d’inciampo e che eccelse in coerenza fino al limite dell’estremismo più radicale, Simone Weil nacque il 3 febbraio 1909 a Parigi. A 14 anni attraversa una crisi di sconforto adolescenziale (“ho seriamente pensato a morire a causa della mediocrità delle mie facoltà naturali”). A 21 le si manifestano quelle cefalee che la faranno soffrire atrocemente sino alla fine della sua vita. (“Il mio impulso, nelle crisi di mal di testa” – confessa – “è colpire qualcuno alla testa”). Un estremo sforzo di attenzione le permette di lasciar soffrire la carne “ per conto suo, rannicchiata in un angolo”. All’inizio degli anni ’30, quando milita nei ranghi del sindacalismo rivoluzionario, la Weil professa unantimilitarismo radicale. “Il patriottismo (…) non tende ad altro che a trasformare gli uomini in carne da cannone” (1). Professoressa al liceo di Auxerre, Simone nel dicembre ’34 non disdegna di sperimentare il lavoro manuale, prestando opera come manovale presso Alsthom (società di costruzioni meccaniche) a Parigi (“lavoro durissimo, calore insopportabile, fiamme che lambivano le braccia…”). L’anno seguente la Weil lavora come fresatrice alla Renault. A settembre, in Portogallo, nel villaggio Pavoa do Varzim, a 80 chilometri circa a nord di Porto, ella percepisce l’affinità tra Cristo e i più poveri, scoprendo il cristianesimo nella sua dimensione più vera e straziante. Quella data, 15 settembre, è la festa patronale di Nostra Signora dei 7 Dolori. Nell’agosto ’36, Simone Weil s’impegna nella guerra civile in Spagna nelle file degli anarco-sindacalisti. Partita per prendere parte a una rivoluzione, ella si rende conto di non far altro che partecipare a una guerra. L’anno seguente, Assisi è la prima delle tre tappe della sua conversione. “Fu una volta che ero intenta a recitare la poesia Love” [di George Herbert, n.d.a.] – scrive – “che Cristo stesso è disceso e mi ha presa”. Da allora la poesia diventa preghiera. La sua conversione assume contorni più netti durante il soggiorno all’abbazia di Solesmes, nella settimana santa. Ha allora 29 anni. Nella primavera del ’40, Simone conoscerà le Bhagavad Gìta, dalla cui lettura riceverà, per sua ammissione, un’impronta permanente. Su consiglio di René Daumal ella si avvierà allo studio del sanscrito, lingua originale del testo sacro. Dopo aver lasciato Parigi, il 13.6.1940, giorno in cui la capitale francese viene dichiarata “città aperta”, Simone in settembre s’installa a Marsiglia e prende contatti con gli ambienti della Resistenza. La rete alla quale appartiene viene scoperta, e nella primavera del ’41 ella viene interrogata per quattro volte dalla polizia. Ogni volta si aspetta di venir arrestata e prepara la valigia con alcuni vestiti… Resterà fino al marzo ’42 alla base dell’organizzazione e della diffusione dei quaderni clandestini della Resistenza, i Cahiers du Témoignage chétien per i sei dipartimenti del Sud-Est. Nel giugno ’41, Simone va a trovare padre Joseph-Marie Perrin presso il convento domenicano a Marsiglia, dietro richiesta di questi di conoscerla; lei gli chiede di voler fare l’operaia agricola, e il frate la indirizza da Gustave Thibon a Saint Marcel d’Ardeche. La Nostra si appassiona al Tao Te Ching e studia le Upanishads. Impara a memoria il Pater in greco; inoltre s’interessa molto di Platone e riconosce in lui un mistico, vero testimone di Dio. L’incontro con Lanza Del Vasto, avvenuto lo stesso anno, a Marsiglia, permetterà a Simone di percepire meglio il reale significato della “non-violenza alla Gandhi”. Come la Weil, anche Del Vasto si meraviglia delle compromissioni della Chiesa col potere e con l’impero della violenza. Egli ricorda Simone in un suo libro, e ad un certo punto aggiunge che, ascoltandola parlare, “nel giro di dieci minuti non si vedeva più il suo viso; si percepiva soltanto l’anima, in cui risplende il fuoco della giustizia” (2). Il 6 luglio ’42, Simone Weil parte per New York. Qui conosce, fra gli altri, Jacques Maritain. Il 14 dicembre si stabilisce a Londra, dove viene assegnata come redattrice alla Direction de l’interieur de la France Libre (commissariat à l’action sur la France).
IL PENSIERO, L'OPERA, L'ESPERIENZA SPIRITUALE Nel ’34 Simone Weil scrisse Rèflexions sur les causes de l’oppression sociale et de la liberté, considerato dal suo maestro Alain opera di prima grandezza, e che lei non pubblicò mai soprattutto per le critiche di un amico. La Weil si ricollega volentieri alle analisi proposte da Marx sull’oppressione dei lavoratori da parte del sistema produttivo della grande industria e sull’asservimento dei cittadini da parte del sistema di governo dello stato. Ecco come si esprime in uno dei suoi pensieri dal profondo spessore filosofico: “Il padrone è schiavo dello schiavo nel senso che lo schiavo fabbrica il padrone”. La Weil sarà anche tra i primi a denunciare le deviazioni della rivoluzione sovietica. Autrice di numerosi articoli su questioni sociali ( in L’ Effort, La Tribune, ecc.), ebbe anche varie conversazioni con Leon Trotsky, incontrato nel ’33 quando fu ospite dei suoi genitori per qualche giorno. Con lui nutriva divergenze di idee non tanto sul proletariato, quanto sulla difesa della “persona”. Una prossimità spirituale e politica tra la Weil e Georges Bernanos è davvero inconcepibile. Tuttavia, Bernanos denuncia “l’impero della forza” allo stesso modo di Simone. Egli teme che ben presto i giovani facciano “della crudeltà una virtù virile”, sicché la “misericordia” appaia loro segno di debolezza e stupidità. Ciò che ferisce più profondamente Bernanos è che i crimini della crociata franchista vengano commessi in nome del cristianesimo e con la benedizione della Chiesa. Il poeta Joe Bousquet, che Simone aveva conosciuto a Carcasonne nel marzo ’42, riconobbe immediatamente la poetica autentica dalle poche pagine che ella gli aveva mostrato. “Si direbbe che il ritmo dei versi è per voi quello della coscienza”, le scriverà in una lettera (3). (Nel 1918, a 21 anni, Bousquet era un corpo che viveva solo a metà, colpito da un proiettile alla spina dorsale). La Weil aveva scritto una decina di poesie e le aveva sottoposte al giudizio di Paul Valèry e dello stesso Bousquet. Ella compose anche Venise sauvée, tragedia in tre atti, durante l’esilio a Londra, eche rimase incompiuta. “Sono convinta”, scrisse in una lettera all’amico Bousquet, “che la sventura da una parte, e dall’altra la gioia come adesione totale e pura alla perfetta bellezza, implicanti entrambe la perdita dell’esistenza personale, sono le due sole chiavi per mezzo delle quali si entra nel paese puro, il paese respirabile, il paese del reale” (4). “A me fa impressione, nella vicenda di Simone Weil, la sua situazione di apolide”, scrive Giovanni Pizzutto. “In realtà Simone Weil è ebrea ma è contro il semitismo; è marxista ma rifiuta il totalitarismo; è europea ed innamorata della cultura greca e della religione indù; è vicina alla Chiesa (…) però non si sente di entrare nella Chiesa” (5). Il futuro papa Paolo VI diceva a Thibon che era cosa molto spiacevole che Simone non avesse spinto fino al battesimo la sua conversione al cristianesimo, perché meritava di essere fatta santa. Simone Weil apparteneva alla categoria dei predestinati che vivono “come se essi vedessero l’invisibile”. Per lei il vertice del cristianesimo era che l’amore e la verità si uniscono soltanto sulla croce. Perché la verità è terribile. Padre Perrin precisò i limiti entro cui Simone Weil rifiutava la formula agostiniana Fuori dalla Chiesa nessuna salvezza. Tale formulazione del mistero cristiano è diametralmente opposta alla sua apertura universale. Simone riduceva la Chiesa, istintivamente, al grande animale sociologico, secondo l’espressione usata da Platone. La prova crocifiggente dell’amicizia con Joseph M. Perrin fu proprio il rifiuto di Simone per il battesimo. Ella era trattenuta sulla soglia della Chiesa da difficoltà insormontabili, come lei asseriva, di ordine filosofico. Ma pare acquisito che Simone sia stata battezzata dalle mani di un’amica, Simone Deitz, probabilmente alla fine di giugno ’43, all’epoca del soggiorno presso l’ospedale Middlesex di Londra, dove ella era stata ricoverata il 15 aprile, perché ammalata di tubercolosi. Quale significato bisogna dare a questo tardivo battesimo, sul quale ella preferì mantenere il silenzio? Riguardo il suo ineffabile desiderio di annientarsi in Dio, ecco dai Cahiers (17 quaderni di “pensieri” scritti dall’inizio del ’41, a Marsiglia, alla fine del ’42, in America) una breve preghiera, da far venire i brividi: “Padre, poiché tu sei il Bene e io sono il mediocre, strappa da me questo corpo e questa anima e fanne cose tue, e di me non lasciar sussistere, in eterno, altro che lo strappo stesso, oppure il nulla”. Desiderare d’essere nient’altro che lo strappo: sentimento inconcepibile per un comune mortale che non sia dotato di una “mente” superiore! Trasferita al sanatorio di Ashford, nella contea di Kent, il 17 agosto, Simone Weil muore dopo una settimana, nel sonno. Viene sepolta il giorno 30 nel “New Cemetery” di Ashford. Molte delle opere della Weil sono state pubblicate postume. Alcune fra le più importanti: Attente de Dieu, La Colombe, Paris 1950; La connaissance surnaturelle, Gallimard, Paris 1950; Cahiers I, II, III, Plon, Paris, rispettivamente negli anni ’51, ’53, ’56.
Bibliografia e fonti (1) Simone Weil, Oeuvres complètes. Ecrits historiques et politiques, Gallimard, Paris 1960 ; (2) Lanza Del Vasto, L’arca aveva una vigna per vela, Jaka Book, Milano 1980; (3) Joe Bousquet, Cahiers du Sud, Rivage, Marseille 1981 (rèedition) ; (4) Simone Weil, Pensée sans ordre concernant l’amour de Dieu, Gallimard, Paris 1962 ; Canciani, Fiori, Gaeta, Marchetti, Simone Weil, la passione della verità, Morcelliana, Brescia 1984.
Felice Serino
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LA POESIA DI NIL
Nedda Falzolgher, detta Nil, nasce il 26 febbraio 1906 a Trento, quando quella parte del territorio è ancora sotto il dominio austriaco. Il padre era un bancario e la madre di ricca famiglia. Primogenita, sensibile, intelligente, vive nei primi anni una vita serena e gioiosa. La bimba cresce bene fino all’età di cinque anni, quando inattesa la disgrazia viene a stravolgere il suo destino: è colpita da paralisi infantile, o più comunemente detta, poliomielite. Ella si sente attratta per vocazione naturale verso la scrittura e la poesia; vocazione che rappresenta per il suo spirito sofferto una specie di resurrezione. “Nil non poteva andare verso le cose, ma le cose venivano a lei a cimentare la sua forza e la sua gioia, e tutto la investiva e subito l’abbandonava, lasciando segni di grazia sulla sua anima con il moto dell’onda marina che scrive parole di vita su tutta la riva” (da Il libro di Nil). I genitori cercano di renderle la vita meno disagevole possibile. La mamma la incoraggia in quella sua insaziabile sete di cultura che la indirizza verso la scrittura alimentando il suo mondo interiore. Nedda apprenderà ad uscire da quel mondo circoscritto dalle pareti di casa per conoscere il mondo esterno, perseguendo il raggiungimento di un ideale superiore. Dall’età di 27 anni, ella riceve in casa amici poeti e artisti, e la sua dimora diviene presto un punto d’incontro culturale. Fra i giovani frequentatori c’è un ragazzo, Franco Bertoldi, che resterà per lei un amore impossibile. “Non ti darò contro il petto dolore più che il rigoglio delle fronde sciolte. Dammi tu spazio allora per questa morte: io non ho solco per vivere e non ho paradiso per morire; e sento in me stormire quest’agonia d’amore, bionda, contro la zolla che la ignora…”. Nella sua opera Il libro di Nil, pubblicato postumo dal padre, c’è una sezione di poesie intitolata Ritmi dell’infinito, dove si leggono versi scritti durante la guerra. “Stasera io sono stanca delle tue mani lontane; stanca di grandi stelle disumane, com’è sazia l’agnella di erbe amare…”. Il 2 settembre 1943 Trento fu bombardata e Nedda fu salvata dalle macerie, insieme ai genitori. In seguito, la ragazza inizierà una corrispondenza con Domenico, suo salvatore e amico, facente parte di un servizio di volontariato. Lo spirito altruistico e la bontà di Domenico fanno sì che Nedda si avvicini ad una dimensione spirituale personale intensa. “Ma una luce è posata sulle cose, come la carità senza parola; e ogni vita attende sola che la raccolga con gesto d’amore”. La guerra termina e la ragazza può tornare a casa. Intanto la madre da tempo malata, viene a mancare nel settembre del ’50. “T’amo, Signore, per la muta passione delle rose. T’amo per le cose della vita leggere, le cose che sognano i morti la sera dentro la terra calda, sotto il limpido brivido degli astri. Ma più t’amo, Signore per la misericordia delle tue grandi campane che portano nel vento verso l’anima della sera la nostra povera preghiera”. Nedda ha sempre continuato a scrivere nel trascorrere degli anni. Ora, sente la vita sfuggirle e soffre per quel che non ha vissuto. “Ora tu vedi queste mie canzoni simili tanto alle foglie che sperdi, amaro Iddio del silenzio. E sai che non hanno feste di sole perché di tutto il sole tu inondi la Terra dove cammina l’amore”. “Ascolta ancora, Dio, le sorgenti, e perdona, e nella mano portaci, col seme delle stagioni innocenti”. Nil rende lo spirito il 2 marzo ’56, a 50 anni.
