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| Annalisa Miceli |
Nata a Salerno, il 27 luglio 1972. Laureata e impiegata pubblica. Amo i viaggi, le lingue, i colori vivaci e la natura. |
Pubblicazioni: |
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Azzurro mare , Salerno, 2003 – Raccolta poetica autoprodotta. Presentazioni di Luigi Crescibene ed Enrico Taverni.
Sorvolando mete lontane… , Salerno, 2004, a cura dell’Associazione Culturale “Cypraea” – sezione di Salerno. Introduzione di Giuseppina Gallozzi.
Samothraki , antologia poetica di sette autori – Ripostes, Salerno, 2005 – Prefazione e note finali ai testi di Daniela Natalino – pagg. 144, euro 15
Donne sorde: nove storie di emarginazione e di riscatto , saggistica, Edizioni Cantagalli, Siena – Presentazione di Daniele Regolo – pagg. 176, euro 14,50
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La poesia contro la sofferenza
Come può sbocciare un prato dal deserto, come possono uscire tanti colori e suoni da un luogo desolato e di sofferenza? La risposta può venire dalla vita di Annalisa Miceli. Annalisa è una ragazza di trentaquattro anni che risiede a Salerno. Dopo una vita normale, vissuta come tanti giovani, Annalisa a venti anni ricevette una notizia terribile: era affetta da un tumore ai timpani, e nel giro di pochi anni sarebbe diventata completamente sorda. Nonostante il trauma e le sofferenze fisiche a cui fu costretta a causa della sordità, Annalisa, pervasa da una grande forza di volontà e aiutata dalla sua fede cattolica, è riuscita a superare ogni difficoltà e oggi è una ragazza affermata: una bravissima poetessa, laureata in legge, con un lavoro a tempo indeterminato presso l’Inps. Abbiamo intervistato Annalisa nella sua abitazione, nel quartiere Torrione di Salerno.
Annalisa, come sei riuscita a trasformare la sofferenza della sordità completa in sorgente per la tua poesia? “La poesia era già latente nella mia anima da ragazza, prima che subissi la sofferenza della sordità. I rumori della mia vita coprivano come un coperchio questa inclinazione alla poesia. Nella poesia mi riconoscevo, era una cosa sensibile come me. A 20 anni è cominciato il problema della sordità. Così i suoni sono andati progressivamente via (dopo dieci anni non udivo più nulla), e la poesia che era al di sotto dei rumori della mia vita si è scoperchiata ed è venuta fuori. All’inizio ho dovuto filtrare tante sensazioni brutte che avvertivo in me con la perdita dell’udito, se volevo fare della vera poesia. Non era così bello per gli altri descrivere il dolore così come era. Riflettevo, e alla fine ho capito che ci doveva essere una spiegazione, al di là del dolore che io provavo. Non era quella la verità che io volevo raccontare, non la disperazione. A quel punto, così, ho incontrato la Croce di Cristo; l’ho dovuta scoprire, l’ho dovuta capire. Ma così, mi sono sentita consolata nella mia sofferenza. Ho sperimentato una profonda accettazione. Così, ho voluto conoscere meglio Cristo e la Chiesa. Accettando la sordità, è uscita fuori la mia sensibilità, la mia fragilità, ma anche il mio amore per la vita. E questi due aspetti (sofferenza e amore per la vita) sono presenti nella mia poetica. E’ presente la sofferenza: non bisogna scappare dinanzi ai problemi, ma abbracciarli. La vita è piena di prove.”
Cosa è oggi la poesia per te? “La poesia è oggi una compagna di vita. Sono un po’ realizzata come donna: sono laureata, ho un lavoro. So di avere un problema di salute complesso. So che i problemi ci possono essere. La fede e la poesia in questi anni sono state come compagne di vita; mi hanno aiutato tanto.”
Quali sono le principali difficoltà di una persona sorda nella società moderna, secondo te? “Vi è una differenza tra sordi che non sono nati tali e sordomuti. Io appartengo alla prima categoria. Ho ricevuto da bambina l’educazione di una normoudente, e questo mi ha aiutata molto, poi. Oggi riesco a parlare come tutte le persone udenti, a scrivere bene, e a capire esattamente ciò che mi viene detto leggendo le labbra. La situazione per i sordomuti è diversa. Loro utilizzano il preziosissimo linguaggio dei segni; tuttavia, secondo me sono limitati dalla società; probabilmente nelle loro scuole le loro capacità non sono valorizzate adeguatamente. Si insegna loro in un modo al di sotto delle loro possibilità. Per quanto mi riguarda, posso dire che a volte incontro la diffidenza delle persone, che non hanno la pazienza di parlare con me, perché devo leggere loro le labbra e così via. Anche i giovani a volte sono diffidenti, ma ci sono anche tante persone assolutamente prive di pregiudizi.”
Annalisa Miceli è oggi un’affermata poetessa, avendo pubblicato tre libri di poesia. Il primo è Azzurro mare, del 2002. Il secondo Sorvolando mete lontane, del 2003. Il terzo è un’antologia poetica scritta insieme ad altri autori, e si intitola Samothraki (2005). Inoltre, Annalisa ha partecipato al libro Donne sorde: nove storie di emarginazione e di riscatto, nel quali racconta la sua personale rinascita in seguito all’accettazione della sordità, e il nascere della sua straordinaria poetica, per la quale, inoltre, ha vinto diversi premi e ricevuto riconoscimenti. Il libro suddetto è stato pubblicato dall’ Istituto “Tommaso Pendola” di Siena, che si interessa del trattamento dei sordi e ha anche finanziato il libro. Tale libro è stato presentato da Annalisa e dalle altre otto coautrici in un’importante conferenza stampa svoltasi lo scorso 8 marzo, Festa della donna, presso la sala conferenze della Rai. Annalisa ha inoltre pubblicato varie recensioni letterarie su quotidiani cittadini, rivelando anche grandi doti di critico letterario. Così, da un dramma che ha investito una ragazza comune, è sgorgato uno straordinario talento artistico. Come Annalisa stessa ha scritto: “Dopo aver accettato la sofferenza della sordità, e non è stato facile, ho cominciato a sentire la vita, il mondo circostante in maniera diversa. Ho cominciato a sentire le uniche voci che potevo ascoltare, quelle dentro di me, che volevano uscire fuori. La vera Annalisa, quella profonda, è venuta fuori e ha cominciato a esprimersi in versi. Ciò che io provavo con la mia più profonda sensibilità è voluto venire fuori; il foglio e la penna sono diventati, così, quasi un nuovo strumento per “sentire” la vita”.
(intervista di Michele Piastrella, pubblicata sul quotidiano “Cronache del Mezzogiorno” di Salerno dell’8 novembre 2006)
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POSATI GLI OCCHI Nel celeste uniforme del cielo gli occhi dentro il mare dipingono il futuro con l'azzurro sfumato del loro respiro. Dall'onda convulsa si alzano i gabbiani a sedurre, nel battito del sole, le ali di un destino che canta. L'umido sapore del sale incornicia la pelle cerata di una spiaggia che, languida, si stende ad attendere il bacio della pioggia. Uno alla volta, sorridono dagli abissi le bolle in cui è racchiuso il segreto del mistero del blu.
(Versi scritti di getto dopo aver letto le parole che aprono il film “Lady in the water di Manoj Nelliyattu Shyamalan: “Un tempo gli uomini e gli esseri dell’acqua erano in contatto. Loro ci consigliavano, ci parlavano del futuro: gli uomini ascoltavano e le profezie si avveravano. Ma gli uomini non ascoltarono bene come avrebbero dovuto. Il bisogno di possedere tutto li spinse a conquistare terre sempre più lontane dal mare. Il mondo magico degli esseri che vivono nell’oceano e il mondo degli uomini si separarono. Col passare dei secoli, gli esseri dell’acqua non tentarono più di ispirare le nostre azioni. Il mondo degli uomini divenne sempre più violento, le guerre si susseguirono alle guerre poiché non c’era più una guida di saggezza. Ora gli esseri dell’acqua stanno tentando di nuovo di entrare in contatto con noi. Alcuni dei loro preziosi giovani sono stati inviati nel mondo degli uomini, trasportati nel cuore della notte, dove gli uomini vivono. Basta che l’uomo posi gli occhi su di loro e il suo risveglio sarà possibile.”)