Chiudiamo questo breve excursus con dei versi stupendi, nati da quest’anima candida: “…Che ansia, allodola pura, questo palpito d’angelo sommerso che ha smarrito la vena dei venti; sul respiro del mondo senti ancora tutte le stelle mutar la tua voce in chiarore…”.
[Notizie liberamente tratte da: Nedda Falzolgher – la poesia, la vita, Isa Zanni, Linguaggio Astrale n. 136/04] Bibliografia Nedda Falzolgher: poesia e spiritualità, edizione Comune di Trento 1990 Nedda Falzolgher: il cuore, la poesia, edizione Comune di Trento 1990
Felice Serino
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DALI’ GENIO E SREGOLATEZZA
Eccessivo, eccentrico, paradossale, contraddittorio. Non ci sono appellativi che non siano stati usati per esprimere le caratteristiche di questo personaggio eclettico e dissacrante, nato per eccellere e stupire agli inizi del XX secolo. Salvador Dalì è nato due volte. La prima, a Figueras, il 21 ottobre 1901, ma il bimbo morì a 21 mesi di vita. Il Nostro nascerà nove mesi e dieci giorni dopo la sua morte, l’11 maggio 1904. Egli si trascinerà dietro tutta la vita il peso di dover reincarnare il fratello maggiore di cui porta il nome: “una sorta di complesso di colpa del sosia, trasformato in fissazione paranoica, estetica” (Marco Vallora). “Tutte le mie eccentricità, tutte le mie esibizioni incoerenti sono la tragica costante della mia vita”, si legge in Conversazione con Dalì (1969), di Alain Bosquet. “Devo provare a me stesso che non sono il fratello morto ma quello vivo. Come nel mito di Castore e Polluce, uccidendo mio fratello ho conquistato l’immortalità per me stesso”. Come dire che la morte del primo Salvador è la molla, l’arco teso che lo lancerà molto lontano…nel firmamento della pittura. “Lo si voglia o no, sono stato chiamato a realizzare prodigi”, ha dichiarato. Nella sua biografia si legge che ha una relazione ambigua col poeta Garcia Lorca, ma si dice che Dalì abbia sempre rifiutato le ripetute avances di Federico. “Canto le tue ansie d’eterno illimitato”, scriverà il poeta in una sua ode dedicata all’amico.Dalì è stato uno dei maggiori esponenti del Surrealismo (nuovo spirito dell’arte battezzato da Apollinaire col nome di Superrealismo, al debutto del balletto Parade di Cocteau, 1917); costituito fra gli altri dai poeti Paul Eluard e Andrè Breton, dal cineasta Bunuel, dagli artisti figurativi Manritte, Ernst, Mirò, Man Ray; e ancora, Edward James, Hans Arp, Arpo Marx (solo per citare quelli che diverranno famosi). Sposò dopo una convivenza di molti anni, Gala Diakonoff di dieci anni più grande, moglie del poeta Eluard (da cui poi divorziò), ed ex compagna di De Chirico; una donna-manager avida di potere, la quale impostò da subito la relazione col ruolo di “protettrice”, o meglio di impresario, relegando a Dalì quello di “dipendenza”, e desiderosa di organizzargli la vita. In amore prediligeva il triangolo; ma grandi furono le sue sfuriate di gelosia quando nel periodo precedente la seconda guerra mondiale Dalì divenne amante di Edward James.Egli non era per lei che una semplice “macchina per far soldi”. “I Dalì sono due, uno appartenente al suo mondo di vivida, geniale e avvincente paranoia, in cui vive più della metà della sua vita; l’altro è l’accorto affarista, creato dalla moglie Gala” (Edward James a Dalì, marzo 1941). (Fu Andrè Breton a coniare l’anagramma Avida Dollars dal nome Salvador Dalì – cosa che divertì molto l’interessato). Il miele è più dolce del sangue (1927) fu il suo primo dipinto surrealista. Famosa la serie dei suoi orologi molli. Molti i disegni e i dipinti raffiguranti la moglie Gala. Soggetti della sua arte, anche i ritratti di Eluard, Lenin, Freud. Dal 1927 al 1929 fu il periodo per lui più prolifico e rappresentativo. Famoso resta il suo ritratto a una vedette del cinema, Mae West. La sua potenza espressiva, l’intensità cromatica delle forme nello spazio e nella luce, davano voce e sangue alla tela. Alcuni dei suoi quadri, unici e dalla stesura raffinata, restano l’espressione dell’inconscio collettivo del XX secolo. Egli, il genio, ne è l’archetipo. Vogliamo qui aprire una parentesi per dire che nell’immaginazione popolare il genio è sempre dotato di poteri magici; è sempre considerato come agente di una forza esterna. Questo potere può risultare misterioso anche al genio stesso. Egli obbedisce a una sorta di desiderio istintivo, a una necessità interiore. L’arte visionaria di Dalì passa alla storia anche per i titoli bizzarri e improponibili quali, per citarne qualcuno: “Burocrate medio atmosferocefalico nell’atto di mungere un’arpa cranica”, “Teschio atmosferico che sodomizza un pianoforte a coda”, “Autoritratto molle con pancetta fritta”, “Lo svezzamento del nutrimento dei mobili”, “Acido Galacidalacide sossiribonucleico (Omaggio a Crick e Watson)”. Nella storia dell’arte, in modo specifico egli è il Surrealismo, in una rappresentazione personalissima, spesso dal contenuto delirante, definita “metodo paranoico-critico”.La sua opera apre le porte verso universi paralleli, in una visione allucinatoria; ma Dalì è ben consapevole del confine che separa il mondo reale dall’immaginario. Nel 1944 Alfred Hitchcock lo volle per la realizzazione delle sequenze oniriche per il film Io ti salverò, con Gregory Peck e Ingrid Bergman. Si trattava di illustrare i sogni del protagonista in preda ad amnesia. Egli era originale ad ogni costo e viveva di un protagonismo insaziabile. Sempre in equilibrio sulla corda tesa delle sue assurde trovate, ad una conferenza alla Sorbona del 1955, si presentò in una Rolls-Royce bianca, stipata di cavolfiori. Nelle sue performances, ogni cosa che toccava si trasformava in oro. Scrive nel suo Diario di un genio: “in uno stato di permanente erezione intellettuale ogni mio desiderio è esaudito”. Un sempre crescente numero di psichiatri vedevano in lui un caso allettante dal punto di vista di uno studio ravvicinato. Egli è noto agli studiosi della psiche come un “perverso polimorfo”. Nell’opera daliniana gli istinti sessuali appaiono cerebralizzati e sublimati dall’arte. Dalì era sempre eccessivo e le sue manie grandiose e strampalate spesso infastidivano. Fu molto criticato dalla stampa e dall’opinione pubblica, e anche minacciato, per aver dichiarato di simpatizzare per il generale Franco. Fino alla fine, ebbe il culto paradossale della propria immagine. Negli ultimi tempi, fra gli alti e bassi della malattia che lo aveva colpito (morbo di Parkinson), si lamentava dicendo com’era difficile morire. (Gli era già mancata Gala da alcuni anni). Fantasma di se stesso, morì a 87 anni, il 23 gennaio 1989, nella clinica dove era stato ricoverato per collasso cardiaco.
Fonte Meredith Etherington-Smith, Dalì, Garzanti 1994.
Felice Serino
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DYLAN THOMAS: VIAGGIO ALLA FINE DELLA PROPRIA FERITA
Venere giace nella sua ferita, colpita da un astro e le rovine sensuali creano stagioni sopra il liquido universo. Il bianco spunta nelle tenebre.
* Il suo vero nome era Dylan Marlais. Dylan starebbe a significare: “Figlio marino dell’onda”. Il Nostro nasce a Swansea (Galles) il 27 ottobre 1914. La sola educazione formale che Dylan riceve è alla Swansea Grammar School che frequenta tra il 1925 e il 1931. Il padre, poeta egli stesso, è insegnante presso questa scuola. Il ragazzo non s’iscriverà all’università.Durante un breve periodo lavora come cronista presso un giornale locale, il “South Wales Daily Post”, e in questo stesso periodo pubblica le prime poesie. Presto si reca a Londra, ove entra a far parte di un circolo letterario che si raduna nella Charlotte Street a Bloomsbury. Tra le poesie pubblicate, e premiate, dal periodico “Sunday Referee” – a cui egli collabora – vi sono quelle della poetessa e narratrice Pamela Hamsford Johnson, con cui a partire dal 1933 Dylan inizia una fitta corrispondenza che sembra sfociare, dopo il primo incontro nel febbraio dell’anno seguente, in un legame sentimentale. Conosce in quello stesso anno il poeta gallese Vernon Watkins, che resterà uno dei più sinceri e disinteressati amici della sua vita. Già prima dei vent’anni Dylan comincia a bere smodatamente, asciandosi dominare letteralmente dall’alcool.A Penzance, in Cornovaglia, nel luglio 1937, egli sposa l’irlandese Caitlin Macnamara, modella del pittore August John, che l’ha presentata al poeta alcuni mesi prima. Dylan racconterà poi che appena dieci minuti dopo le presentazioni, sono già a letto insieme. Nell’agosto 1938, Thomas si stabilisce con la moglie a Laugharne, nel Carmarthenshire, in una casa di campagna vicino al mare, luogo denominato “Sea View” in cui sarà ambientato il “Dramma per voci” (Under Milk Wood, 1954). Dal 1941, egli lavora saltuariamente presso l’industria cinematografica e successivamente per la BBC con una serie di letture radiofoniche.Le sue opere poetiche Eighteen Poems 1934, Twenty-Five Poems 1936, e alcune poesie di The Map of Love 1939, contribuiscono a dar vita al movimento denominato “The New Apocalypse”. Tali poesie, molte delle quali surrealisticamente oscure, visionarie, presentano un indubbio talento nel trattamento del ritmo e nel sapiente uso delle metafore. Dove maggiore è la capacità di controllare l’impeto creativo, è tuttavia da rilevare in Deaths and Entrances, del 1946. “Nell’inevitabile contrasto di immagini”, dichiara Thomas, “io cerco di ricreare quella pace che dura un attimo e che è una poesia”.Detto per inciso, la pubblicazione, ultima, dei Collected Poems 1934-1952 ( del 1952), raggiungerà la tiratura di 10 mila copie. Egli nasce predestinato a un successo duraturo, soprattutto post-mortem. Nella primavera del 1947, Dylan Thomas si ferma per qualche settimana in Italia, a Villa Beccaro, Scandicci (Firenze), dove tuttavia non si trova a proprio agio. Qui sostituisce l’enorme quantità di birra a cui è abituato, al vino italiano, con una conseguente ebbrezza che lo coglie molto prima, e la cui causa è un immaginabile squilibrio psichico.Conosce poeti di fama come Mario Luzi, Ottone Rosai, Piero Bigongiari, Eugenio Montale. Giovanni Papini definisce la poesia di Thomas come “l’opera di un ubriaco irresponsabile”. Nel marzo 1949, il Nostro torna a Laugharne, dove si trova a dover affrontare il problema di enormi rretrati di tasse da pagare. Nell’autunno 1953 riceve il premio Etna-Taormina. In ottobre si reca per l’ultima volta in America (vi era già stato per brevi periodi negli anni 1937 e 1952), dove lo coglie la morte per delirium tremens, a New York, nel Saint Vincent Hospital, il 9 novembre. La diagnosi è: intossicazione alcolica delle cellule cerebrali. Il 24 novembre le spoglie di Dylan Thomas vengono sepolte nel cimitero di St. Martin a Laugharne. Da rilevare che nel 1982 è stata collocata una lapide in suo onore nell’Angolo dei poeti dell’Abazia di Westminster, a Londra.
* * * L’opera thomasiana è definita caotica e ineguale. A volte la poesia sbocca nelle forme della preghiera o dell’inno; si vedano i “canti d’innocenza” o quelli del gruppo comprendente 12 frammenti di “Visione e preghiera “, che inizia con questi versi: “Chi / Sei tu / Che nasci / Nella stanza accanto / Alla mia con tanto clamore / Che io posso udire l’aprirsi / Del ventre e il buio trascorrere / Sopra lo spirito e il tonfo del figlio / Dietro il muro sottile come un osso di scricciolo? / Nella stanza sanguinante della nascita / Ignoto al bruciare e al girare del tempo / E all’impronta del cuore dell’uomo / Nessun battesimo si curva, / Ma il buio solamente / A benedire / Il barbaro / Bimbo”. (L’intero poemetto è diviso in due parti; i primi sei frammenti sono a forma di losanga, i secondi a calice). Sovente nella sua opera poetica pare che l’autore giochi sul caos e sul filo dell’ambiguo “per invogliare la critica ad arrendersi o a una condanna o a una accettazione incondizionata” (Gabriele Baldini nell’introduzione a “Poesie”, 1974). Ma di tutto si può accusare questo “alchimista” della parola, tranne che di faciloneria e di improvvisazione. Il tema di fondo è quello della recherche di un tempo infantile, d’innocenza, e l’ossessione è quella dello scavare in profondità nell’alveo primordiale della nascita, come viaggio doloroso verso l’altra “nascita” che è implicita nella morte. (“Dopo la prima morte non ce ne sono altre”: è l’ultimo verso di “A Refusal”). Si contano vari traduttori della sua opera poetica e in prosa che si sono cimentati nel difficile compito di interpretarla. Fra questi vogliamo citare, nel chiudere questo breve excursus, Eugenio Montale: “La forza che urgendo nel verde calamo guida il fiore, / Guida la mia verde età; quell’impeto che squassa la radice degli alberi // E’ per me distruzione. / E muto non so dire alla rosa avvizzita / Che questa febbre invernale piega anche la mia giovinezza. // La forza che guida l’acqua fra le rocce, / Guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le sorgenti che gridano, // Le mie raggruma / (…). La lirica [di Thomas] non ha un linguaggio da comunicare”, scrive Alfredo Giuliani, “è essa stessa il più alto e comprensivo messaggio possibile, informazione magica faticosamente raccolta dall’autore (…) la poesia sta ferma, romba dentro se stessa come una pietra cava, tutte le lacerazioni si rimarginano nel tessuto sonoro, sono soltanto figure del disegno elegiaco e celebrativo”.
Nota Per la vasta bibliografia si veda “Dylan Thomas – Poesie”, Oscar Mondadori 1974, o anche “Letteratura mondiale del 900”, Edizioni Paoline 1980.
Felice Serino
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MAETERLINCK, CUSTODE DEI SOGNI
Poeta e drammaturgo dal talento molto versatile, nacque a Gand, nella Fiandra, il 29 agosto 1862. Nel 1911 gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Già fin dal 1903 come candidato al Nobel il nome di Maeterlinck era stato fatto da Anatole France, al terzo posto dopo Tolstoi e Brandes. Secondo Maurice Maeterlinck, la scienza non ci insegna nulla, per il momento, sull'origine e sul fine della vita, e non è in fondo che "una espressione rassicurante e conciliante della nostra ignoranza". Tuttavia, l'inconoscibile ci avvolge, e si manifesta a noi con presentimenti, sogni. "Lascerò senza rimpianto questo mondo assurdo del quale non ho capito nulla", egli scriverà pochi giorni prima della morte, avvenuta il 7 maggio 1949. Maeterlinck è sempre vissuto vicino alla morte allo stesso modo in cui si piegava sui misteri della vita, senza separare l'una dall'altra: "Sarebbe mostruoso e inesplicabile che fossimo soltanto ciò che sembriamo essere", affermava. Tra le sue opere memorabili molti drammi, tra cui si ricordano: La Princesse Maleine,1890; Pelléas et Mélisande, 1892; Aglavaine et Sélysette, 1896; Monna Vanna, 1902. Nella fiaba teatrale L'Oisseau Bleu (1909), ciò che rappresenta l'Uccello Azzurro è il segreto delle cose e della felicità. Vi si legge: "l'Uccellino Azzurro, il vero, il solo che possa vivere alla luce del giorno, si nasconde qua, fra gli uccelli azzurri del sogno che si nutrono di raggi di luna e muoiono appena sorge il sole…". In essa sono rappresentati sotto forma di creature di sogno vari elementi o simboli archetipici quali La Notte, Le Stelle, La Luce, Il Fuoco, L'Acqua, Il Pane, Lo Zucchero, Il Latte, Il Cane, La Gatta, gli Alberi e gli Animali della foresta, L'Amor Materno, I Bambini Azzurri (che aspettano l'ora della nascita), Il Tempo. La fiaba è intessuta di immagini sognanti, di rara poesia: "I bambini fuggono dai giardini, le mani piene di uccelli che si dibattono, attraverso la sala tra svolìo di ali azzurrine…". La morale che si legge tra le righe è lampante: quelli che hanno il cuore puro non cercheranno mai invano l'uccello azzurro anche se non esiste che al di là dei limiti del mondo. In Aglavaine et Sélysette, puro gioiello della letteratura, egli fa dire ad Aglavaine parole molto significative : "Se qualcuno deve soffrire, questi dobbiamo essere noi. Ci sono mille doveri, ma io credo che ci si sbagli raramente quando si cerca prima di tutto di togliere una sofferenza al più debole per addossarsela". Per Maurice Maeterlinck ogni realtà porta sempre un velo di mistero e di sogno. Sotto questo velo, come bene asserisce in chiusura del discorso in occasione del conferimento del Premio Nobel C. D. Af Wirsen, "si nasconde la verità profonda dell'esistenza e, quando un giorno il velo sarà sollevato, si scoprirà l'essenza delle cose".
Fonte: Francois Albert Buisson, La vita e l'opera di Maurice Maeterlinck, 1965, Milano
Felice Serino
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LA “STELLA” KAHLIL GIBRAN
Si può a buon diritto ritenere che Kahlil Gibran sia stato uno dei fondatori della New Age. Era nato a Bisharri (Libano) il 6 gennaio 1883. Diceva all’amico Nu’ayma che egli era un “falso allarme”; perché chiunque ignora la propria vera natura è destinato a restare un falso allarme. Gibran sentiva di non avere il diritto di impersonare il ruolo che si era scelto. Questo perché si rendeva conto di non mettere in pratica ciò che andava predicando. Era il 1921 quando stava lavorando alla stesura di The Prophet, e in seguito a letture pubbliche cominciava a essere identificato con quel ruolo. Nel 1895 la famiglia emigra a Boston, nel periodo in cui vi è un’emigrazione di massa di siriani in America. Gibran frequenta un gruppo di giovani poeti e artisti decadenti il cui leader è Fred Holland Day, fotografo ritrattista. Lo stesso Day favorisce la trasformazione di Kahlil in una sorta di rivoluzionario. Gibran ebbe rapporti di amicizia con famosi e influenti personaggi di Boston e New York, eppure si sentì sempre fratello dei poveri del mondo. Ai versetti della Bibbia e ai versi di Walt Whitman si ispirò per trasmettere il suo messaggio alle future generazioni – per le quali resta un punto di riferimento quale stella che rifulge per sempre. Dal giornale Al-Muhàgar su cui egli scriveva regolarmente, vogliamo citare un breve estratto, riguardante una sua monografia sulla musica:"Oh tu, vino del cuore, che sollevi colui che beve alle vette del mondo dell’immaginazione; onde eteree che sostenete i fantasmi dell’anima; mare di sensibilità e tenerezza; alle tue onde prestiamo le nostre anime e alle tue insondabili profondità affidiamo i nostri cuori. Conduci quei cuori oltre il mondo della natura e mostraci ciò che si cela negli abissi del regno dell’ignoto". Gibran scrisse opere di poesia e narrativa (Le ali spezzate, Le ninfee della valle, Spirito ribelle). Fra i suoi autori preferiti si possono citare Whitman e Blake, Tolstoi e D’Annunzio, Ibsen, Strindberg, Nietzsche. Già a 19 anni i suoi scritti erano stati paragonati a quelli di D’Annunzio, ma egli stesso si rendeva conto che il paragone era esagerato. Per completare la sua istruzione, nel 1898 i suoi lo mandarono a Beirut. Da una dichiarazione rilasciata a Mary Haskell, sua corrispondente, si viene a conoscenza che “il ragazzo senza alcun motivo apparente rinuncia all’imbarco prenotato e cambia il biglietto con un altro sul piroscafo successivo. Quello sul quale sarebbe dovuto partire affonda con tutte le 800 persone circa che sono a bordo, poche ore dopo aver lasciato New York”. Gibran aveva carisma. Intorno alla sua straordinaria figura ruotano molti episodi, esposti dai suoi biografi, per la maggior parte da ritenersi fantasiosi o leggendari perché privi di verifiche. Ebbe una fitta corrispondenza epistolare con Josephine Peabody, affermata poetessa. La relazionasi approfondì a partire dal compimento del 20° anno di età di Kahlil. Lei aveva otto anni più di lui e il suo sentimento si può tradurre in un desiderio di dare protezione. Lo riteneva un “genio”, un “angelo” e un “profeta”. (Egli lascia una vasta produzione di disegni e dipinti; le immagini sono imperniate su una dimensione soprannaturale e di regni trascendentali, chiaramente ispirati a William Blake). Alla lunga, la sua relazione con Josephine finì per incrinarsi; a seguito di un litigio lei strappò tutte le lettere. Kahlil la riteneva la “donna fatale”, e forse questa fu la sua vera colpa. Nell’estate del 1904, a una mostra di suoi lavori, egli conobbe Mary Haskell, che avrebbe avuto una duratura influenza nella sua vita. Aveva 30 anni ed era attivista nel movimento operaio femminile. (Varie altre presenze femminili giocarono un ruolo importante nella vita di Gibran, alcune esclusivamente di natura erotica. Esse spesso posavano per i suoi ritratti). Nel 1908, dopo un breve periodo trascorso a Parigi, egli riprese la relazione con Mary, anche se lei gli fece chiaramente capire che non l’amava ma che voleva restarle amico. Aggiunse che l’accettare la richiesta di lui di sposarlo si sarebbe rivelato un grossolano errore. Nel 1911 Gibran, sempre più convinto che il suo futuro era New York, vi si trasferì. Infatti se non fosse stato così, egli non sarebbe mai arrivato all’attenzione del grande pubblico. Fu un periodo felice; la vita a New York gli faceva bene. Le sue lettere a Mary traboccavano di entusiasmo: “osservo con mille occhi e ascolto con mille orecchie per tutto il giorno”. Iniziò a tenere delle conferenze. Il suo mondo ora si stava rapidamente allargando e la sua stella cominciava a rifulgere. Può sembrare assurdo che un giovane di 28 anni faccia testamento, eppure Kahlil ne redasse uno a favore di Mary, lasciandole tutti i suoi quadri e le sue sostanze in denaro, poiché sentiva che sarebbe vissuto – profezia che doveva rivelarsi esatta – ancora per altri 15 o 20 anni. Negli anni successivi il rapporto di Kahlil con Mary si consolidava sempre di più. Lei nelle lettere aveva per lui espressioni di idolatria e venerazione. Lo andava a trovare spesso a New York. Non si rendeva ancora conto di venir usata. L’adorazione che nutriva per lui le impediva di vedere i difetti del suo carattere. Oltretutto, lei era per lui anche un grosso aiuto economico. Da parte sua Kahlil, affetto da narcisismo, sentiva di avere le stimmate del messia e viveva momenti di autentica esaltazione. Sosteneva di avere una “capacità di introspezione superiore a quella di Buddha e di aver fuso la sua consapevolezza con quella del pianeta e dell’universo”. Nonostante lo desiderasse ardentemente, la coppia rinunciò ai rapporti sessuali ritenendo di avere già un’unione perfetta, una specie di sesso spirituale; o forse la ragione stava anche nel fatto che i due “amanti” erano consapevoli che il sesso “spicciolo”, temporaneo, avrebbe finito per abbreviare la loro relazione, sopravvenendo la sazietà della ripetitività. Kahlil – si legge nei quaderni di Mary – afferma di aver lottato per questo obiettivo e di esserci riuscito, per conservare “altri centri di energia superiore”. Nei 10 anni che seguirono essi si scrissero regolarmente ma i loro contatti andavano man mano diradandosi. Nell’aprile del 1920 fu costituita l’Associazione della Penna. Gibran fu eletto presidente e Nu’ayma segretario. L’associazione ebbe vita fino al 1931, anno della morte di Gibran. Ormai Kahlil non scriveva più in arabo ma in inglese. In un poemetto intitolato Il poeta (dall’antologia The Vision), egli scriveva: Un anello tra questo mondo e l’aldilà; una fonte di limpida acqua per gli assetati; un albero cresciuto sulle rive del fiume della bellezza, carico di frutti maturi per i cuori affamati… Un angelo mandato dagli dèi per insegnare agli uomini le vie degli dèi. Una lampada risplendente che il buio non vince poiché non sta sotto il moggio. Ad aggiornare l’immagine che avevamo di Gibran, ecco venirci presentata l’altra faccia, quella che non s’immaginava: la diagnosi (siamo nel 1929) parlava di ingrossamento del fegato, causa della sua dipendenza dall’alcool risalente presumibilmente ad almeno tre anni addietro. Nel novembre 1930 iniziava il processo degenerativo che doveva portarlo alla morte. Forse – è un’ipotesi – la difficoltà d’identificarsi col suo ruolo può essere stata la molla scatenante… Il suo capolavoro Il Profeta fu pubblicato da Knopf nel settembre del 1923 (ma era rimasto in gestazione per almeno 4 o 5 anni per essere perfezionato, sebbene l’idea del suo libro risalisse già al 1912, quando alcuni frammenti cominciavano ad apparire sui suoi quaderni o diari). Negli anni della depressione se ne vendevano in media 13 mila copie all’anno. Nel 1957 era stato superato il milione di copie. Attualmente solo nel Nord America le copie vendute raggiungono la strabiliante cifra di 9 milioni. Oggi The Prophet è anche disponibile su Internet. Da molti critici il libro venne sottovalutato perché ritenuto monotono; al contrario, l’Evening Post di Chicago lo ritiene tuttora una “piccola Bibbia”. “E’ il mio primo vero libro” – dice Gibran della sua creatura – “il mio frutto maturo”. Negli anni 60 correva voce che ogni hippy avesse nello zaino una copia del Profeta. Andando a sbirciare nei quaderni di Mary, si possono trovare molte descrizioni di sogni fatti da Gibran su Cristo – più che sogni vere apparizioni, rivelatrici del fascino che la figura di Gesù esercitava su di lui. “Visse come un capo” – si legge in Il Crocifisso – “morì con un eroismo che spaventò i suoi assassini e i suoi torturatori […] ”. Il suo libro 'Gesù, figlio dell’uomo' può essere letto quasi come un nuovo Vangelo apocrifo. Riguardo il successo di vendita, esso è secondo dopo Il Profeta. Gli dèi della terra, l’ultima sua opera, fu pubblicato appena dopo la sua morte. Gibran non seppe mai chi fosse veramente. Diviso tra oriente e occidente, simile a un crocifisso le cui braccia sono distese tra queste due polarità; - immagine che richiama un fatto avvenuto quando egli aveva dieci anni: si dice che a causa di una spalla fratturata in una caduta, fosse rimasto per 40 giorni legato ad una croce. Kahlil Gibran morì di cirrosi epatica, dopo uno stato comatoso, il venerdì 10 aprile 1931, alle ore 22.55. Boston lo ricorda con una statua in marmo rosa, all’ingresso della Public Library. La targa con l’incisione: “ Kahlil Gibran 1883 – 1931, poeta, pittore”, è opera di Kahlil Gibran il Giovane, scultore di Boston.
Chiudiamo questo breve lavoro con alcuni suoi versi, tratti da La processione: E sulla terra la morte, per il figlio della terra, è finale, ma per colui che è etereo, è solo l’inizio del trionfo che egli sente già suo.
Fonte Robin Waterfield, Profeta – vita di Kahlil Gibran, Guanda 2000.