CONTINUA TU Cogli in una rosa la vita portala al petto e respira il suo odore: sentirai che la catena che avvolge il tuo cuore si scioglie in un viso che riconosci tra coralli e battiti di onde che germogliano tra spazi e pause di parole l’amore che si avvicina per ricevere la vita che per un abbraccio mancato chiede l’elemosina all’angolo. L’umido avvolge la tua pelle marina che s’ingrossa tra distese di sabbia e sale e ingoia i gemiti dell’aria che sogna sospiri neonati per svezzare il domani con fili di perle che si legano al sole. Accenni di sera spandono echi di carezze che un’arpa suona per te e un angelo attende fuori la porta per rubare alla tua anima il tuo sì alla vita: il canto di primavera partorirà il tuo infinito amore di sempre e la cenere di sogni che hai sparpagliato nel vento fiorirà e il tuo io saprà che su un viso allegro così ti vedrai: un paffuto sorriso che non finirà di regalarti l’azzurro.
TU CHE SEI
Tu che sei sensibile raccontami delle volte che hai visto un bimbo piangere perché voleva la mamma o un gioco da fare e lo hai tenuto tra le braccia per dargli quelle cose. Tu che sei sincero raccontami di quando sentisti le voci della fame nel deserto di cultura e apristi le tue mani con il pane e le parole. Tu che sei leale raccontami di quell'uomo che smarrì la strada di ritorno a casa e dormì nel cartone gelato dall'indifferenza. Tu che sei saggio raccontami di quando dicevi a tanti occhi che apparire non è il senso e l'immagine è il pretesto per chiudere l'egoismo dentro bolle d'ipocrisia. Tu che sei fedele raccontami dello straniero che trovò tra le macerie del suo cuore il tesoro insperato della bellezza di ogni uomo che si ferma all'esperienza che non cede al disamore. Tu che sei tenace non ascoltare lo spiffero del vento che ti urla "sei finito" ma pianta i tuoi difetti per roseti a primavera.
RESURREZIONE
Stanza mistica accesa di croci. Rosari mesti tra mani giunte che vanno a messa vestite di colpa e pegni da lavare in battesimi odorosi di violette e brividi di rose. Sulle pareti s’annunciano trombe funeste di passione e morte trafitta dal sangue reale che non si dissolve. La pietra di pomice rotola e il letargo di mummie e scarabei si scioglie di cera e si sente, negli stacchi netti come colpi di spada, odore di legni ulivi e sorrisi di chi non di spine s’incorona.
GLOBE
Nello sbadiglio di un balcone sul mare che ostenta nel mezzo un azzurro molle, sconnessa s'assotiglia nella voce la tonalità di anni appesi alla ringhiera del quotidiano vivere che lenti girano sul sipario di rosso velluto nella scontenta visione del giorno e capovolgono scene dove il buio entra squarciato da lampi di luce ventosa.