Felice Serino
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RIMBAUD, IL MITO
Angelo o demone? Di Arthur Rimbaud si è detto tutto e il contrario di tutto. La sua vita nasconde misteri che il tempo moltiplica. Anima randagia, da poeta “maudit” muore quasi del tutto sconosciuto – prima che la sua fama si convertisse in mito attingendo alla immortalità. Un’infanzia la sua, triste e infelice – caratteristica che distingue molte grandi anime passate alla storia. La violenza dei gesti, gli oggetti branditi accompagnati da urla sono le immagini che Arthur conserva dell’unione tra i genitori. Lui, Frédéric Rimbaud, capitano del 47° reggimento di fanteria, per il ragazzo rimasto come genitore un’ombra inafferrabile; lei, Marie Catherine, figlia di agrari, legata al figlio da complice pietà. Nel 1864 il padre abbandona definitivamente la famiglia. Arthur ha 10 anni. Frequenta la scuola presso il collegio di Charleville, suo luogo natale (egli vi nasce il 20 ottobre 1854), si dimostra un allievo modello, è il più delle volte premiato, e la sua precocità si rivela anche nei risultati poetici. Ma il ragazzo è anche ruvido, maleducato, insofferente soprattutto nei confronti dell’ambiente familiare e della madre, con la sua rigidità cattolica e l’inflessibilità degli atteggiamenti. La tendenza a scandalizzare è la sua maniera di comunicare; accompagna con “merde, merde” la lettura pubblica di versi. E’ anticonformista ed eccentrico ed ha un magnetismo ambiguo, un fascino particolare,oscuro. Tra i 16 e i 18 anni ha una relazione burrascosa con Paul Verlaine; i due vivono insieme, da bohémiens. La relazione, che si vocifera abbia un indirizzo omosessuale, balza agli onori della cronaca quando Paul un giorno,e precisamente il 10 luglio 1873,al colmo di una violentissima lite ferisce l’amico al polso con una pistola. Nello stesso anno, a Bruxelles, Rimbaud ritira le prime copie di Une saison en enfer.Nel 1884, ad Harar, in Abissinia, organizza spedizioni commerciali nell’Ogaden, ma lascia presto questa attività per dedicarsi in proprio al traffico di armi per conto di Menelik. Mentre Rimbaud si trova in Cairo compaiono dolori lancinanti alla coscia e al ginocchio, primi sintomi del male che lo porterà alla tomba. Nel 1890 viene rintracciato in Abissinia da un gruppo di letterati parigini; in una lettera gli viene annunciato il suo nascente mito poetico. L’anno seguente il male si aggrava ed egli s’imbarca per Marsiglia, dove subisce l’amputazione della gamba; operazione alla quale la madre presta una fredda e frettolosa assistenza. Il cancro presto gli divorerà le altre parti del corpo, paralizzandolo. Tra allucinazioni e grandi sofferenze, la morte lo coglie il 10 novembre 1891 a Marsiglia. La vera vita è altrove”; “Io è un altro”: enigmatiche e memorabili queste sue “sentenze”. Suo compito è distruggere ogni tipo di convenzione sociale cercando la rivelazione dell’ignoto e dell’inconscio e adeguando i propri mezzi espressivi al carattere innovatore di tale operazione. Scrisse Verlaine nel 1872: “E noi l’abbiamo nel ricordo e lui viaggia. Sappiamo, sotto le maree e al sommo dei deserti di neve, seguire il suo sguardo, il suo alito, il suo corpo, la sua luce”. “Me ne andavo” – dicono alcuni versi di Rimbaud – “coi pugni nelle tasche sfondate, / anche il mio paltò diventava ideale: / andavo sotto il cielo, Musa, ed ero il tuo fedele; / perbacco! Quanti amori splendidi ho sognato”. Solo e trasognato, con un amore ideale a invadergli lo spirito, si sentirà felice andando “loin, bien loin, comme un bohémien par la nature”. “Non può essere che la fine del mondo, più in là”: è il divorante desiderio di conoscenza, di infinito; esplorare l’inconnu. E’ l’Ideale del suo spirito a cui fanno da cornice l’immensità e il silenzio del deserto, il vento, il sole rutilante, un tempo senza tempo… Il deserto: “luogo ideale dell’esilio ma anche del regno, poiché l’esilio interiore permette di riconquistare il regno di sé” (1). Innumerevoli quanto inverosimili risultano gli amori attribuitigli. Si dice che durante il soggiorno in Africa, ad Harar, una notte di passione nel tentativo di possedere una fanciulla abissina infibulata, egli abbia usato un coltello… (il sangue, le urla, i parenti accorsi per vendicare l’oltraggio subito). Ebbe amori in vari altri paesi, Inghilterra, Italia (Milano, Napoli). “E’ il nostro sole nero”, scrive Renato Minore, “con disagio si entra in sintonia con l’intransigenza netta, ombrosa, irripetibile di quell’età. Quel prendere di petto il mondo per una sfida senza superstiti. E oggi siamo tutti superstiti: della rabbia come della pietà. Siamo ossessionati dalla leggenda di Rimbaud, dal suo fantasma e dalle sue scorribande di confine”.
Nota (1) Majid El Houssi, dall’introduzione a Moha il folle Moha il saggio, di Tahar Ben Jelloun, Edizioni Lavoro 1988.
Bibliografia Renato Minore, Rimbaud, Mondatori Editore 1991 Arthur Rimbaud, Poesie, Garzanti 1977.
Felice Serino
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Critica al libro “In una goccia di luce” di Felice Serino. A cura di Luca Rossi. Febbraio 2009.
Incentrato sulla psicologia dell’ Io, tra interiorità-esteriorità, tra morfologia del corpo (il pre-essere che si fa uomo, il quale si relaziona successivamente col mondo), il biennio 2007-2008 vede il poeta dare alla luce queste nuove liriche, riaffermando il suo indagare su ciò che è temporalità e realtà. Già la prefazione di W. Blake anticipa quello che sarà il corpus poetico che vede la “bellezza dell’essere” risiedere nel mistero ancestrale del creato. Quell’essere che non porta al suo interno il mistero stesso, è un individuo che acquista scarso valore. E’ questo che pare voglia affermare Serino ribadendo le parole di A. Crostelli nella lirica che apre la silloge. Un mistero dentro il quale si racchiude il bello e il brutto di ciò che è umano e non trascendente, per chi volesse pensare ai versi del poeta solamente alla luce dei lumi del cristianesimo. Un mistero che è regione spazio-tempo indeterminata, in cui anche i sogni hanno un loro ruolo (vedi: “In sogno ritornano”): “…amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati…// si affaccia nel tuo sogno bagnato/ quel senso di perdizione…”. Riflettori da cui diparte una luce “insostanziale”, che ci permette di vedere il “non-vissuto” o ciò che non si vorrebbe scrutare perché figlio della paura “…luce verde della memoria/ scuote la morte…”, come afferma in “Insostanziale la luce”. Una luce che diviene il punto di partenza incentrando il discorso antropologico intrinseco nel vissuto di ognuno: “…sostanza di luce e silenzio/ sapore dell’origine…”, da “Lacera trasparenza”. Entrare nel mistero vuole dire entrare nella luce: “…camminare nel mistero a volte/ con passi non tuoi…”, da “Entrare nella luce”. Mistero come sinonimo di fragilità dell’essere e brevità del tempo, o fortezza di entrambi. Il concetto viene mirabilmente espresso in quelli che potrebbero ritenersi i versi centrali di tutta l’opera, riportati in “Se ci pensi”: “capisci quanto provvisoria/ è questa casa di pietra e di sangue/ dove tra i marosi il tempo/ trama il tuo destino di piccolo uomo?…//…mentre ti ripugna/ il disfacelo lo scandalo/ della morte il salto nel vuoto”. Come non riandare ai versi della Dickinson scritti per la morte del nipotino Gilbert? Incostante, poco convincente la chiusura della poesia “Mondo”, dove colui che scrive sembra smentire tutta una filosofia etico-morale appartenente al suo modo di concepire l’immagine dell’essere che detesta il mondo. Eppure è proprio in “quel” mondo che nasce l’uomo descritto da Serino, anche se proveniente da bagliori indefiniti. E’ proprio lì che il mistero di un amore-odio ha valore solo se entrambi coesistono. Non ci potrebbe essere amore se non esistesse odio. Non ci potrebbe essere odio se non esistesse amore. Binomio indissolubile senza il quale tutto sarebbe utopia, anarchia del pensiero collettivo, sempre che non si varcassero le porte del trascendente. Che il suo dichiararsi contro la guerra sia la ragione che sublima il pensiero umano è cosa scontata, ma non reale nella sua pienezza, perché è in quello stesso uomo che il bene e il male convivono. Così come in “Sic transit…”. Ma questa è la realtà dell’uomo contemporaneo. Aggrapparsi all’effimero o costruire il suo dominio sulla roccia. Probabilmente l’abile penna del poeta vuole portarci a fare un salto di qualità nell’apprendere il suo professare. Un salto di qualità che è didattica. Perché questo è il fine ultimo della poesia, anche se talvolta difficile da concepire. Una poesia fine a se stessa, con un costrutto essenzialmente “vuoto”, è infruttuosa. Deve sussistere una poesia invece in grado di farci volgere lo sguardo alle “coordinate dei sogni - e/ l’insaziato stupirsi della vita/ da respirare su mari aperti// - che tenga lontano la morte”, da “Nel segreto del cuore”. La morte, la morte…Altra descrizione di un paesaggio tanto forte quanto quello della vita. Il passaggio dalle tenebre alla luce può essere violento, ma è in questo che si risveglia la coscienza di chi vive tra il bene e il male operando attraverso strumenti di discernimento, quelli dettati dalla poesia, appunto: “e tu di nuovo ostaggio della notte/ l’invito/ l’abbraccio del vuoto// parola neo-nata/ la chiami nel buio/ l’innervi in parole// la plasmi a scalpelli di luce”,da “L’invito”. La morfologia della poesia di Serino differisce da ogni altra per il suo concatenare i puri elementi dell’anatomia umana (sangue, nervi, fonemi, ecc.) con quelli del logos, perché la parola diventi carne ed entrambi, così terreni, così tangibili, generati da una forza a cui fare ritorno e in cui rispecchiarsi. Non serve riportare nelle note biografiche la breve descrizione di chi sia il poeta, di quando sia nato o di ciò che abbia scritto. Le poesie da lui scritte sono un biglietto di presentazione, il biglietto da visita dell’uomo-poeta. Egli è l’Hermes, colui che nella mitologia greca è il dio dei confini e dei viaggiatori, di tutti noi insomma, di quella geografia che ci appartiene, corporea e del pensiero. Dio degli oratori e dei poeti, dei pesi e delle misure. E’ apportatore di sogni, osservatore notturno, interprete. Mercurio, nella mitologia romana. Serino ci trasporta così dal buio alla luce, dal non-essere alla forma dell’essere. Scruta le ombre per capire dove sia la fonte di luce che le genera, perché senza luce, non esisterebbe ombra. Ladro e bugiardo solo apparentemente in certe strofe da lui scritte al fine di riscattarci a valori assoluti a cui il nostro “uomo di domani” deve rivalutarsi dal passato. Proveniente dalla luce, attraversando le tenebre, si (ci) indirizza verso il mistero, oltre lo stesso. Mi permetto solo di rubare alcune parole all’amico prof. D. Pezzini, direttore della cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale inglese presso l’università di Verona, che nel descrivere la figura del poeta gallese Ronald Stuart Thomas, scrisse in un suo libro per gli studenti universitari: “Thomas ha infatti della poesia una visione che diremmo severa e impegnata, nella quale egli traduce un percorso di scoperta personale che passa attraverso la lettura del mondo in cui vive (…) e di indagine ostinata del proprio io alla ricerca del senso ultimo delle cose.” Questo, a mio modesto avviso, vale anche per F. Serino.
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PIER GIORGIO, IL BEATO DEI GIOVANI
Il 20 maggio del 1990 Giovanni Paolo II lo ha beatificato. Il suo esempio di carità è vivo in tutto il mondo. Sconosciuto in vita, egli ha acquistato fama dopo la morte. Due giorni dopo la sua “trasfigurazione” – come ebbe a definirla don Antonio Cojazzi – apparve sulla Rivista dei Giovani un articolo dello stesso Cojazzi, dove fu profetizzato: “Pier Giorgio Frassati imprimerà un nuovo giro al sangue della gioventù, e non solo torinese”. La sua figura affascina soprattutto i giovani: moderno, allegro, sportivo, pieno di gioia di vivere e amante della montagna – Mario Soldati ricorda “l’occhio nero ma scintillante, luminosissimo, le labbra aperte sempre al sorriso” -, esibiva la sua normalità con una fanciullesca gioia di scherzare. Suo padre, Alfredo, era proprietario e direttore della Stampa, senatore del regno e ambasciatore d’Italia a Berlino. Pier Giorgio nasce il 6 aprile 1901. Giovane liceale, frequenta l’Istituto sociale dei gesuiti dopo essere stato bocciato due volte al D’Azeglio. In seguito entra al Politecnico per diventare ingegnere minerario. Si iscrive alla “Fuci”, la federazione degli universitari cattolici. E’ tesserato al partito popolare di Luigi Sturzo. L’avvento del fascismo segna l’inizio di un trauma storico di cui anche Pier Giorgio è il cosciente testimone. Ha un amore segreto, Laura Hidalgo, segretaria della goliardica “Società dei Tipi Loschi”, l’allegra compagnia dei suoi amici di cordata, di cui egli è cofondatore; (si firma col nome di Robespierre). Dovrà in seguito rinunciare a questo amore a causa della necessità della sua presenza presso i genitori; una prova crudele, dolorosissima, a cui egli non si sottrae. La sua adesione al Vangelo si traduce in attenzione verso i bisognosi. Per il volontariato egli offre se stesso disdegnando il suo stato di agiatezza; di più, tutta la sua giovane e breve vita è offerta ai poveri e ai malati; vive vicino agli umili, ai dimenticati, vero “imitatore di Cristo”, come lo definisce Papini. Con i soldi che risparmia in segreto, acquista medicine per chi non può comprarne, dà una mano ai derelitti che va a trovare nelle soffitte o sotto i ponti; appena libero si reca al Cottolengo, quasi una corsa verso l’umanità miserabile. Uno spirito molto speciale, di una santità concreta, che si offre fino a giungere ad un abuso delle proprie forze. Pier Giorgio visse intensamente i suoi 24 anni prima che lo colpisse una poliomielite fulminante, il 4 luglio del ’25. Gli mancavano due esami per la laurea.Fino alla vigilia dell’agonia, fu quasi per tutti un segreto la sua malattia repentina e inesorabile. Morì in sei giorni, solo; soltanto Mariscia, la domestica tedesca, gli fu vicina fin dall’inizio. La madre (la pittrice Ametis) era al capezzale di sua madre morente; la sorella Luciana, sposata da poco, era appena tornata; gli amici – s’era d’estate – erano fuori Torino. Gli ultimi giorni Pier Giorgio stava sempre peggio, ma nessuno, fino all’ultimo, sembrava rendersene conto. D’altra parte, durante il calvario, egli non pensava nemmeno ad accusare la loro indifferenza, quasi fosse naturale. E poi lui, fino all’ultimo, cercava di minimizzare il suo male di una gravità sempre più evidente. Il giornalista Luigi Ambrosini, due ore dopo la sua morte, scrisse un articolo per La Stampa in cui, tra l’altro, diceva: “Le sue mani non erano fatte per raccogliere, ma per distribuire”. Il giornale uscì listato a lutto. Non era mai accaduto prima. Alle ore 19 del 4 luglio, di sabato, Pier Giorgio rese lo spirito. Fu sepolto a Pollone, in provincia di Vercelli – gli scorreva nelle vene sangue biellese. Pier Giorgio amava la vita: era innamorato della montagna, sciava, andava a cavallo, in bici, a nuoto, aveva una vera passione per Dante. In un passo del suo diario si legge: “Ho lasciato il mio cuore tra questi monti con la speranza di ritrovarlo quando ritornerò”. L’alpinismo era per lui una scuola di coraggio, ma anche un mezzo per avvicinarsi a Dio. Raggiunta la vetta, recitava il Magnificat. “Io” diceva estasiato, “ho questo desiderio di sole, ho questa voglia di salire in alto, di andare a trovare Dio in vetta”. Aderì a vari gruppi cattolici, fra cui la conferenza di San Vincenzo. Spesso si raccoglieva per ore in preghiera. Era innato in lui il ferreo impegno di piacere a Dio, rinunciando alle agiatezze del mondo e a se stesso. Per rafforzare lo spirito contro le tentazioni, si concentrava per lunghe ore nella lettura di Sant’Agostino, di San Paolo, di San Tommaso, di Santa Caterina. A chi gli chiedeva se si sentisse chiamato al sacerdozio, rispondeva con la grande coerenza che lo distingueva: “Io voglio in ogni modo aiutare la mia gente e questo posso farlo meglio da laico che da prete”. “Gesù mi visita con la comunione ogni mattina”, confidò ad un amico, “e io gliela restituisco nel modo misero che posso: Visitando i suoi poveri”. Dice il filosofo Gianni Vattimo: “A rendere preziosa e simpatica la sua figura è la costante capacità di ‘abitare il tempo’. E poi i giovani hanno bisogno di incontrare testimoni, non solo maestri”.
Desideriamo chiudere questo breve lavoro (anche quale omaggio alla sua alta figura carismatica) con dei versi dell’autore, quasi un’epigrafe:
Indiafanata da un vento di luce - verso l’alto! - * ride la tua immagine d’aria
* Verso l’alto: una frase annotata da Pier Giorgio sulla foto che lo ritrae mentre s’inerpica sulle Lunelle, nelle valli di Lanzo, il 7 giugno 1925.
Felice Serino
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Pensieri - di Genghini
Il dolore è innanzitutto una chiamata al cambiamento. Se a volte le nostre lotte per il cambiamento conoscono sconfitte è perché le nostre risposte sono errate (e forse anche perché, in qualche caso, quel cambiamento non è ancora maturo in quel tempo. Dalle sofferenze del pesce costretto nelle secche milioni di anni fa deriva l'anfibio polmonato, ma non ogni pesce in secca diventa un anfibio polmonato).
A volte il cambiamento va pilotato coscientemente, a volte basta assecondare quella forza che "nutre i corvi" e "veste i gigli" senza che essi si preoccupino di ciò. Il cambiamento può avvenire da sé, se non lo ostacoliamo, come nella guarigione da una influenza, quando l'azione di risanamento del sistema immunitario deve essere soltanto assecondata e il nostro unico compito è di non crearle ostacoli.
Molti importanti cambiamenti sono nati e nascono dalla spinta del dolore. Il dolore per la consapevolezza della morte ha condotto gli antenati dell'uomo a scoprire la vita eterna e Dio e, spesso, questa vicenda si ripete nell'esistenza degli individui.
Vi è però anche un "dolore inutile": la sofferenza che deriva da una situazione del passato superata ma che ancora ci viene segnalata nel presente come se fosse operante (così una persona che ha subito un dolore in una data situazione, soffre ogni volta che una situazione analoga, benché innocua, si ripresenta). In tal caso è sì bene eliminare senz'altro il dolore (ed abbiamo nella nostra mente le risorse per farlo, poiché la mente è il pilota del cervello e del corpo).
In queste circostanze il dolore ha la funzione di segnalarci l'esigenza di un cambiamento del rapporto fra la nostra esperienza passata e quella presente.
GIORDANO GENGHINI (da: "Xeropensieri" – 1995)
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SULL' "EFFETTO PLACEBO" E LO SATO DI "CRISALIDE"
Quando il discepolo è pronto, il Maestro appare. Buddismo Zen Non voltarti a guardare il passato: non serve a nulla. Pensa che non appena il tuo presente e il tuo futuro diventeranno gioiosi, anch'esso cambierà significato, come una strada sassosa a chi è giunto attraverso essa ad uno stupendo luogo di villeggiatura. Noi vediamo la bottiglia "mezza piena" o "mezza vuota": ma se la chiameremo nel primo modo, contribuiremo a renderla tale; se la chiameremo "mezza vuota", contribuiremo a svuotarla sempre di più. E' un discorso in realtà semplice ma apparentemente complesso (è complesso perché ci siamo messi in mente un sacco di idee strane e ci crediamo perché "lo dicono gli altri"). Come si può trovare spiegato nel libro Visualizzazione (Edizioni Xenia), ognuno ha due emisferi cerebrali attraverso cui operano la mente e l'anima: il sinistro che è logico-razionale-matematico-cosciente (su di esso è modellato il computer), il destro visivo-musicale-inconscio-immaginativo (è il "cervello dell'artista", che opera durante l'attività creativa, la fantasia, il sogno). Quest'ultimo – sul quale si fonda in realtà la pratica dell'ipnosi e dell'autoipnosi – ha poteri straordinari, nel bene e nel male, nel predisporre corpo e psiche. Una prova? L' "effetto placebo", che consiste nell'efficacia di farmaci in realtà inefficaci per malati convinti dell'efficacia del farmaco e che si "immaginano"(cioè si "vedono nella mente") guariti. Tale "effetto placebo" e il suo opposto, che chiamiamo "effetto delebo", "funzionano" in realtà in ogni ambito della vita: in altre parole, "immaginarci" negativamente facilita l'autoprovocarci malattie psichiche e somatiche; "immaginarci" positivamente aiuta l'autoguarigione e lo star sempre meglio. Il segreto dei poteri "miracolosi" del "pensiero positivo" è tutto qui. E' possibile proprio come per un "listato" di computer riprogrammarci a piacere (vedi Visualizzazione). Volendo sfiorare il discorso sulla fede, si può dire che chi ha perduto una persona cara può riacquistare "pensiero positivo" se riesce a credere che tale perdita corrisponde a una "nuova nascita in un'altra vita: la persona cara "trapassata" ad altra vita ci è vicina anche se non la vediamo con occhi di carne e, se ciò è avvenuto prematuramente, la "fiducia" (fede) in Dio ci fa capire che tale mistero ha un significato positivo e che un giorno esso ci verrà reso manifesto. Apriamo qui una parentesi per affermare che un riferimento alla "crisalide" è quanto mai opportuno: per motivi religiosi (stato di "crisalide" è quello del Cristo fra la crocifissione e la Resurrezione; stato di "crisalide" sarà il nostro nel passaggio da questa all'altra vita); per motivi personali ("chi non è morto e rinato almeno una volta nella vita non sa cosa significa veramente vivere", scrive Bassani); per motivi storici (sono convinto che alla soglia del terzo millennio dell'era cristiana l'umanità abbia intrapreso – ancora spesso inconsapevolmente – una svolta epocale preparata da uno stadio di crisalide: "ma non sapete voi che noi siamo vermi / nati a formar l'angelica farfalla?", scrive Dante.
[Notizie raccolte dallo scambio epistolare avuto con l'amico prof. Giordano Genghini negli anni 1994-95.] Felice Serino
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RUDOLF STEINER E LA SCIENZA DELLO SPIRITO
Le anime umane vivono come nel fango, come nella palude, finché non sono iniziate nei sacri misteri. Platone, Fedone, cap. XIII
Uomo di profonda cultura spirituale, Rudolf Steiner è un personaggio ancora in buona misura da scoprire. Forse il più difficile da afferrare di tutti i pensatori del XX secolo. Antimaterialista convinto, il suo stile è esageratamente astratto. Con i suoi racconti sorprendenti su continenti scomparsi come Mu, Lemuria e Atlantide, a volte si è portati a sospettare che si tratti di un imbroglio spudorato. Ma Steiner non era di sicuro un ciarlatano.Figlio di un capostazione austriaco, era nato a Kraljevec (impero austro-ungarico) il 25 febbraio 1861. Per Steiner, la lotta per ottenere credito riguardo la sua concezione spirituale in un ambiente dichiaratamente non spiritualistico, è durissima. Egli parte chiaramente sfavorito. Ma il fuoco interiore che lo anima, il suo daimon, gli destina una luminosa carriera riservandogli alte cariche in cui si evidenziano proprietà di linguaggio e grande generosità. Steiner fin da piccolo divenne consapevole dell’esistenza di un mondo parallelo a quello terreno. Nella geometria egli trovava la giustificazione alla sua fede nel “mondo che non si vede”. “Devo aggiungere”, si legge nella sua autobiografia non ultimata, “che in quel mondo vivevo volentieri, perché avrei sentito come tenebra tutto il mondo sensibile circostante se questo non avesse ricevuto la luce da quello”. E in una sua conferenza possiamo leggere: “Tutti i patimenti che vengono sofferti al presente sul piano fisico, nel complessivo progresso dell’ umanità, sono solo un lato di un insieme il cui altro lato è soprasensibile”. Steiner fece le prime esperienze pedagogiche riuscendo a recuperare un ragazzo idrocefalo e a inserirlo poi all’università, dove divenne medico.Studiando le idee scientifiche di Goethe sotto la guida di Shrorer, egli inziò a sviluppare la propria filosofia spirituale. La figura di Cristo vi gioca un ruolo centrale. E’ importante non confondere la “percezione extrasensoriale” di Steiner con lo spiritismo. Egli era estremamente sospettoso verso quest’ultimo. Viaggiando in treno, conobbe un contadino di mezza età, Felix Koguzki, che esprimeva le sue profonde convinzioni religiose con un linguaggio oscuro.Steiner poté parlare apertamente delle sue esperienze (tra cui i contatti con i trapassati) senza timore del ridicolo.Il suo amico Schuré parlò più tardi di quest’uomo misterioso, Koguzki, come del “maestro”, e disse che era “una delle forti personalità che sono sulla terra per compiere una missione sotto la maschera di un’occupazione modesta”, cioè di un “Iniziato”.Koguzki indicò a Steiner certi passaggi di Fichte che lo aiutarono a vedere chiaramente il modo di confutare il materialismo scientifico dilagante. Le sottigliezze argomentative saranno un’arma per vincere i suoi antagonisti e gli scettici. Steiner frequentò il circolo di teosofia, dottrina che gli pareva essere concorde con il suo spirito. Conobbe ed entro lo stesso anno 1899, sposò Anna Ennincke, vedova con cinque figli, di otto anni più grande. Ma il matrimonio durò poco. L’incontro con Maria Von Sivers segnò la fine definitiva del suo breve matrimonio e l’inizio della sua carriera di personalità pubblica. Steiner iniziò a tenere conferenze, e la gente, ora, cominciava a esserne affascinata. La sua prima opera fondamentale, “La filosofia della libertà”, indica il suo concetto base: l’uomo è in grado attraverso il proprio pensiero puro, di conoscere le leggi che governano l’Universo. Riconoscendo ed accettando queste leggi, egli diviene libero interiormente, e agendo in armonia con esse, è libero anche nel proprio agire. Nel 1902 Rudolf Steiner e Maria Von Siver fondarono la rivista “Lucifer-Gnosis”. Qui Steiner pubblicò le sue numerosissime conferenze, che furono in seguito raccolte in libri. Lo stesso anno egli ebbe la nomina a segretario generale della sezione tedesca della Società Teosofica, con approvazione di Annie Besant, succeduta a Madame Blavatsky. Ma quando la Besant giunse a parlare del quattordicenne Jiddu Krishnamurti, futuro maestro spirituale, come del nuovo Messia, la cosa suscitò sconcerto e non fu accolta bene neppure da Steiner, che diede le dimissioni da segretario. Era il 1913. (Si ricorda, en passant, che Krishnamurti rifiutò da adulto il ruolo messianico). Bisogna chiarire che mentre la Società Teosofica si richiama all’Oriente, Steiner si sentiva intimamente legato alle tradizioni occidentali, ai Rosacroce, a Goethe e soprattutto alla figura di Cristo. Nello stesso anno fu fondata da Steiner la Società Antroposofica. Antroposofia: dal greco anthropos (uomo) e sophia (saggezza) = scienza dell’uomo. Fra il 1913 e il 1915 fu costruito tutto in legno il primo tempio, il Goetheanum, a Dornach, presso Basilea. Era un centro di attività scientifiche e artistiche fondate sulla scienza antroposofica e capace di attirare le folle. Rudolf Steiner aveva grande magnetismo ed era suscettibile alle adulazioni. Sapeva esprimersi con un’autorevolezza e un’efficacia che impressionavano. Egli preparò migliaia di conferenze, in gran parte pubblicate. Molte di esse furono tenute anche in altri paesi. Steiner era instancabile e, soggetto a surmenage, recuperava facilmente. L’antroposofia ha trovato applicazione in molteplici campi: pedagogia, medicina, sociologia, architettura, agricoltura, biodinamica, arte, recitazione, danza (euritmia), e altro ancora. Tra le sue numerose opere, Steiner ha lasciato quattro libri fondamentali: La filosofia della libertà,1894, Teosofia,1904, L’iniziazione, 1904-1905, La scienza occulta, 1910. Maeterlinck ha detto di Steiner che i suoi metodi intuitivi sono una specie di psicometria trascendentale, per ricostruire la storia degli Atlanti e rivelarci quello che succede in altri mondi. Che egli fosse un profeta non ci sono dubbi. Maeterlinck lo aveva descritto come “uno dei più eruditi, ma anche dei più confusionari tra gli occultisti contemporanei”.Un biografo parla delle code di persone che aspettavano fuori della porta dello studio di Steiner da mattina a sera, per sottoporgli i propri problemi. Steiner soffrì anche un’altra delle conseguenze della celebrità: la maldicenza. La notte di San Silvestro 1922-23 avvenne un incendio e il Goetheanum fu distrutto. Fu per Steiner una prova dolorosa, che mostrò come l’Antroposofia avesse dei nemici. La rappresentazione del dramma inprogramma ebbe luogo ugualmente. Rudolf Steiner lasciò le sue spoglie mortali il 30 marzo 1925, a Dornach, a 64 anni da poco compiuti, mentre gli operai stavano costruendo, già da oltre un anno, il nuovo Goetheanum, interamente in cemento armato. Esso sarebbe stato inaugurato nel 1927. La malattia che avrebbe portato Steiner alla morte si era manifestata il Capodanno del 1924. Nonostante il progressivo indebolimento, egli tenne in vari paesi quasi 400 conferenze, organizzò convegni, ricevette centinaia di persone. Infine il 28 settembre, privo di energie, dovette mettersi a letto. Steiner inviava i capitoli della sua autobiografia in tipografia man mano che li scriveva, con la scritta “segue”. L’ultimo inviato a fine marzo, non riportava la solita scritta. “La grande avventura è quella interiore”; “L’uomo è una creatura della mente”: questo il messaggio che egli ci lascia. “Il vero domicilio dell’uomo è il mondo dentro di sé. Basta solo che un odore o un sapore, un verso o poche note musicali ci richiamano verso il mondo interiore, per provare uno strano flusso di calore e di forza dentro di noi, quella sensazione che faceva scrivere a Proust: Ho cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale”. Ci limitiamo a riportare un breve stralcio tra i più significativi, da una sua conferenza tenuta nel 1916 a Liestal, in Svizzera: “Nella nostra volontà vive qualcosa che interiormente di continuo ci osserva. Attraverso questo spettatore interno, si penetra in un mondo spirituale che si può sperimentare come si sperimenta con i sensi il mondo sensibile. In tal modo si trova nell’uomo un altro uomo. Quando si arriva a conoscere questa entità dentro l’uomo, si conosce ciò che dell’uomo sussiste oltre la morte. Quella entità che non opera per mezzo del corpo fisico, che è spirituale-animica, sussisterà dopo la morte e già esisteva prima della nascita”. Attualmente la Germania conta una sessantina di scuole steineriane. Inoltre, la medicina steineriana è oggi coltivata da medici di tutto il mondo. Le opere di Steiner constano di ben 354 volumi, pubblicati dalla casa editrice tedesca Rudolf Steiner Verlag. Vi sono ancora inediti.In italiano, tra le varie case editrici che hanno pubblicato le sue opere, è da menzionare la Editrice Antroposofica di Milano. I “Misteri” drammatici di Steiner (La porta dell’Iniziazione 1910, La prova dell’anima 1911, Il guardiano della soglia 1912, Il risveglio delle anime 1913), vengono rappresentati al Goetheanum ogni anno inseme al Faust di Goethe. Nelle rappresentazioni è compresa anche l’euritmia, un’arte nuova, danza e movimento armonioso insieme, definita “parole e canto visibili”, la quale ebbe applicazioni pedagogiche e terapeutiche, oltre che artistiche.