I miei occhi, non hanno mai smesso di osservare, incantati, la natura. Perché in lei coglievo una specie di lungo, rilassante respiro squamoso, picchi di bellezza carnale graffiata, variopinti sussurri streganti la notte più nera. E' come se dal suo volto, affannato nell'oggi, trasudassero le emozioni negate dall'uomo. Allora, mi son detta "voglio tentare di far parlare la voce timida, lieve, nascosta, calpestata della natura spiegando, con poche parole, le emozioni che sa regalare". Fu, così, che, piano piano, la natura, come un'ombra che scendeva velata nel profumo della sera, e che non poteva essere vista perché aveva sempre meno spazi per farlo, si sgretolò, e tante piccole voci, come corolle, caddero nel prato della mia anima. Avvertii un brivido, uno solo, che mi regalò, improvvisa e accecante, l'estate. Fu come se il suo fluido mi fosse entrato dentro. Le mie vene ingrossarono. Ma lasciai fare. Tentai più volte di liberarmi da quel fluido, ma poi, a un certo punto, avvertii la sensazione strana di un albero che mi stava partorendo, scalza e spettinata. Rotolai, tra le pieghe del tramonto, nell'inesorabile tensione del tempo. Rigida, dondolai, nel mio respiro lacrimato, come una larva che non voleva nascere. Ero già nata molti anni prima dalla pancia della mia vera madre. Quindi la natura non poteva fare queste cose un'altra volta. Ma forse, mi sbagliavo. Perché dopo, sentii la sua linfa nella pelle e nell'odore che si alimentava succhiando la mia voce macerata di carne. E mi ritrovai tra gli olmi che ciondolavo come sughero che scandiva sintonia annegata tra gli arpeggi di un sitar. (Dal volume "Donne sorde: nove storie di emarginazione e di riscatto", Edizioni Cantagalli - Siena)
Graffi Luci spente. Città che dorme. Pennelli in fila iniziano sui muri schizzi senza soggetto.Disegni confusi. Unghie ribelli scavano rughe feroci sugli zigomi increspati di caseggiati senza finestre. Tempo che passa. Sui muri ingialliti di vecchio acquerello i graffiti stemperati non colano più ricordi di vernice ma parlano con zampilli in volo chiedendo ai passanti un applauso indiscreto per l'artista raffinato che con le mani della passione ha trasfigurato uno scandalo in tentazione.
DIAMANDAIND
Leggende sfiorano appena spazi d'onde lasciate correre di continuo su rive rosa evaporate in blu. Solo tra coralli e battiti il cuore entra di continuo nella canzone del mare dondolata sul fremere del vento.
RAP
Lamentoso flauta un merlo incerto. Si intreccia negli sfogliati rami la voce che il maestro archeggia, e la vite rossa ondeggia su rugginosi cancelli dischiusi al passare del bosco in profilo. Nello steccato dove cadenti girasoli stanno, dal salice scivolano gattici lievi di vento, e le api raccolgono ancora, con diligente zelo, l'alito intorno che dallo stagno silente respira nell'ombra argentina intonata che canta. Semplici, tacciono i fiori, ma il respiro di Dio risveglia l'odore sfatto del tempo e quelli che tra i rami del nocciolo celati e introversi stanno.
FEELING La tua vita mi sfugge come un autobus che mi chiude le porte sul viso mentre corro freddolosa in un'umida pioggia corrugata nel lamentevole spasmo di un abbraccio mancato di odori sudati. Mi ritraggo nella vertigine di un profilo lontano sugli accordi impeccabili di un violino in malore con poche strofe infantili, ma intanto annego per sempre il pensiero di te in una corrente sconvolta che infrange scoppiando le dighe dell'anima dentro maree gelate.
STELLA DEL SUD
Sta nascendo un’altra stella nel firmamento della terra. Mentre intorno tutto è buio e misterioso lei cerca di farsi spazio in mezzo agli altri astri per illuminare il mondo troppo spento e cupo che ha perduto il sapore delle emozioni. E’ quasi l’alba. Quando gli uomini apriranno gli occhi su un altro giorno diranno grazie alla piccola stella del mattino che li ha liberati dalla schiavitù del pensiero triste e li ha trasportati in una nuova dimensione sconosciuta in cui non ci sarà più posto per la notte.
ATTRAVERSO Chi sono adesso e in ogni istante lo leggo in un libro aperto danzante con pupille attente scendo ancora in pensieri profondi raccontati in un’ora. Gli altri siamo noi in uno specchio ci rincorriamo senza prenderci come in un cerchio vestiamo ruoli scaviamo dune pupazzi che aleggiano sulle lune nell’oscurità cerchiamo un nuovo viaggio non amiamo la luce che si spegne adagio. Un airone in rosa si è posato sul tetto restando per ore a guardare un folletto che dietro la siepe come cucciolo in tana dormiva suonando una lirica indiana.
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