Bibliografia Paola Giovetti, La vita e l’opera,Edizioni Mediterranee, Roma 1922; Colin Wilson, Rudolf Steiner, Longanesi, Milano 1986.
Felice Serino
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JAKOB LORBER, LO SCRIVANO DI DIO (1800 – 1864)
Per 29 anni scrisse ciò che la voce di Dio gli dettava. In casa aveva solo la Bibbia, eppure stupiva che scrivesse con tanta acutezza di materie di cui non s’era mai occupato (la sua preparazione scolastica era modesta). Secondo i suoi scritti, la materia nel senso materiale del termine, non esiste. Tutto è energia, ovvero forza spirituale e divina suddivisa in particelle infinitesimali (scintille di vita primigenia): affermazioni che concordano con le più recenti scoperte della fisica nucleare! L’intero universo è costituito da queste particelle originarie (elettroni o quanti), che altro non sono che “pensieri divini resi autonomi”. Lo spirito divino emana da una sorta di sole spirituale, e ad esso ritorna. Vediamo ora un brano fondamentale da Il grande Vangelo di Giovanni: la storia di Lucifero e della sua caduta, da cui dipese tutta la creazione materiale, che liberamente e volontariamente deveritrovare la strada verso Dio. “Soltanto nelle opere la Divinità può conoscere la propria potenza e se ne rallegra, proprio come ogni artista capisce soltanto delle proprie creazioni ciò che è dentro di lui e ne trae gran gioia. Provvisto della Mia piena potenza, Lucifero, primo spirito creato, chiamò in vita altri esseri, in tutto simili a lui; essi furono parimenti autocreativi. Lucifero, sapendo di dover rappresentare il polo opposto di Dio, credette di essere in grado di assorbire in sé la Divinità. Credette nella sua follia di poter tenere prigioniera la Divinità. Ma il finito non potrà mai comprendere l’infinito. In questo modo si allontanò dal centro del Mio cuore e fu preso sempre più dal desiderio di riunire intorno a sé le creature sorte da Me per opera sua. Sorse una separazione delle parti, che fece sì che il potere da Me conferito a Lucifero fosse ritirato, ed egli rimase coi suoi seguaci privo di potenza e forza creativa. C’erano due vie: annientare Lucifero col suo seguito, per crearne un secondo, che però avrebbe compiuto lo stesso errore. Ma la via della libertà, seguita fino ad allora, era l’unica. Dove sarebbe il Mio amore, se esso non avesse rinunciato alla distruzione, trovando anzi nella saggezza un mezzo per ricondurre gli esseri perduti alla luce della conoscenza? Non restava che la seconda via, quella realizzata nella creazione materiale. Nell’uomo, a seconda del grado di malvagità, gli spiriti furono rivestiti di materia, esposti a lotte e dolori e tentazioni, per condurli gradualmente alla comprensione dei loro errori, e per dar luogo anche al loro volontario ritorno. Tutta la creazione visibile consiste soltanto di particole del grande spirito di Lucifero e del suo seguito caduto e bandito nella materia… Vedete dunque che cosa Io faccio a causa di un unico angelo superbo? Pensate che praticamente tutta l’umanità non è costituita da altro che da membra di quest’unico “figlio perduto”, e più esattamente degli uomini derivanti dalla sventurata discendenza di Adamo. Con il “figlio perduto” si intende dunque ogni singolo uomo in sé, e in ogni uomo che vive secondo la Mia parola, Io ritrovo il figlio perduto (cioè una parte essenziale di lui), che ritorna alla grande casa paterna… Per amore di un solo figlio Io sono pronto a sacrificare miliardi di mondi di ogni genere, se egli non potesse in altro modo ritornare di nuovo a Me. Se fosse necessario, Io preferirei privarmi di quest’unica eterna vita, piuttosto che perdere uno solo dei Miei figli. Comprendi tu questo amore? Con le sofferenze Io rendo miti i popoli. Li strappo alla follia di credere che i desideri mondani siano la prima cosa che l’uomo deve cercare. A tutti mostro che sopra di loro c’è Qualcuno che lascia sì fare loro quello che vogliono, ma che svolgere al bene ogni cosa – anche la più cattiva – che l’uomo compie…”
Felice Serino
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LA PIU’ STRAORDINARIA AVVENTURA
Paracelo scrisse: “Il Cielo è l’Uomo e l’Uomo il Cielo e tutti gli uomini sono un Cielo e tutti i Cieli non sono che un Uomo”. La più straordinaria avventura è quella dello spirito; l’incontro col Sé, con l’indicibile, nel momento in cui, scaduti i giorni terreni (il tempo osceno), egli consegnerà alla terra la sua veste di carne corruttibile. Per lui così intimamente naturale e congenito (e che ha gestito quale strumento concessogli per una vita in prestito), ora il “suo” corpo non è che una “cosa” da abbandonare. La vita fisica (la vita “offesa”, come qualcuno l’ha definita, o la morte-vita, come dicono in molti letterati e poeti), non è che una parentesi, un lampo. Un destino ben più alto che non l’umano transeunte, col suo carico di sofferenze, desideri ed esperienze lo attende, nel riunificarsi al cosmo con la sua controparte dalla quale egli si staccò nel momento in cui scelse di incarnarsi in un grembo, scendendo sulla Terra.Creatura di Cielo, ha vissuto una breve parentesi fuori dal cielo come creatura di terra (trovandosi lacerato dai due poli tra un intrinseco sentirsi appartenente all’infinito e un vivere una realtàcontingente, tra ombra e luce, corpi e cose caduche); per poi tornare alle origini angelo tra gli angeli. Cosa c’è di più straordinario e meraviglioso? Mistero indicibile, l’uomo, “piccolo sgorbio disegnato fra certe grandezze a noi ignote” (Sinjavskij), ma destinato a grandi cose nei disegni di Dio – questo frammento dell’Universo eppure infinito, compreso nella Mente infinita del Tutto. “La vera alchimia interiore”, afferma Silvia Pedri nel suo articolo Indicatori del destino, “comprende anche la sfera del nostro io spirituale”; e aggiunge: “L’opera alchemica di esternazione del proprio destino ha il contenuto della forza angelica del corpo mentale, la modalità e l’azione di quella del corpo astrale e il luogo di esecuzione indicato dall’angelo del corpo fisico".
Felice Serino
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UN SOLE SOTTERRANEO
Nel 1918 Joe Bosquet, ventun anni, viene colpito da un proiettile che gli spezza la spina dorsale; da allora fino alla morte, è un corpo che vive solo a metà. Bousquet si riferisce all’incidente come a una seconda data di nascita. Per lui, affondare nel buio vuol dire “attendere l’altra faccia del giorno”. Il sole sotterraneo è il sole mitico che, scomparso dallo sguardo oltre l’orizzonte, continua in segreto il suo corso fino alle “Radici della notte”. Bousquet riconosce in se stesso un essere sotterraneo, quell’abitatore del sottosuolo di dostoevkijana memoria. (“Scrivo le vene del buio”, 1967). “Proprio nei momenti in cui si sentirebbe maggiormente di odiare la vita tutto l’amore si china per poterci raccogliere”.“Porto in me un essere irrivelato. Mi conosce, ma non so nulla di lui, tranne che la mia persona è la sua ombra con i suoi appetiti inconfessabili e il suo bisogno di segreto” (1982). “Trascina intorno alla vita il tuo grido, il tuo immenso grido di bestia ferita. Spingi nella notte il lamento immenso in cui tutto il tuo spirito si ottenebra. Questo accecamento verità. […] L’anima non si sveglia che a pezzi” (ibid.). (L’anima sorgerà, ma come un sole sotterraneo). “Vorrei squarciare, come lo potrebbe un vomere, la profondità della mia anima per forzare ad entrarvi questa bellezza troppo pura per abitare in me. Vedo chiaramente in che modo la sua nudità, luminosa come un frutto, entrerebbe, a vele spiegate, nelle tenebre del mio essere, vi mescolerà il sogno della mia carne con quello della mia anima, espanderà in me i flutti della sua luce anonima come un cammino di luna dove la mia carne segreta si risveglierà alla sua presenza”. Bousquet deve partorire una verità più alta del suo dolore. Egli riuscirà, attraverso il potere della visione interiore, a creare un mondo trasversale che, pur non coincidendo con la realtà cruda, ne sarà il soffio vitale.
Tratto da I sotterranei dell’anima, Aldo Carotenuto, Bompiani 1993. Opere di Joe Bousquet: 1941, Tradotto dal silenzio; 1980, Papillon de neige; 1982, Da uno sguardo un altro; 1988, Lettere della guerra (J. Bousquet – S. Weil); 1989, Le cahier noir.
Felice Serino
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LILITH E IL SUO SIGNIFICATO MITOLOGICO
Moses de Leòn nel Sèpher ha-Zohàr (XIII secolo), definisce Lilith come seduttrice di uomini e strangolatrice di neonati. Lo scrittore riporta una credenza che identifica Lilith con la regina di Saba. Nella tradizione kabbalistica Lilith è rappresentata come una donna nuda il cui corpo termina con una coda di serpente. Presso gli ebrei esiste l’usanza di appendere amuleti sopra il letto delle partorienti. In La kabbalah e il suo simbolismo (1960), Scholem riporta una credenza narrata nel 1717: “Credono [gli ebrei] che quando un uomo perde il seme con l’aiuto di Mahlat e di Lilith, ne nascano spiriti cattivi”. In letteratura si ricorda che Victor Hugo dedica a Lilith una lunga poesia, in La leggenda dei secoli (1883). In La figlia di Lilith (1889), A. France la presenta quasi come una femminista. Un’altra poesia dedicata a Lilith la troviamo nell’opera di A. Crowley Lo scarabeo alato (1910). Citiamo ancora Primo Levi col suo Lilith e altri racconti (1981) e Anais Nin con Venus erotica. Infine, uno sguardo al mondo della celluloide: il regista R. Rossen gira nel 1964 il film terrore Lilith, mentre si fa notare in modo particolarmente incisivo nel 1970 il film di K. Anger Lucifer rising. Si ricorda che Lilith in astrologia è considerata la Luna Nera; dallo studio dei transiti nei vari segni, e Case, si possono verificare gli aspetti più nascosti della sessualità. Nella Luna Nera è racchiusa una sensualità priva però del potere creativo proprio di Plutone. Essa sembra essere un punto focale legato al nostro passato, alla nostra “matrice karmica”. Secondo lo studioso Max Duval, essa è “il secondo fuoco dell’orbita lunare”. Pare che questo presunto secondo satellite terrestre fosse noto al tempo della civiltà egizia col nome di Nephtys. Si narra che il diluvio di Atlantide sarebbe stato provocato da un satellite di materia oscura avvicinatosi troppo alla Terra; questo corpo diventerà appunto Lilith.La Luna Nera e Lilith hanno gli stessi significati simbolici: esse simbolizzano il potere inconscio femminile in veste moderna, la forza della sua emancipazione; il che ci porta a considerare giustamente i rapporti tra uomo e donna sostanzialmente modificati. (E’ chiaro che Lilith spaventi il maschio tradizionale, che subito vede sorgere “complessi” di castrazione). Secondo la tradizione ebraica Lilith sarebbe stata la prima sposa di Adamo, la quale non volle sottomettersi al suo padrone, perché ella esprimeva l’uguaglianza dei sessi. La leggenda c’informa che Lilith, in seguito al rifiuto nei confronti di Adamo, fu allontanata da potenze superiori e sostituita da Eva.
Fonte: notizie liberamente tratte da I mondi ultraterreni, G. Berti, Mondadori 1998, e da Luna Nera-Lilith, F. Capone, Edizioni Capone 1978.
Felice Serino
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ONEIROS
Il mondo apparente potremmo paragonarlo a una serie innumerevole di macchie o incrostazioni che,sovrapposte al Disegno originario della Bellezza infinita, rendono quest’ultimo invisibile a occhi di carne. Tuttavia, il numinoso si lascia a volte “visitare” con lampi fugaci in veste onirica, tramite “presenze” costituite da archetipi. Il sogno in se stesso possiede un evidente carattere numinoso. Esso è una seconda vita. Più d’uno ha scritto che il sonno è il fratello minore della morte, e che il sogno sarebbe il cordone ombelicale con l’aldilà. Il sogno, via regia per l’inconscio e sua autorappresentazione, si esprime col linguaggio dei simboli.Un sogno può essere concepito come un dramma in cui noi recitiamo tutti i ruoli, quello di attore, regista, autore, suggeritore, e anche quello di spettatore. I sogni sono la voce della nostra natura istintiva e animale; la voce della sostanza cosmica che c’è in noi. Per Roger Callois i sogni hanno lo stesso senso della forma delle nuvole e dei disegni delle ali di farfalla. Filosofi come Platone, Aristotele, Pitagora, espressero la loro credenza nel carattere profetico dei sogni. Famoso fu il sogno del presidente Lincoln il quale “vide” la propria morte; impressionanti furono i sogni profetici di Edgar Cayce, uno tra i maggiori sensitivi del suo tempo. Secondo gli antichi oniromanti, i sogni veritieri uscivano da una porta d’avorio, quelli falsi da una porta di corno. Poiché tutto soggiace a errore, sostenne Cartesio, le immagini che vediamo a occhi aperti varranno quanto quelle che scorgiamo in sogno. Dice Guglielmo Marra: “Il sogno è lo specchio dove la veglia si riflette e si incontra con la sua immagine negativa”; e ancora: “Il sogno avrebbe la funzione di valvola, attraverso la quale si scaricano le tensioni accumulate durante la veglia” (Il mistero dei sogni, Meb Editrice). Il doppio dell’io che vediamo in sogno è come l’immagine di Narciso riflesso nello stagno. Nei sogni sul “doppio”, nella letteratura cinese, si avrebbe un io che sogna un altro io che incontra un altro io. Possiamo dire che il sognare presenta una qualche somiglianza con la creazione artistica; esso “è matrice dell’arte” (Proust). Dice Schopenhauer che il sogno è una breve pazzia e che la pazzia è un lungo sogno. Abercrombie afferma che vi è una notevole analogia tra i fenomeni mentali nella follia e nel sogno. Potremmo paradossalmente paragonare questa esistenza materiale a un sogno rispetto alla vita eterna o Realtà del Sé (totalità interiore dell’anima), allo stesso modo in cui il sogno stesso è tale rispetto alla vita mortale (un sogno nel “sogno”). In definitiva, siamo noi il sogno del Sé, o è il Sé il nostro sogno?
Felice Serino
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SIMBOLOGIA DELLE VOCALI
In una sua poesia Rimbaud assegna un colore diverso a ogni vocale. Secondo il poeta, il senso delle vocali si può riassumere così: A, nero; E, bianco; I, rosso; U, verde; O, azzurro. Egli usa poi questa tabella con paralleli basati sull'esperienza sensoriale. A tale proposito, Ernst Junger nel suo saggio L'elogio delle vocali * fa questa considerazione: "Poiché Rimbaud possiede uno sguardo che sa spingersi anche al di là della pura sfera artistica abbiamo qui un sintomo della profonda diversità fra le lingue. In ogni caso, ci sentiamo piuttosto inclini ad associare la A e la O al rosso e al giallo, colori di luce, mentre la I e la U sono più vicini ai colori della terra". E ancora: "Nella sua Filosofia della composizione Poe definisce la O la più sonora delle vocali. La A è l'aquila, la O è il falco dell'universo sonoro". "Noi usiamo per la O un ideogramma che riproduce la forma dell'occhio". Secondo Junger, infine, la A significa verticalità e ampiezza, la O altezza e profondità, la E il vuoto e il sublime, la I la vita e la putrefazione, la U la generazione e la morte. Nella A invochiamo la potenza, nella O la luce, nella E l'intelletto, nella I la carne e nella U la terra materna, i sepolcri, l'età remota di Saturno. Concludiamo questo breve excursus con la bella frase di Jacob Grimm, secondo cui "alle vocali nel loro insieme va attribuito un carattere femminile, alle consonanti un carattere maschile".
* Ernst Junger, Foglie e pietre, Adelphi 1997
Felice Serino
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SULL’ESSENZA DEL REALE
Amo ciò che non si vede. Soltanto nell’Idea, risiede il Reale; il tangibile e ciò che si percepisce coi sensi, è apparire, riflesso, velo esterno di una realtà invisibile.Sussulti di gioia mi dà il contemplare qualcosa di bello, di artistico, che aspira alla perfezione – si tratti di opera di Dio o dell’uomo -; mi emoziona non la cosa in sé (corruttibile), ma ciò che sta dietro, che vive dietro la cosa. Il cuore della “cosa”. Dove l’anima trova in se stessa la propria luce. Il visibile, il contingente, non è che manifestazione, rappresentazione. Riflesso. (L’emanato = il relativo, lo speculare). La vera essenza è nel non-manifesto. Nell’Idea, nell’Indicibile. Afferma Ida Magli (La Madonna, Rizzoli ’87): “Il nome è l’essenza. Le cose che esistono sulla terra sono copie dell’Idea che esiste in cielo”. Sono cosciente che esiste un universo sottile, non manifesto, appunto, pur vivendo calato in un mondo più denso, dotato di una struttura concreta e di aspetti materiali. Pur sentendomi parte di questa realtà superiore, che mi unifica col Tutto, nella mia dimensione attuale non posso percepirla se non confusamente, come se leggessi una “visione” di Swedenborg. Di questa “realtà” posso possedere soltanto le apparenze, mai la sostanza. Sentiamo, in proposito come si esprime Elémire Zolla nel suo volume Uscite dal mondo (Adelphi, ’92), citando il pensatore Arturo Reghini:”Reghini delinea l’esperienza centrale, l’estasi filosofica, cui più volte si dedicò, in alcuni articoli, specie uno a firma di Pietro Negri, sulla rivista “Ur” nel 1928: rievoca l’esperienza dell’immaterialità per cui ci si accorge che non si corporei,o meglio che il corpo è in noi, con tutte le altre cose, e tutto fa capo a un nostro centro profondo, abissale e oscuro […]. In questo stato la coscienza appare come una variabile e il corpo come una funzione. Si coglie spingendosi come in alto mare, anagogizzando, giungendola punto che in sanscrito ridirebbe di sandhya, contatto o interfaccia tra sonno profondo e morte: si diventa come pianta o pietra; come angeli si vede l’essenza del reale”. Felice Serino
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Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione. In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel clima della grande spiritualità del nostro tempo, che attinge al metafisico, ai colori/sentimenti nella loro massima espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso ed il sublime della vita – della nostra esistenza. La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo pensiero e della tua visione del mondo. Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte dell’Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra / da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…” La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi dell’umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro” universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che ripongono nella Fede la loro risposta.
Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte vanno di pari passo.
Giuseppina Luongo Bartolini
24 maggio 2009 [lettera privata] ***
FELICE SERINO - POETRIES 1
TRANSLATIONS: MARIA LETIZIA FILOMENO
IN THE MIDDLE OF ITS WAY THE NIGHT
in the middle of its way the night swallows the last light - makes bodies hostages
in a ethereal world - closer to us - the dream starts playing
I DREAM MYSELF
I-not-I exist before and inside the mirror (a distance separates me: as if I lived in another part) I live I stir inside a vivid dream: I dream myself - sand creature
FLIES STREAK THE INDIGO
(flies streak the indigo moving off the sunset)
you bleed yourself like this light - from the slits of tumbledown walls you spies the deprived years in your heart: the childhood rises inside you like a sun (the poured blood in the light): the explosion of the dreams that opened the mornings - the innocent light into the weeping eyes of that child with his kite - disappearing in the deep-sky-blue...
THE INK CRY
God exiliated behind man's eyes
opens the night casket
IN THE LASTING-LIGHT
the hot hours: they were summers hard to die
the mad running and the grazed knees in the lasting- light:
another bite at the bloody pulp of the day - do you remember? -
LIFE
let me become ash to a new adamantine birth in the dry air-of-fire let me wet up to the heart of your saliva's light
I wanna feel my being wrapped into the eddy of the your cosmic funnel of your hungry empty
LIGHT-BLUE
passage from black to white the ascent to light light-blue the delirating blue of mallarmé the vocal o of rimbaud the light-blue rose light-blue: the whole sky in the eyes light-blue mantle of Mary
VERSES TO LOVE
my heart irradiates sunlight my heart that wanna be burnt to become ashes into your arms where Beauty raves -
your sight becomes star where the sky begins nice butterfly-soul in your unforeseeable fly
ARCHETYPES
(written few minutes after the waking up at dawn of 14/5/04)
(like when in the evening you don't realize to fall into the arms of Morpheus and desire your last farewell)
the undetermined moment is a point floating in the air from which start unforeseeable lines of dreams dear to dalì that give back light to archetypes and have a self-life in their blood
IMMIGRATED
this man: sadness of a bare tree remains of life open wound - eyes that loose fragments of sky - this man become a torch - to play -
pointed at with fingers: the "one" to burn
AMONG ONEIRIC FLASHES
among oneiric flashes your air-image laughs carved in the heart shadow
BLUE DEEPNESSES
the head plunged into the sky (blue deepnesses reveal shadows to be bodies - the sheet the hand an empty space) -
I get out from the dream wet by light
DREAM
(to Dino Campana)
the soul hovered in that rising-splendour: the sun bent to kiss its history: to light it all in a moment - the soul of the never-conceived poem absorbed ineffable alphabets - floated in that white light
TRANSLATION: Mauro Conti
THE STRENGHT OF THE WORD to Dalton Heraud, Urondo
- three killing poetries - sad me (eyes lose in the empty to pursue who knows that vision) - three in different places - (he remembered only ramblement the names and the localities) - see: - specifided - the power is enemy of the light: it not bearing the strenght of the word it camouflage viscid snake in the brushwoods and inject its poison -
L S D
in the magnetic night hallucinating for live your howling death barren soul pull at the pseudoincarnation of love imagine rolling up mortal
FUNCTION OF THE BODY
1. doing of starring-dust body-imagine/flawless narciso body-myth venus from surf body-love body-hunger body-earth
2. body leaving like wound/ wish/life-that-not-yield (body bag of the soul) seeing like mo(uvi)ment/experience (blotting-paper)
3. only body unrepeatable spring of the body
3.a ("them awake and exult" Is 26,19)
Translation: Alfredo Varriale
THE LIFE IN THE HANDS OF THE WIND
eyelids of air closed on the defeat of the day ('depistate' traces lost routs to stain the wind with blood: to rotate some time in her empty rings) handless of shades drown the cry of the soul played to head and cross
THE DIFFICULT LIGHT
to exist in the world: the Being decentralized extraneous to oneself (lobotomy of the proper one internal Image - from dispersions of Energy crystallized gasps in a sky teared voices broken with birth)
remaining in to be encapsulated in a life that is copy blurred of the Original: diminution in half life
also: jet of living water from the subliminal self
the difficult light
PREGNANT OF LIGHTNING FLASHES
the moon folded up on my sheets it mends these letteres pregnant of lightning flashes cut in the light thirsty in the torture of the ink vibrate on chords of blood
THE MOON'S FIRES
with the moon's fires in the blood blinking of dawns and nights that are pursued inside my lost name for the ancestral rooms a blow of celestial creature that lives at my side in the stabbed light
translation: Terenzio Formenti
ONEIRIC POETRY
the dream thins out spirales of memory at the light of a moon draus the sleep of the roses
* * *
VINCE CHI PERDE (ODISSEA DI UN INTELLETTUALE)
“Rivoluzionario” non violento in perenne conflitto col potere e le istituzioni, potremmo definirlo uno spirito ginsberghiano, nonché di majakovskiana memoria. Teresio Zaninetti, che con Pier Paolo Pasolini ebbe una corrispondenza epistolare (vedi: Pasolini, Lettere 1955-1975, Einaudi 1988), è autore di un gesto clamoroso e provocatorio – come d’altronde nel suo stile anticonvenzionale. Ha chiesto al sindaco di Gozzano (Novara), 300 miliardi di risarcimento danni, morali e materiali, per l’assassinio del grande poeta, ritenendo lo Stato italiano e (quale suo rappresentante) il sindaco, responsabile della morte di Pier Paolo (!?). Dalla scomparsa di Pasolini, Zaninetti lamenta – come tanti – la disperazione di non poter più dialogare con una persona disinteressata come Pier Paolo.
Teresio è un convinto marxista e un anticonsumista; non possiede un’auto né un televisore. Ha diretto tra gli anni 1982-’90 la rivista Logos, il cui percorso gli è stato reso irto e tormentato. Ha scritto, ultimo in ordine di tempo, il romanzo-testimonianza Le lacrime di Sisifo, Rosso & Nero Edizioni ’95; è critico teatrale e cinematografico e autore e regista di film. Scrive e dipinge anche con vari nomi d’arte, è poeta pluripremiato (ma più che poeta egli si reputa un giornalista serio e un intellettuale militante).
Nato a Gozzano nel 1947, Zaninetti è stato uno degli organizzatori dei “percorsi” multimediali Aspettando Pasolini, con performances in varie città. Lasciamo che a presentarlo siano alcuni dei suoi versi: “Mi aprirò in due / come guscio di ramarro alla frontiera / nel rigonfio del vento, parentesi graffiata / nel prepuzio dei miei sogni rapaci / che già morte pregustano indolore / Mi aprirò in due e sarò in un libro nudo / (…)”. E da La finestra si apre: “La finestra si apre su uno specchio nato / sotto le menzogne di un calvario e dunque / di tanto più umano è l’orizzonte / e siamo qui per questo, / perché si veda, / perché si dica / perché sia orizzonte per altri orizzonti / e nessuno rimanga nella culla troppo a lungo / senza incontrare spazi concimati / dal lungo morire quotidiano / dei piccoli uomini che furono midollo e seme”. Versi, questi ultimi, che – insieme a quelli di tanti altri poeti – dovevano apparire incisi nella pietra lungo la strada che da Badolato marina porta a Badolato superiore, splendido paese medioevale lungo la costa jonica (ma gli amministratori che avevano garantito il finanziamento della Regione per permettere il lavoro, hanno finora risposto col silenzio).
Luigi Bianco, che dirige il foglio I Medicanti, nel primo numero del ’96 definisce Zaninetti “un grande poeta e un grande pensatore ingombrante, che tutte le istituzioni stanno lasciando morire di fame e di disperazione”. Zaninetti conta fino ad ora ben cinque tentativi di suicidio; ultimo il 10 gennaio ’97. Ogni volta si è fatto i suoi venti giorni d’ospedale ed è tornato nella sua casa-carcere a Gozzano. Ha inoltre subito due infarti. “Ho visto lo strazio”, scrive Bianco, “di un uomo costretto a prendere una ventina di pastiglie al giorno per sopravvivere n qualche modo. Oggi non può fare nulla. Nemmeno vedere le sue bambine: alle quali è nocivo per le sue nevrosi e per le implacabili leggi dello Stato”. Teresio è separato dal ’79 – anno del suo primo tentativo anticonservativo. Riceve la ridicola somma di 300 mila lire al mese quale sussidio per il suo “stato psichico”.
Ha scritto Marcel Camus: “Non avviene molto spesso che un uomo si senta il cuore puro. Ma almeno in quel momento, suo dovere è di chiamare verità ciò che l’ha singolarmente purificato, anche se questa verità può ad altri sembrare bestemmia…”.
Evidente il candore d’animo del Nostro, nonché il suo amore sviscerato per la verità, appunto. Sentite con quale spirito e veemenza di sentimenti si esprime in una pagina di Logos: “Ci vogliono armi, fucilate di verità. Questo è soprattutto amore. L’amore che spinge anche quella ‘barca’ infranta di Majakovskij che, nonostante tutto, continua a navigare attraverso oceani e bufere portando, indistruttibile, la propria luce che perfora i secoli. Un amore che, sì, è anche violenza (…). Scrive di lui Roberto Roversi: “(…) con la scrittura Zaninetti gioca duro. Ma aggiungerei, che con intera la sua vita, di cui la scrittura è il mezzo estremo di comunicare con gli altri, Zaninetti è inesorabile, costante; irretito in una implacabilità tanto generosa quanto, direi, disarmata”. La sua poesia, è scritto da qualche parte, è materia incandescente; strappa un velo della mistificata realtà.
La Rusconi Editore, presso la cui Redazione Teresio ha prestato la sua opera dal 1973 all’85, lo invitò a sottoporsi – in seguito al tentato suicidio del novembre ’79 – a una “visita di idoneità” presso la Clinica del Lavoro G. Devoto di Milano; l’esame psicodiagnostico diede il seguente risultato: “Nevrosi d’ansia da cattivo inserimento in ambiente lavorativo”. La risposta della Rusconi fu quella di costringerlo a triplicare, quadruplicare le dosi di tensiolitici, antidepressivi e ipnoinduttori del sonno…Il secondo tentativo di suicidio (1984) avvenne in concomitanza con una situazione di contrasto, avente per oggetto il periodico Logos, fra lui e l’azienda. La Rusconi gli revocava l’autorizzazione a “collaborare” (?) a Logos, attendendo una risposta di adempimento dei suoi impegni contrattuali; al che Zaninetti li richiamava all’art. 8 del contratto di lavoro giornalistico, là dove si afferma che il giornalista potrà manifestare le proprie opinioni attraverso pubblicazioni di carattere culturale, religioso, politico o sindacale, e facendo presente che nel “suo” periodico non erano ravvisabili lesioni degli “interessi morali e materiali” dell’azienda. Oggetto del dissenso era appunto un articolo apparso su Logos a loro parere “lesivo”.A seguito di una ulteriore missiva di Zaninetti – non avendo ottenuto riscontro alla prima – si faceva vivo per telefono un rappresentante del Comitato di Redazione della Rusconi, il quale, incavolatissimo, gli riferiva che dopo che il C. di R. aveva ottenuto dall’azienda di “mettere una pietra sopra” alla sua “licenza poetica”, egli aveva riattizzato il fuoco nel vespaio…Si giunge così fino al periodo di calvario di Teresio, consistente nell’essere messo “in prova”, dopo 11 anni di lavoro, presso la redazione di Eva-Express. “E’ preferibile morire di fame piuttosto che mangiare merda”,scrisse Teresio dando le dimissioni. Per lui, come per Sartre (uno tra i suoi “maestri”) nella vita “vince chi perde”; o per dirla con F. Scott Fitzgerald: “il vincitore appartiene ai vinti”.
Nell’esporre su Logos le sue amare vicissitudini, Zaninetti ha preso spunto da un celebre verso di Luis Aragon: “Io non sono di quelli che barano con l’universo”. E c’è da concedergli piena fiducia.
All’inizio del ’97 si istituisce un Comitato di solidarietà per Teresio, ed esce, ciclostilato, il fascicolo “Perché Zaninetti viva”; sottotitolo: “Se questo non è un lager – Una legge Bacchelli per T. Z.”, che consta in una “raccolta di frammenti di un vivere quotidiano incuneato tra coerenza visionaria e miseria reale”. Vi sono riprodotte lettere di Teresio che danno i brividi (ripetuti appelli ora di aiuto, ora di feroce accusa), sempre senza risposta, inviate a giornali quale Tribuna Stampa, al sindaco di Gozzano, al Consiglio Comunale e all’Assistente Sociale, in cui si rinfaccia ripetutamente l’impossibilità per un uomo di cultura di vivere con l’elemosina di 300 mila lire al mese. Teresio scrive duro con frasi sputate, elencando provocatoriamente, i “debiti” a lui dovuti da parte delle Istituzioni. “Il Vs. neghittoso comportamento non fa che acuire la mia disperazione e la mia angoscia, che viene definita ‘depressione’(molto impropriamente)”. “Il Vs. silenzio continua a rappresentare la Vs. totale colpevolezza ed era, è e rimane tuttora un prolungato tentativo di omicidio da parte Vs. nei miei confronti”. E in un’altra lettera, indirizzata al sindaco e chiaramente provocatoria: “Chiedo a Lei e al Consiglio Comunale e allo Stato Italiano di concedermi l’eutanasia, perché io non desidero più ‘vivere’ in una società amorfa, inetta, assassina”. Gli veniva sanzionato da parte delle Istituzioni e dell’indifferenza sociale una condanna a morte civile, senz’alcun processo. Scrive Luigi Bianco: “Teresio sembra sempre più elevarsi a pedagogo ‘pasoliniano’: un educatore senza stipendi e interessi, finalizzato soltanto alla causa universale della ‘liberazione dell’uomo’ “. E Maria Grazia Lenisa, nella recensione a Le lacrime di Sisifo (Pomezia-Notizie, dicembre ’95): “Teresio Zaninetti è poeta di tutte le rivoluzioni, è l’uomo che dividerebbe il suo pane con gli altri, che vive fino in fondo il suo amore-dolore, fino alla risposta dell’odio più cocente contro ogni forma di potere oppressivo, prima di tutto in se stesso onde assassina (Sisifo non rassegnato) in sé Tiresia che gli consegna inerme l’ultima perla della verità”.
Dunque,vogliamo ribadirlo:un uomo che non sa “barare con l’universo”.
Anche lo scrivente, che ha conosciuto Zaninetti nell’aprile ’97, ha firmato ben volentieri insieme a molti altri uomini di cultura, per fargli ottenere i benefici della legge Bacchelli.
Una volta tanto si riuscirà ad alleviare la pena di un poeta senza dover ricorrere all’elemosina e respingendo la soluzione estrema del suicidio?
Nota Teresio Zaninetti morirà il 21 gennaio 2007. * * *
VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA
Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978; "Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia" 1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza". Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la sensibilità del lettore". Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità, l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice verso o la pura parola. Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie ed è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose: "la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita, nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso i miei squarci". Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico: "gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando". Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe incancrenite si alzano babeli / che imbavagliano il grido / di coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso / di terra". Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che "le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa / il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e chi miete denaro di / sangue uno chiude l'anno con un volo / dall'impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù". Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico". Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra / sé e la sua fine".
Fabio Greco ["reportage" - n. 21/'94]
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FELICE SERINO - POETRIES 2
Translation: Maria Letizia Filomeno
ANGEL OF POETRY
soaring your blue wing in my blood (I-not-I: you transcend in me and exist) the birth of my dawns soaks in ineffable alphabets
PAROUSIA (on the last day: expirex the indecent time)
to lean forward overtime at the light borders evanescent presences in sky clearness: they became bodies of light
PICTURE
made transparent by a wind of light you are imagine of dream that fades away in a cobalt sky
I'M OUT OF THE SKY
I'm out of the sky blue I circumnavigate psyche I live in my own death together with so much life
THE LIGHT CRIES
the light cries breaking a space in the heart
A LIFESAVING VERSE
a lifesaving verse sprinkle you light in the orphanhood of the Dream
SEED LIFE
entering the death-life (blood on the pendulum / maya-time with eyes of light) overturned
(unexpressed Essence impressed in negative)
"live" is Beyond: sun heart sky abyss - anti-world
IN THE SEED OF LOVE
listen …don't you feel life pressing in the seed of love that is going to burst in a cosmic embrace?
IN THE MIDDLE OF ITS WAY THE NIGHT
in the middle of its way the night swallows the last light - makes bodies hostages
in an ethereal world - closer to us - the dream starts playing
OMNILOVE
accept to become transparent (open book) accept to let oneself crossed by life - by dead-life (rose and cross) - by the One who is: the omni lovable
in front of the Absolute
…immersed into the Absolute -
when the R a y will absorb the darks
AT THE BOTTOM OF THE MIRRORS (to J. L. Borges)
in an increasing of mirrors (escape of naissances and deads) imprisoned is the light of your déjà vu - you can year is you listen to the dull drums of blood in the bottom of the mirror where you read the eternal return (life judges us) - there is the centre the overturned world: your aleph - the key the riddle
THE FACE SIDES
between reality and appearance the oval face looks at you from the bottom of the mirror of a smocky bar - not be able to see you as the others see you - the other side of you the unexpressed form you can imagine to assume in the other world - (notice yourself from the back or spy sidelong is a perverse play of hyde - meeting with the Dark)
WIND OF MEMORIES
it's salamander motionless surprice that pretends to be dead two cross-shaped arms sky of flesh wind of memories the life
now broken-off
till the spinning top sharpens its pivot *
* a sentence from Montale
TECHNIQUES OF DEATH
atoms of loneliness abandonings/partings/ends tastings of death
the figurative deaths the disguised suicides/homicides the blue night of the soul
death is present in the birth dying leads to birth emigrations from shape to shape
my God please cleanse our hearts now and at the time of our death
SUSPENSION
elastic time past < present > future the soft clocks of dalì
time-suspension flower blossom
time of blake suspended in the shining jump of the tiger
dissolved time oneiric non-time
dilated time that scans light ravings in a painting of van gogh
suspended motionless painless time animal happiness
THE GENTLE POWER
God is patient: he has got endless unspoiling dreams for human beings (cosmos centre: he doesn't play dice) he visits our sorrows - he sends angels to sweep the heart corners (his drawn is Beauty) his power is gentle
THE SHINING NOTHINGNESS
in ka * nothing is chance: believe dying is not to turn into stone and silence: it's a freed cry pity that sees - rotate on hinges other side of glove - to be dream? place-non-place ubiquity e x p a n s i o n : blinding whiteness the shining nothingness **
(* ka: the ethereal "double" of I **P.P.Pasolini, from "Poem in shape of rose")
YOUR POEM
when capering in the prenatal sea leads you to walk backwards your life (all in a go) - resetting the I-space-time - then you'll read the only true poem opening your eyes on the endless Dream: your Poem will ride in a bluedawn the billows of blood it will bloom in the eyes of an everlasting youth
IN A SUSPENSION
shape-thought expanded the mandala and a rose of imagines opens like a fan behind the front by the third eye - in a jumping towards behind of sweet vertigo - he was swallowed up by in rooms of archetypal memories and newethic light immersed in an amniotic peace just a lump in sintony with the beating of myriad of cells now fused with the breath of the immense cosmic body
INDIGO SKY
mixing of the blood with the indigo sky of the memory where the other- of-me pre-exists: never ending dream of a love action
YOU ARE LIGHT YOU ARE FIRE
present to you call me Love the mouth full of light you are fire antiworld call me to a silence of gardens lump whirlpool of stars
present to you fire-light call me from a glass world Love do ciak
THE INEXHAUSTIBLE LIFE
the mind in stand-by (half out of a parallel world) - a tree and sky sing will lull you you still enjoy for a while the sheets warm: now you feel life entering you: everything you feel flowing into you as a river (il beats as a round in the blood your time - you feel sharing the sun): now that you catch life - more life - you don't even care of a body that will decay
POETRY
hollow out to be born in the white - carved word in the dream sky - is like taking blood from stones (here are the light scissors to cut you down): the page is your sheet while in cerebral embraces dye and born again (from a pure place this ray of sun hit the page)
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